Tesla e il risiko geopolitico dell’auto elettrica

Tesla e il risiko geopolitico dell’auto elettrica
L'approfondimento di Raffaele Perfetto

Nel mondo circolano 2 milioni di auto elettriche su un parco di circa 1.3 miliardi. Meno dell’1% e il mondo si divide tra quelli che vedono la transizione più o meno velocemente. Intanto, Francia, Italia, Olanda, Germania, Inghilterra, Norvegia (e forse anche Cina) hanno già annunciato la deadline oltre la quale le macchine a diesel e benzina non saranno più vendute: tra chi prima (2025) e chi dopo, non si va oltre il 2040.

Ormai non si parla più di peak oil (picco) in termini di forniture: fino a qualche anno fa si pensava che ad un certo punto le scoperte di petrolio non sarebbero bastate a soddisfare una domanda sempre crescente. Oggi appunto si parla di picco di domanda: da un certo anno (non troppo lontano) potremmo assistere al declino della domanda di petrolio, un lento declino. Già Exxon, Shell e BP con il loro valore di mercato superiore ai seicento miliardi di dollari, nei loro forecast, inseriscono il picco di domanda, chi al 2030, chi al 2040. Una cosa è certa che il picco ci sarà.
Intanto qualcuno pensa che il Modello S (la versione “economica”) di Tesla (nella foto il presidente e amministratore delegato, Elon Musk) sia l’antenata del Modello T di Ford e avrà lo stesso ruolo di cambiamento. Ironia della sorte, lo scorso aprile Tesla (per un po’) ha superato il valore di mercato di Ford, anche se per poco (2 miliardi di dollari su circa 60 totali).

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Nel 2016 per la prima volta abbiamo assisitito al sorpasso degli investimenti nell’elettrico con 718 miliardi di dollari contro i 649 miliardi del comparto oil&gas. Il segnale c’è ma con il prezzo basso del petrolio, si investe meno. Nel 2013, prima del crollo del prezzo del barile, erano circa 700 miliardi di dollari. Nel 2008, quindi primi della crisi finanziaria, la IEA stimava una spesa di circa 524 miliardi e si aspettava per gli anni successivi una spesa annua dell’ordine di 600 miliardi; in media dal 2000 al 2007 abbiamo avuto una crescita degli investimenti del 18% ogni anno. Se diamo uno sguardo ai fondi sovrani dei produttori di Petrolio e in particolare a quello dell’Arabia Saudita, a Marzo il Financial Times riportava che il Sama Foreign Holding aveva perso il 14% del valore del 2015 raggiungendo i 514 miliardi di dollari.

Lo stesso giornale, sulla futura possibile privatizzazione della compagnia petrolifera Saudi Aramco, indicava che questa potrebbe essere profondamente colpita delle nuove policy ambientali. Dai 2 trilioni di dollari stimati inizialmente, il valore di mercato del gigante petrolifero arabo potrebbe ridursi a poco sopra il trilione: parliamo di circa la metà.

Se da un lato il comparto energetico è in sofferenza, quello legato ai minerali legati al mercato delle e-car (e indotto) cioè cobalto, nickel, litio e rame, vive un momento favorevole. Il ceo di Glencore (colosso minerario e trader di materie prime) si aspetta che dal 2030 il 30% delle vetture potrebbero essere elettriche. Forse è troppo ottimista ma intanto la compagnia supera le aspettative del mercato con profitti (pretasse) di circa 2.45 miliardi di dollari solo per i primi sei mesi del 2017. Glencore si aspetta al 2030, grazie al boom delle e-cars e indotto, un aumento di 1.2 milioni di tonnellate di nickel (dalle 2.1 attuali), 2 milioni di tonnellate per il rame (dalle 23 attuali), 260 000 tonnellate di cobalto (dalle 100 000 attuali), mentre la richiesta di litio dovrebbe comportare il raddoppio dalle circa 230 000 tonnellate attuali di carbonato di litio.

NICKEL, RAME, LITIO E COBALO NON SONO IN MEDIO ORIENTE E NORD AFRICA

La società Investec Asset Management in una sua analisi con focus sui mercati emergenti rivolta ai suoi investitori, presenta la matrice 2×2 in figura: sulle ascisse abbiamo se il conto corrente (export – import) è in deficit o in positivo, mentre sulle ordinate se si tratta principalmente di un esportatore di prodotti lavorati o di materie prime. L’analisi considera solo i 23 paesi inclusi nell’indice Morgan Stanley Capital International (MSCI) Emerging Market Index, ma le conclusioni sono espandibili ad altri. L’indice misura la performance del comparto azionario per i mercati emergenti. L’analisi considera la più o meno liquidità del dollaro e la domanda di materie prime trainata dalla Cina. Alcuni di questi Paesi presenti del quadrante Nord Est della matrice in figura, cioè esportatori e con conto corrente attivo, non dormono più su sette guanciali come prima. E aggiungono, se anche Algeria, Iraq, Arabia Saudita, Angola, Venezuela, Kazakhstan fossero stati considerati nell’indice, allora quasi sicuramente tutti si troverebbero oggi nel quadrante Nord Ovest (quindi deficit) e aggiungiamo, con prospettive non troppo allettanti.

Concludiamo dicendo che non possiamo conoscere come sarà la domanda di materie prime, se l’iniziativa One Belt One Road (La Via della Seta), andrà avanti oppure no, se ci sarà una crisi di fornitura petrolifera o no, uno o più (nuovi) fronti di guerra oppure no.

Ma possiamo chiederci se il Cile e la Bolivia saranno il Medio Oriente dell’Era del Rinnovabile.

figura

(Fonte: Financial Times e Michael Pover – Investec Asset Management)

L’autore ringrazia R. Melillo per il gentile supporto in fase di editing

ultima modifica: 2017-09-24T08:25:35+00:00 da Raffaele Perfetto

 

 

 

 

 

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