Il punto di Marco Orioles

In cerca di una soluzione al rompicapo della Corea del Nord, Donald Trump venerdì vola in Asia. Atterra in Giappone, per poi fare tappa in Corea del Sud, Cina, Vietnam e Filippine. Sono, nell’ordine, due alleati di ferro, esposti alle minacce nucleari di Kim Jong-un; un avversario strategico, che contende a Washington la primazia negli affari della regione e sempre più a livello globale; due Stati amici, pedine indispensabili nella scacchiera americana sul Pacifico.

Le prime tre destinazioni sono cruciali nel percorso imboccato da un Trump alla ricerca della chiave per sbloccare lo stallo in Corea. A Seul e Tokyo, il presidente dovrà fornire rassicurazioni sulla volontà americana di difenderle da eventuali rappresaglie del Nord nel caso che il ventilato attacco preventivo contro le installazioni nucleari e missilistiche di Kim si faccia realtà. L’aggressività del Maresciallo rende necessario serrare i ranghi, e non è detto che sia possibile. Il presidente del Sud Moon ha vissuto con angoscia lo scambio di minacce ed epiteti – “vecchio rimbambito”, “piccolo uomo razzo” – tra i leader di Washington e Pyongyang. L’escalation retorica potrebbe mettere in moto una macchina mortale che investirebbe anzitutto i venti milioni di abitanti dell’area metropolitana di Seul, che sorge a 50 chilometri dal 38mo parallelo, dove le micidiali postazioni di artiglieria del Nord sono in costante allerta. Il nodo di un conflitto tra la superpotenza atlantica e il regno eremita sta qui, più che nella remota possibilità di uno scambio nucleare. È la vulnerabilità del territorio sudcoreano alle sicure ritorsioni da parte di un regime impegnato nella lotta darwiniana per la sopravvivenza.

Anche il Giappone, però, pagherebbe dazio. Lo sanno bene gli abitanti dell’isola di Hokkaido, sorvolata per ben due volte la scorsa estate dai missili scagliati dal Nord. I due test, insieme a quello atomico del 3 settembre, hanno avuto l’effetto di compattare la comunità internazionale sotto la bandiera delle Nazioni Unite e delle sue sanzioni. E hanno anche gonfiato i consensi del premier giapponese Shinzo Abe, uscito vittorioso dalle elezioni della settimana scorsa. Decisiva, per Abe, la relazione stretta coll’inquilino della Casa Bianca, che ora nella sua visita nell’arcipelago dovrà confermare al primo ministro la parola data: vi difenderemo.

Mai come oggi la pace nel Pacifico è stata legata agli umori e alle predilezioni del presidente americano. Che nella sua tappa a Pechino cercherà di rinnovare l’amicizia con il presidente Xi Jinping. Reduce dalla solenne investitura datagli dal 19mo congresso del Partito Comunista Cinese, Xi ha di fronte a sé un dilemma. Rinsaldare il rapporto con Washington, ostacolo formidabile all’ascesa della Cina nell’empireo delle potenze mondiali, o rinnovare il tacito ma fattivo sostegno al vassallo di Pyongyang. Scelta difficile. Trump va blandito onde evitare che assecondi i suoi istinti protezionisti. Ma abbandonare Kim al suo destino comporterebbe un prezzo troppo alto, per gli equilibri strategici della regione. Più dell’arsenale proibito del vicino, la Cina teme lo scenario di una penisola coreana riunificata sotto l’egida del Sud alleato di Washington. Il colloquio con Trump servirà a ribadire le linee rosse dell’impero di mezzo. Cui The Donald dovrebbe sottostare, pur di ottenere la vittoria nella crisi più spinosa che l’America abbia affrontato nell’era post-guerra fredda.

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