Quando c’è bisogno di risvegliare l’animo del Partito Democratico, la segreteria renziana si gioca la carta Veltroni. E lui, Walter, arriva in soccorso di un partito spompato, senza fiato, per galvanizzarlo e ridare vigore. A solleticare la pancia dei democratici, a prestare voce alle emozioni di quelli che continuano ad andare ai gazebo con i “due euro” in mano. Sa parlare come nessun altro a chi ha subito un centinaio di crisi, duelli, scissioni. A quelli che hanno prestato il loro tempo per aprire un circolo, per raccogliere le firme a candidati piovuti dall’alto. A quelli che hanno cucinato sera dopo sera alle (ex) Feste dell’Unità.

L’ex sindaco di Roma ha aperto nella Capitale, al teatro Eliseo, il decennale del Partito Democratico. Era già successo nel momento più critico degli ultimi mesi: la minaccia di diaspora della componente bersaniana-dalemiana, poi portata a compimento con la nascita di Mdp-Articolo Uno. Il suo accalorato appello all’unità, nello scorso febbraio all’assemblea nazionale, ha probabilmente tenuto dentro qualcuno e convinto tanti che la casa del centrosinistra italiano fosse ancora il Partito Democratico, nonostante qualcosa traballasse alle sue fondamenta.

Ormai il ruolo di Veltroni nel Pd è questo: girare le città del territorio (soprattutto quelle in odore di elezioni locali) per portare il suo messaggio di speranza, ricucire le ferite del passato e serrare i ranghi da altre possibili uscite. “Il Pd – ha detto Veltroni al Teatro Eliseo, prima degli interventi di Paolo Gentiloni e Matteo Renzi – è nato con dieci anni di ritardo. Quel governo del 1996 è stato il migliore della storia repubblicana per l’autorevolezza di chi lo guidava, Romano Prodi, e per la qualità di suoi ministri”. Peccato che in prima fila c’erano altri due premier espressi dal Pd: Renzi (che ha governato almeno cento giorni più del primo Prodi) e Gentiloni, a cui è arrivato poi il consiglio di lavorare per lo “Ius Soli” entro la fine della legislatura. “All’epoca nessuno usò ‘noi’ – ha ripreso Veltroni – per indicare il proprio partito di provenienza. Oggi saremmo qua a festeggiare i vent’anni di quel partito. Ma sono dovuti passare altri quattro mila giorni, con laceranti sconfitte e ambigui pareggi, per formare quel grande partito riformista di massa”. E ci ha dovuto pensare lui, Walter, a costruire quel partito che andava già fatto dieci anni prima. “Non dobbiamo avere paura – ha spiegato – di essere una sinistra di governo, riformista, democratica. La vocazione maggioritaria non significava volere l’autosufficienza. Era la volontà di superare il demone della divisione e il complesso di essere minoranza nel Paese, con il bisogno di allearsi con chiunque per vincere”.

Dal palco è arrivata anche una stoccata all’ex rivale storico Massimo D’Alema e ai suoi. “Si può smettere di avere un ruolo o responsabilità senza voler male a qualcuno con cui hai condiviso ideali. Il Pd è l’unica grande risorsa per questo Paese. La mia vita ora è diversa, ma non potrebbe essere altrove”. Veltroni ha rapidamente toccato anche gli argomenti più delicati della sua avventura al comando del partito: la vocazione maggioritaria e l’antiberlusconismo. Sorvola, sgusciando via dal discorso, sull’indebolimento del secondo governo Prodi (con due soli senatori in più del centrodestra) proprio a causa della nascita del Pd. E la scelta di non nominare mai il «principale esponente dello schieramento a noi avverso» si rivelò signorile, ma poco redditizia dal punto di vista elettorale. A testimonianza di ciò rimane ancora l’implacabile dato Auditel del duello a distanza a Matrix del 2008: tra Berlusconi e Veltroni due milioni di persone cambiarono canale nel giro di un break pubblicitario. Ovviamente lo zapping partì quando apparve in studio l’ex direttore dell’Unità.

Ma per il popolo del Pd il Veltroni kennediano è ancora un simbolo: un leader pop che buca lo schermo, scalda i cuori (addirittura più di Renzi) e alimenta la voglia di esserci ancora e non darla vinta agli avversari. Lo stesso sentimento ulivista che incarna Prodi, ma che trasmette con meno passione. E poi la sua tenda non era piantata nelle vicinanze del Teatro Eliseo. La carta d’identità del Partito Democratico, a distanza di dieci anni dal discorso del Lingotto e dai tre milioni e mezzo delle primarie, è rimasta così nelle tasche di Veltroni.

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