L'approfondimento di Andrea Affaticati

Tra meno di 48 ore l’Austria saprà se la prossima legislatura sarà guidata dal più giovane cancelliere che il Paese e l’Ue abbiano mai avuto. Cioè da Sebastian Kurz, attuale ministro degli Esteri, che da poco ha festeggiato il suo trentunesimo compleanno. Faccia pulita, orecchie un po’ a sventola, incarnato di un rosa quasi commovente, sempre vestito in modo impeccabile, Kurz è il genero ideale delle mamme austriache.

Politicamente parlando è peraltro un vero prodigio. In soli 14 anni, cioè dal 2003, quando diciassettenne entrava nei Giovani popolari, a maggio di quest’anno, quando è stato nominato capo del Partito popolare, Övp, ha bruciato a tempo di record tutte le tappe e non ha sbagliato un colpo.

Ha messo in ginocchio i potenti dirigenti del suo partito, ha costretto l’attuale cancelliere socialdemocratico Christian Kern a gettare la spugna (il che ha dimostrato che rimettere in carreggiata un’impresa mastodontica come le ferrovie austriache, di cui Kern è stato amministratore e risanatore, è più facile che fare politica). Una sfida che denota fiuto e propensione al rischio, considerando che i Popolari, quando Kurz ne ha preso la guida, non se la passavano per niente bene. Erano al 22%, oggi i sondaggi li danno in testa al 33%, mentre gli ex favoriti, i socialdemocratici, sono testa a testa con i nazionalisti dell’Fpö, i quali vengono dati leggermente in vantaggio.

Certo, Kurz non ha grandi doti retorica, come hanno dimostrato i tanti dibattiti televisivi anche in questi giorni, e soprattutto quelli con il capo dell’Fpö Heinz-Christian Strache. I due sono dati come possibili alleati nel prossimo governo, ma, mentre Strache cercava perlomeno di interpretare in modo credibile il ruolo dell’avversario politico, Kurz risultava alquanto impacciato. Forse perché proprio non gli riusciva, ma probabilmente anche per attirare elettori che fino a oggi avevano votato Fpö turandosi il naso, e ora vedono in lui la possibilità di scegliere un partito apparentemente meno radicale, almeno nei modi e negli slogan. E così Kurz, nei faccia a faccia con Strache, prima di dire la sua, per esempio sui profughi, sulla necessità di chiudere le frontiere, esordiva quasi sempre così – “E’ vero voi l’avevate già detto tempo addietro” –, per poi sottolineare però che è stato soprattutto merito suo se dalle denunce e basta si è passati alle vie di fatto. Vedasi chiusura della rotta balcanica.

I migranti (la parola stranieri, tanto cara negli anni passati ai nazionalisti, oggi non la usa nemmeno più l’Fpö) hanno dominato la campagna elettorale. E anche temi di politica sociale ed economica a ben vedere sono sempre stati toccati soprattutto in relazione ai migranti: meno aiuti sociali, regole più stringenti per poter restare in Austria e via dicendo.

Altrettanto nebulosa risulta la composizione della sua possibile squadra di governo. E’ vero che da quando ha preso in mano le redini del partito si è circondato di una truppa di giovani baldanzosi, ma difficile pensare che possano essere loro i futuri ministri. E alla domanda posta dai giornalisti nelle inchieste sul campo, chi tra i nuovi volti dell’Övp conoscano, i più hanno risposto “nessuno”. E in fondo questo era l’obiettivo di Kurz, che ha voluto cambiare il nome del partito in “Lista Sebastian Kurz – La nuova Övp”.

Ma se la possibile squadra di governo è ancora un’incognita, qual è invece il credo politico di questa shooting star? In un’intervista di fine 2013 al settimanale svizzero Bunte, Kurz si definiva “un liberale cristianosociale”. Di modelli non ne aveva, però “ci sono un paio di politici che stimo moltissimo, Angela Merkel e Hans Dietrich Genscher (ministro degli Esteri tedesco sotto Helmut Kohl, ndr)”, affermava. Anche su migranti e profughi aveva un tempo una posizione diversa dall’attuale.

Strache in uno dei recenti duelli televisivi gli ricordava che nel gennaio del 2015 Kurz andava in giro dicendo: “Gli immigrati sono spesso più intelligenti degli austriaci”. E sempre allora lamentava la mancanza di una vera cultura di accoglienza in Austria, denunciando la cecità della politica, incapace di vedere nei migranti una risorsa indispensabile per il futuro di un paese con un alto tasso di invecchiamento, quale è l’Austria.

Come già detto, Kurz è uno che ha fiuto. E così quando con l’arrivo in massa dei profughi nell’estate del 2015, ha captato i primi segnali di tensione, apprensione, avversione nella popolazione ha cambiato bandiera. Da quel momento in poi è diventato il paladino delle frontiere chiuse, è diventato il primo accusatore di Merkel e della sua politica.

Ma domani sera i giochi saranno chiusi, il dado tratto. A quel punto Kurz dai proclami dovrà passare ai fatti. Dovrà mettere le carte in tavola, scriveva ieri l’editorialista Günter Traxler sul quotidiano der Standard. A iniziare dalla coalizione che intenderà formare e sui cui finora non si è sbottonato. Tutti puntano su una coalizione Övp-Fpö. “Anche se in quel caso, a congratularsi sarebbe solo il premier ungherese Orban”, faceva notare Traxler. E se invece spiazzasse tutti con un altra coalizione, una coalizione con i Verdi e i liberali di Neos? Certo, perché questo possa avvenire l’Övp dovrebbe arrivare almeno al 40 per cento dei voti, visto che gli altri due partiti ora come ora viaggiano tra il 4 e il 6%.

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