Il Diario tedesco di Andrea Affaticati

I talk show tedeschi continuano a occuparsi dell’avanzata dei nazionalisti dell’AfD. Anche perché alla preoccupazione per l’ingresso dei nazionalisti nel parlamento tedesco si è aggiunto l’esito elettorale della confinante Austria. Lì, pur arrivando terzi, i nazionalisti dell’Fpö hanno ottime chance di entrare nella squadra di governo. E ora nei talk show ci si domanda quale sia il modo migliore di relazionarsi con i nuovi arrivati, come rispondere a eventuali provocazioni e come stanarli su programmi e proposte. Eppure ci sarebbero temi di attualità che si presterebbero, anche meglio, per affrontare la questione e capire da dove nascono le paure e insicurezze che hanno originato l’avanzata populista in tutta l’Ue e non solo.

Un esempio paradigmatico lo fornisce la Postbank, l’ex Banca Posta tedesca, acquisita nove anni fa dalla Deutsche Bank. Come riporta il quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung, domenica scorsa il 97,7 per cento dei 18mila dipendenti hanno votato a favore di uno sciopero a oltranza per ottenere due cose: niente licenziamenti fino alla fine del 2022 e un aumento salariale del 5 per cento entro i prossimi 12 mesi. La Deutsche Bank dice no e propone invece una garanzia del posto di lavoro fino alla metà del 2019 e un aumento salariale del 2,5 per cento complessivo, da riconoscere in due scaglioni entro la metà del 2019.

A rappresentare i lavoratori è il potente sindacato Ver.di, il quale con i suoi 2 milioni di iscritti è, dopo quello metalmeccanico IG Metall, il secondo più grande in Germania. E Ver.di ha fatto sapere che darà tempo alla Deutsche Bank una settimana, questa in corso. E nel caso non si arrivasse a un accordo, allora inizierà lo sciopero a oltranza. Un’astensione che ovviamente toccherà anche la clientela, la Postbank conta 14 milioni di clienti, visto che resterebbero chiusi anche i mille sportelli della Postbank.

Un braccio di ferro più che comprensibile dal punto di vista dei lavoratori, commenta il quotidiano berlinese Der Tagesspiegel. Sono quasi dieci anni che questi si trovano prigionieri in una sorta di ottovolante. Prima ci sono voluti sette anni per integrare il loro istituto nella Deutsche Bank. Un’integrazione che però non ha mai veramente funzionato, motivo per cui due anni fa l’istituto di Francoforte aveva deciso di rivendere la Postbank, separando a tal fine di nuovo la gestione dei due istituti. Peccato che non si sia fatti avanti nessuno, o perlomeno nessuno disposto a pagare un prezzo adeguato. E così la Deutsche Bank lo scorso marzo faceva marcia indietro.

Solo che, se già prima l’unione di questi due istituti era stata tutt’altro che felice, è ovvio che ora, dopo questo tira e molla, risultano ancora più impellenti misure tese a ottimizzare le risorse disponibili e a sfruttare le sinergie esistenti. Il che tradotto vuol dire, tagli del personale.

Ma i grattacapi per la Deutsche Bank non finiscono qui, come si legge sullo Spiegel online. Sull’operazione Postbank-Deutsche Bank grava anche una procedura giudiziaria. Non è mai stato del tutto chiarito, infatti, se la Deutsche Bank abbia preso il controllo del 48 per cento della Postbank prima di fare l’offerta ai piccoli azionisti o dopo. Stando alla sentenza emessa settimana scorsa dal tribunale regionale di Colonia, l’istituto ha fatto l’offerta dopo. Solo che la legge prevede che a partire dal 30 per cento di partecipazione, l’acquirente sia tenuto a informare tutti gli azionisti e fare loro un’offerta. Così però non è avvenuto motivo per cui il tribunale ha deciso che la Deutsche Bank debba aggiungere ai 25 euro per azione pagati a suo tempo, altri 32,50 euro.

Una sentenza contro la quale l’istituto ha immediatamente annunciato ricorso. Una mossa scontata e inevitabile: se la Deutsche Bank dovesse accettare la sentenza di Colonia, sarebbe tenuta nel caso peggiore (cioè se tutti gli azionisti decidessero di passare all’incasso) a sborsare qualcosa come 3 miliardi di euro. Una mediazione è ora la strada più probabile, anche se non ci sono indiscrezioni riguardo a quel che la Deutsche Bank sarebbe disposta a riconoscere. E nemmeno si sa, se nel frattempo siano stati accantonati i fondi necessari.

L’altra strategia potrebbe essere quella di temporeggiare il più possibile. Per gli azionisti della Postbank il diritto di rivalsa scade entro l’anno, poi va in prescrizione. Del caso si occupa ora uno studio legale berlinese che sta preparando una class action alla quale, stando a quanto scrive lo Spiegel online, avrebbe già aderito un gruppo di azionisti che insieme rappresentano un portafoglio titoli pari a 100 milioni di euro.

Anche queste incertezze, queste mosse non proprio eleganti, nella fattispecie da parte della Deutsche Bank contribuiscono a uno stato di malessere e frustrazione generale che può – almeno in parte – spiegare l’avanza di partiti come l’AfD.

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