L'articolo di Francesco Gnagni

Al varo da parte del governo del Codice Antimafia sono seguite forti critiche da parte delle opposizioni. A questo coro di rilievi critici lunedì 23 ottobre si è di nuovo aggiunto anche il presidente dell’Anac Raffaele Cantone: “Credo che la norma non fosse assolutamente utile, considerato lo strumentario già esistente del contrasto alla corruzione”, ha affermato durante la tavola rotonda promossa ieri dall’Università Telematica Pegaso, dall’Ainc e dal Regno dei Santi Pietro e Paolo nel Centro Russia Ecumenica a Borgo Pio, nel cuore di Roma e a due passi da San Pietro, e intitolata “Giustizia, lotta alla corruzione e promozione di una cultura della legalità, al tempo di papa Francesco”.

LE AFFERMAZIONI DI CANTONE SUL CODICE ANTIMAFIA

“Per tutti i casi legati a organizzazioni mafiosie, il codice penale prevede già numerose norme che danno la possibilità di sequestrare i loro beni, come con la confisca per sproporzione. Le misure di prevenzione rappresentano uno strumento eccezionale, e non si fondano su un mero sospetto, altrimenti si è in contrasto con lo Stato di diritto”, ha proseguito Cantone. “Quel sospetto può essere giustificato per inseguire patrimoni di strutture della mafia, ma non credo che sia opportuno estenderlo al di fuori della mafia. Non credo che il soggetto che faccia il singolo episodio di reato possa essere equiparato a quello di un mafioso. Siamo riusciti in passato ad affrontare fenomeni come mafia o terrorismo senza mai arretrare di fronte allo Stato di diritto, non cominciamo ora”.

L’INCONTRO A ROMA SULLA “GIUSTIZIA AL TEMPO DI FRANCESCO”

Un incontro, quello svoltosi, tra istituzioni pubbliche e cultura religiosa, per discutere del tema della giustizia, quella terrena ma anche quella interna all’umano, che va al di là delle istituzioni, ovvero la misericordia. Dall’ipotesi avanzata dallo stesso Papa Francesco di disporre una scomunica ai mafiosi, a cui si sta lavorando in Vaticano, al varo da parte del governo del Codice Antimafia, che estende il sequestro preventivo dei beni anche a fenomeni di corruzione legati ad attività di gruppo non di stampo mafioso, e che ha generato numerose critiche, il dibattito, a cui hanno partecipato, oltre a Cantone, il cardinale Francesco Coccopalmerio (nella foto), presidente del Pontificio consiglio per i testi legislativi, il membro del Csm Francesco Cananzi e il presidente dell’Ainc – associazione italiana notai cattolici – Roberto Cogliandro, il tutto sotto lo sguardo in prima fila del cardinale Walter Kasper, è franco e allo stesso tempo inusuale.

L’ATTENZIONE DEL PAPA AL TEMA DELLA CORRUZIONE

L’attenzione di Bergoglio al tema della corruzione è infatti tanto nota quanto intensa e profonda, al punto da far affermare allo stesso pontefice che “il peccatore può redimersi e cercare il perdono” ma “i corrotti” no, perché “sono fissati nel loro errore”. Mentre quello del Codice Antimafia rappresenta un punto del tutto aperto per le istituzioni italiane, tanto da aver portato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a inviare una missiva al presidente del Consiglio Paolo Gentiloni affinché “monitori”, dichiarando per di più di aver promulgato la legge nonostante alcuni aspetti “che, pur non costituendo una palese violazione di legittimità costituzionale, sembra contenere dei profili critici” (qui il commento di Formiche.net).

LE PAROLE DI CANTONE SULLA CORRUZIONE

“Nella corruzione non si mette solo in dubbio il legame con la pubblica amministrazione, ma è al contrario qualcosa di molto di più grave, se guardiamo agli effetti indiretti, ad esempio sull’economia”, ha spiegato Cantone durante l’incontro. “Fra la lotta a corruzione e la giustizia sociale c’è un legame assoluto, perché una impedisce l’altra. Impoverendo il sistema della sanità o chiudendo il mercato del lavoro a subirne le cause sono i poveri e chi non ha le conoscenze giuste, quindi gli ultimi”, ha aggiunto. Cantone, che ha scritto un libro intitolato, prendendo spunto dalle parole del Papa, “La corruzione spuzza”, ha così affermato che “le parole del Papa sono una vera rivoluzione copernicana. E raggiungendo anche coloro che non sono credenti, sono fondamentali, perché in questo momento storico la Chiesa è l’unica agenzia educativa in circolazione”.

L’INTERVENTO DEL CARDINALE COCCOPALMERIO

“La corruzione è un reato contro la persona, un disconoscimento di ciò che la persona è e che chiede, cioè il rispetto”, ha poi proseguito il discorso il cardinale Francesco Coccopalmerio. “Pensiamo alla vita, all’integrità corporea, alla buona fama. Se io ledo uno di questi beni compio un reato contro la persona, cioè un atto di corruzione. Se il cuore è rotto – come dall’etimo del termine corruzione – non riconosce più questo suo impegno, o chiamata, al rispetto della persona”. Se infatti “dovessimo definirla dalle Sacre scritture parleremmo di offesa della persona”, ha precisato.  Mentre riguardo a quanto è attualmente in lavoro in Vaticano sul tema dei corrotti, il cardinale ha spiegato che “scomunicare significa affermare che non si è cristiani in forza di ciò che si è compiuto”: “Non è concepibile che uno posso dirsi cristiano, magari millantandosene, e compiere atti di questo tipo. E la mafia è un aspetto di concretizzazione della corruzione”.

IL PORPORATO: “GIUSTIZIA E MISERICORDIA SONO LA STESSA COSA”

Perciò, ha approfondito il cardinale, “dobbiamo mantenere davanti a noi una catena concettuale che comprenda persona, diritto, dovere, e legge. Se consideriamo la prima una serie di diritti individuali da conferire, subentra subito anche il dovere”. Misericordia, stando al termine, significa avere cuore per i miseri. E “dire giustizia e dire misericordia è la stessa cosa”, ha affermato il porporato. “Quando si parla di diritto non si parla di qualcosa di inventato ma di ontologicamente radicato nella persona. Io ho il diritto di essere rispettato, e ho il dovere di dare rispetto. La legge è la formulazione di un diritto, che corrisponde a un dovere e che fa riferimento alla persona. E se ho rispetto per una persona compio un atto di amore. Se ci fosse una divaricazione tra queste non avremmo una legge ma un flatus vocis, qualcosa di dannoso. Mentre come dice san Paolo, l’amore è il compimento della legge”.

“UN CRISTIANO NON PUÒ NON ADERIRE. MA IL PROBLEMA È CULTURALE”

Come diffondere quindi, in conclusione, una cultura della legalità? “Io posso dire che se una persona ha una vera fede cristiana non può non aderire a ciò che abbiamo detto. Ma deve essere un discorso che coinvolge tutti, anche chi non ha fede, che deve essere sensibile a questo discorso”, ha risposto Coccopalmerio. “Il problema è che oggi la persona non ha più un valore trascendente, che cioè non dipende solo da noi”. Mentre invece all’interno di “una cultura dove questi valori, non solo non vengono promossi, ma vengono addirittura contrastati, bisogna spiegarli, farli capire, c’è bisogno cioè di una formazione della persona. Se riconosci solo il tuo interesse non puoi nemmeno considerare di essere corruttibile. Nemmeno se si compiono azioni abominevoli”.

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