Tracciare l’identikit del terrorista-tipo non sembra una impresa particolarmente ardua: i profiler delle polizie di tutto il mondo dopo ogni attentato raccolgono dati come età, sesso, provenienza sociale, cittadinanza e origini delle persone che hanno agito per tentare di capire se ci sono aspetti comuni con altri lupi solitari. Ben diverso, invece, è delinearne la personalità nel tentativo di comprendere cosa lo spinga a commettere atti atroci. Il Bookcity Milano ha presentato due libri sul tema: Chi sono i terroristi suicidi, di Marco Belpoliti, saggista e direttore del sito culturale “Doppio Zero” e Nella mente di un terrorista, dello psicanalista Luigi Zoja e del giornalista Omar Bellicini.

IL “LIMBO” IN CUI SI TROVANO I GIOVANI MUSULMANI

Belpoliti non ha dubbi: “Più che una guerra religiosa, come viene spesso dipinta dai media, quello in atto è un conflitto sociale. Alla base di molti degli attentati che hanno sconvolto l’Occidente è possibile rinvenire certamente fattori religiosi, come gli ideali del martirio e del sacrificio, ma molto – sostiene l’autore di Chi sono i terroristi suicidi – è causato anche dalla situazione in cui vivono i giovani musulmani oggi, sospesi tra due culture: quella dei genitori, che è stata in parte tradita con la scelta di riparare in Europa nella speranza di un futuro migliore, e quella occidentale, in cui sono immersi, nella consapevolezza però di essere estranei”. Questi individui sono infatti tenuti ai margini della società, non vivono ma si limitano a sopravvivere e, soprattutto, devono fare i conti con i movimenti xenofobi che si stanno diffondendo e che li vorrebbero rispedire nei Paesi d’origine, nonostante siano a tutti gli effetti cittadini europei.

“UN SACRIFICIO PER ESSERE FINALMENTE PARTE DI QUALCOSA”

Omar Bellicini (intervistato da Formiche.net in occasione del lancio de Nella mente di un terrorista, chi volesse approfondire il tema clicchi qui) redattore italio-algerino esperto di comunicazione per l’Arma dei Carabinieri, aggiunge: “Nella maggior parte dei casi, i terroristi che hanno agito non conducevano stili di vita che potremmo definire ‘integralisti’: non rispettavano i dettami del Corano e dell’Islam. Il loro sacrificio ha dunque altre motivazioni, ben più complesse della semplice guerra di religione. Si sacrificano per avere finalmente uno scopo nella vita, sentirsi parte di qualcosa, anche se per un periodo di tempo assai breve, dato che le loro azioni li portano alla morte”. Ribadisce il concetto il professor Zoja: “Chi compie questi atti vuole semplicemente scrivere la storia per smettere di subirla. Nell’esatto momento in cui un ragazzo fa una strage, sta indirizzando il corso degli eventi, ne è il protagonista e ne è consapevole. Scelgono, insomma, di morire a loro modo da eroi piuttosto che trascorrere una lunga vita nella mediocrità e nell’anonimato”.

LA BANALITA’ DEL MALE 2.0

“I terroristi, siano islamici oppure occidentali, hanno tutti un aspetto in comune – afferma Belpoliti – una vita estremamente banale. La maggior parte di loro era su Facebook e il social network offre uno spaccato delle loro esistenze che potrebbe essere definito normale o persino mediocre. Pensiamo per esempio all’attentatore di Las Vegas. Avrebbe potuto certamente essere affiliato all’Isis, invece ha agito senza una reale motivazione, eppure – fa notare il direttore di Doppio Zero – esattamente come i lupi solitari del Califfato, ha compiuto una strage solo per avere la prova e fare realizzare a tutti gli altri, di essere vivo, di esistere”.

LA RESPONSABILITA’ DEI MEDIA

Tutti gli autori concordano che un ruolo cruciale è svolto dai media, che hanno la responsabilità di avere diffuso nell’Occidente una vera e propria psicosi collettiva. “Ricordo – afferma in merito Zoja autore de Nella mente di un terrorista – che all’epoca degli attentati alle Torri Gemelle di New York chi voleva prendere un aereo doveva recarsi in aeroporto almeno 5 ore prima per potere passare tutti i vari controlli e i checkpoint. In molti casi, il tempo speso a terra era superiore a quello trascorso in volo. In qualche modo – sottolinea lo psicanalista – la figura del terrorista è preziosa all’Occidente: ci dà l’opportunità di sbattere un mostro, un nemico non definito, in prima pagina. Ma ha senso – si chiede retoricamente Zoja – vivere da reclusi per paura degli attentati quando, ogni anno, l’inquinamento da solo fa oltre mezzo milione di morti?”

“IL NUOVO TERRORISTA E’ NICHILISTA”
Gli fa eco il co-autore de Nella mente di un terrorista, Omar Bellicini: “I media hanno la responsabilità di evidenziare la componente paranoica. In realtà non si tratta di uno scontro tra la civiltà della vita e la civiltà della morte. Dobbiamo intendere la nostra come una società globale, ridurre lo zoom, avere una ottica più ampia, e noteremo che i problemi del nostro mondo hanno sempre le solite cause: economiche, politiche e sociali. La religione è spesso solo un pretesto: il terrorista odierno è un nichilista: è più simile a Rodion Romanovič Raskol’nikov, protagonista del romanzo Delitto e Castigo di Dostoevskij che non ai martiri citati nelle scritture religiose”.

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