L'opinione di Marco Zoppas

Secondo un vecchio adagio, una volta preso un rischio occorre subito dopo prenderne un altro ancora maggiore. Come sarebbe bello se l’accademia di Svezia, dopo aver coraggiosamente assegnato il Nobel a Bob Dylan, ora osasse ancor di più, premiando Salman Rushdie la prossima volta. Chi meglio di lui rappresenta l’incontro tra Oriente e Occidente?

Alessandro Baricco ha scritto righe bellissime in memoria di García Márquez: “Non mi riuscirà di dimenticarlo perché non ho letto una sola sua pagina senza ballare”. Ecco, con Salman Rushdie non si danza, si vola. Ne L’Incantatrice di Firenze si viaggia attraverso le epoche e i continenti, dalla Firenze rinascimentale all’impero Mughal, dove gli anni sono “liquidi” e i sogni possono essere comandati. L’avventuriero deve comunque sempre rispettare la regola d’oro universale per la sopravvivenza: “Me stesso, me stesso, sempre e solo me stesso”. È questa fiducia nell’individualità che impedisce a Rushdie di appartenere a una comunità. In Est, Ovest – una raccolta di racconti – l’autore lo dice ben chiaro ai due mondi che lo vorrebbero irretire: “Non scelgo nessuno di voi, ed entrambi. Mi sentite? Mi rifiuto di scegliere”.

Chi più di Rushdie è stato perseguitato, diventando il bersaglio di una condanna a morte internazionale, eppure si è rifiutato di darla vinta ai bigotti e di rinunciare alla gioia di vivere? La sua autobiografia ha voluto scriverla in terza persona. Forse perché negli anni in cui la fatwa lo costringeva a vivere anonimo e scortato, e a scegliersi un nuovo nome, si è inventato quello di Joseph Anton, in onore dei suoi due scrittori preferiti (Joseph Conrad e Anton Cechov). Joseph Anton diventa allora un’altra persona rispetto a Salman Rushdie.

Joseph Anton non accetta il ruolo impostogli dalla fatwa. Da ora in poi lotterà contro il principio che la gente possa essere ammazzata per le proprie idee. Lotterà in nome della libertà di parola e di immaginazione, di ciò che è bello e irriverente, e senza lasciarsi schiavizzare dal terrore. Joseph Anton alias Salman Rushdie capisce finalmente qual è la vera missione della letteratura: aprire l’universo. Cioè espandere la nostra capacità di percezione al di là dei confini che per stupidità siamo soliti imporci.

Il nuovo fa paura agli abitudinari ma essi saranno spazzati via – dice il nuovo Rushdie – così come 1) i dinosauri ignorarono la portata del meteorite che portò alla loro estinzione; 2) lo scià di Persia non si avvide che le sue spade e la sua cavalleria poco potevano contro i fucili degli ottomani; 3) gli aderenti al Libro della Genesi maledirono Darwin; 4) i critici d’arte derisero l’Impressionismo; e – notare come Rushdie riservi l’ultimo degli esempi a Bob Dylan – un gruppo di conservatori gridò al tradimento quando un folksinger abbracciò la chitarra elettrica.

È indicativa l’umiltà con cui Rushdie si inchina di fronte al potere esercitato dalla canzone d’autore in ambito letterario. Vale la pena di leggere la sua autobiografia in originale per accorgersi, tra le sue righe, che non si vergogna di appropriarsi delle strofe del pop. Quando racconta un momento di vacillazione sentimentale ruba i versi di Macy Gray: “I try to say goodbye and I choke/Try to walk away and I stumble”, inserendoli nella sua narrativa e nessuno se ne accorge. Non è il pop che plagia la letteratura ma viceversa.

Non ha nulla da nascondere. Nel conferire, in una cerimonia del 2012, a Leonard Cohen il premio “Song Lyrics Of Literary Excellence”, Rushdie confessa che se sapesse scrivere come Cohen non esiterebbe a farlo. Perché la letteratura comincia con la stesura di un verso o di una battuta, cioè l’essenza di una canzone rock. E se non sai scrivere una buona battuta non saprai comporre un paragrafo e quindi nemmeno una buona pagina e non un libro. Se questo non è un omaggio alla rispettabilità della musica rock, cos’altro può esserlo? Non esiste successore più degno di Salman Rushdie all’incoronazione di Bob Dylan avvenuta l’anno scorso. Una sua premiazione rappresenterebbe la quadratura del cerchio, il suggello dell’avvenuta osmosi tra canzone e letteratura.

 

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