Quella di Angela Merkel è un po’ come una vittoria di Pirro, e mentre Schulz “viene sconfitto a Waterloo” la riconferma della Cancelliera ci mostra come la Germania stia ripercorrendo le tappe di un trend politico europeo già visto: il rafforzamento dei conservatori, il crollo dei socialisti, l’entrata in gioco dei populismi (anche se quelli tedeschi sono molto diversi da quelli italiani) nella stanza dei bottoni e un’instabilità sistemica che provoca impasse nella formazione del governo. Merkel quindi leader indiscussa sia a livello nazionale che europeo, anche se oggi priva di quell’incisività tanto auspicata e sperata da molti che, ad urne chiuse rimproverano e attaccano: una vittoria a metà che pone la parola fine a tante certezze, a partire dalla “Coalizione responsabile” (o per dirla all’italiana alle larghe intese) fino al crollo, se pur controllato, del partito (dal 41% al 34%). Una situazione per nulla nuova sotto i cieli di Roma, Madrid o Atene, ma del tutto inaspettata a Berlino che sperava nell’effetto elettorale francese, olandese ed austriaco per poter limitare ed allentare la morsa dell’AfD a favore invece di forze del buon governo.

Nella ricerca “socratica” del perché di tale situazione il caso tedesco confrontato anche con quello francese apre uno scenario del tutto inedito nell’analisi del voto che va oltre la semplice dicotomia dei contenuti e pone come nuovo fulcro della questione la crisi del linguaggio ed i suoi effetti. Il linguaggio infatti rappresenta il nostro essere, il nostro pensiero, il nostro “io” nella comunità e nella quotidianità. La mancanza di un linguaggio significante, capace di mettere in armonia il pensiero dei singoli con gli altri, snatura e decontestualizza le parole e i concetti: il senso e il significato delle parole e delle azioni conseguenti si perdono nella lotta alla sopravvivenza. Una dinamica di relazione e di linguaggio che può nascondere dei “totalitarismi”, del tutto nuovi, incontrollabili e distruttivi, con antagonismi e contrapposizioni che un tempo avrebbero fatto gridare alla follia: dal politicamente corretto all’aggressività, dal rispetto all’ignominia, dalla democrazia all’autoritarismo. Opposti distruttivi che trovano il loro ambiente ideale nei social network.

Oggi visti i risultati e le disamine partitiche si sente invece la necessità di un diverso metodo relazionale che non nasca dalla semplificazione ma dall’esigenza e dalla richiesta di nuovi stimoli che possano essere da contraltare agli slogan e alle frasi swap che hanno come obiettivo quello di incassare il momentaneo consenso, senza considerare le ricadute di lungo periodo. Ma la fretta del consenso sembra confliggere con l’estrema necessità di avere leader – cioè statisti capaci di governare e avere visioni condivise e di lungo periodo – e mostra il fianco ai continui atteggiamenti e posizionamenti da piccolo cabotaggio del politicante senza senso.

La nuova “terza via” della comunicazione basata per lo più sulle “good news” deve dare spazio ad una narrativa che ponga sullo stesso piano elementi delle diverse retoriche politiche ed economiche, da quella nazionalista a quella globalista, forgiando e ispirando coscienze, anche contrapposte, ma che diano senso e significato alle dinamiche umane. La formula tedesca seppur innovativa non ha superato la crisi e il populismo ancora una volta è riuscito ad alimentarsi grazie al crollo proprio di quel linguaggio politico ormai desueto e della sua potenza, prima ancora che dal crollo della democrazia.

Un ragionamento quindi che lancia alle nuove leadership mondiali una riflessione socio linguistica fondamentale che pone le sue basi non solo nei contenuti, come tutti ritengono, ma nell’investimento sulla parola e sulle sue capacità di creare quel coinvolgimento empatico che porta a condividere valore tra le persone e speranza tra i popoli. La parola ormai snaturata e completamente alla mercé delle fake news e delle sue conseguenze, crea ormai per lo più odio, ignoranza e paura. In un’epoca dove il male si diffonde più velocemente del pourparler il linguaggio ha il duro compito di combattere non un muro di menzogne o di propaganda, ma un’apatia informativa diffusa e fuori controllo che rischia di spazzare l’equilibrio tra lecito e non lecito.

Se leggere è un problema, ascoltare non è da meno, interpretare sembra impossibile soprattutto in un’era dove il ragionamento alla base di ogni processo è complesso: che sia politico, economico o sociale, esso ha radici profonde ed è condizionato da continue contaminazioni e narrazioni che si affiancano in maniera trasversale o persino sostituendo l’oggetto principale della discussione.

Una problematica che ha ridimensionato il contatto tra persone e personalità, tra persone e persone, tra mondo reale e quello virtuale ( siamo di fronte anche ad una sostituzione intrapsichica tra la persona e se stessa, e qui forse ci saranno nuovi campi di indagine per gli psichiatri), senza però trovare un giusto limite che possa arginare le trasformazioni che tale fenomeno sta suscitando. Anche la crisi identitaria di un popolo, del suo costume e delle sue tradizioni può essere ascritta fra le conseguenze della crisi del linguaggio. L’aggressività dominante sta distruggendo lo spazio temporale e culturale di ogni nazione, coltivando e rimodellando un nuovo codice linguistico, e quindi etico e morale, che non si basi su un background culturale, bensì su nuove necessità espressive che possano interpretare al meglio il disagio e la paura dell’epoca della globalizzazione.

Un altro aspetto che dovrà essere adeguatamente analizzato è relativo alla “ragione sociale”: se la crisi mette in dubbio e riduce il peso e il significato di termini importanti come democrazia e libertà, il rischio diventa ben più grave e comporta nuove locuzioni o possibili reinterpretazioni di quelle esistenti, come la famosa “democrazia autoritaria” (spesso spacciandola fintamente come “partecipativa”).

Il linguaggio permette di comprendere la società e i suoi movimenti, le sue scelte, ma non può modificarle se non attraverso il mezzo deontologico della politica intesa come scelta migliore per la polis. Lasciare che la crisi divampi nelle televisioni di stato, nella quotidianità, significa abdicare alla rabbia, provocando non solo un effetto inverso allo sfogo, ma un incitamento al voler essere libero da un meccanismo concettuale che non fa riferimento all’etica e alla morale bensì alle regole che la stessa società ha posto come modello di vita.  Nietzshe diceva: “Incantevole follia della parola! Con essa, l’uomo, danza sulle cose”, e oggi tale “follia” rischia di spezzare le catene dell’equilibrio tra ordine e disordine, tra realtà e discrasia della realtà.

La battagli contro la libertà di espressione oggi ha poteri sconfinati e senza limiti: dalle aggressioni virtuali ai poteri delle agenzie di rating, dalla propaganda populistica alla retorica costituzionale di Turchia e Venezuela. Il timore della forza delle parole vale quanto il terrore di un esercito armato, l’unica differenza è il principio che scaturisce in noi: paura e rabbia. Solo chi riuscirà a divenire nuovamente eclettico nella parola e comprenderà l’importanza di una nuova retorica illuministica incentrata nuovamente sull’io e non sull’altro, potrà dare speranza nella riconquista degli elettori ormai atrofizzati dalla glossa populista.

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