L'analisi di David Harrison del Wall Street Journal

Quest’anno il presidente Donald Trump ha ripetutamente elogiato l’attuale numero uno della Federal Reserve, Janet Yellen, ma ha deciso di offrire il posto a qualcun altro, cioè a Jerome Powell. Con lui Trump ha scelto un repubblicano che ha appoggiato costantemente la Yellen e, come capo della Fed, manterrebbe la banca centrale sulla rotta già tracciata.

LE IDEE DI POWELL

«Rappresenterebbe la continuità», commenta Jonathan Wright, ex della Fed e ora alla Johns Hopkins University. Le sue opinioni «sono molto coerenti con l’attuale consenso». Nei cinque anni al Consiglio dei governatori, non ha mai mostrato dissenso su alcuna decisione di politica monetaria o in materia regolamentare. Ha sostenuto il corso attuale della Fed, che ha invertito lentamente la rotta stante il rafforzamento dell’economia. Nelle sue interviste si è detto disposto a impiegare ancora gli stimoli monetari in un caso di grave recessione. Ha sostenuto gli sforzi fatti dalla Fed dopo la crisi finanziaria per rendere più sicuro il sistema bancario, chiarendo che desidera un adeguamento. Sebbene abbia fatto parte di un’amministrazione repubblicana e sovvenzionato i candidati del Gop, ha contestato le iniziative dei rappresentanti dell’Elefante volte a rafforzare il controllo del Congresso sull’istituto centrale.

AVVOCATO E NON ECONOMISTA

I critici dell’ala conservatrice avevano invitato Trump a nominare un presidente che avrebbe rotto con il recente passato. Se confermato dal Senato, Powell, un avvocato, sarebbe il primo presidente della Fed senza un dottorato di ricerca in economia in 30 anni. A sentire l’ex presidente della Fed di Minneapolis, Narayana Kocherlakota, il suo approccio pragmatico gli sarà utile. Altri ex colleghi riferiscono che ha dato anima e corpo nell’incarico alla Fed. In politica monetaria è favorevole all’aumento graduale dei tassi a breve e alla riduzione del portafoglio di bond accumulato per rilanciare l’economia durante e dopo la recessione. Nonostante alcune riserve iniziali, è giunto a sposare la visione – energicamente sostenuta da Yellen e il predecessore Ben Bernanke – che la banca centrale debba intraprendere azioni aggressive per combattere la recessione. Nel 2008 la Fed lanciò il primo di tre round di acquisti di obbligazioni volti a stabilizzare i mercati e abbassare i tassi a lungo termine. Mossa senza precedenti che attirò le critiche di economisti e legislatori per il rischio di un’impennata dell’inflazione.

LE PAROLE E I DATI

A pochi mesi dall’esordio, nel maggio 2012, Powell manifestò in via riservata ai colleghi la preoccupazione che l’acquisto di bond fosse inefficace e agitasse i mercati. Nel suo libro di memorie, Il Coraggio di Agire, Bernanke racconta di come lo avesse pacatamente sollecitato a trovare una via d’uscita. Alla fine, l’economia e il mercato del lavoro si rafforzarono mentre l’inflazione rimase sotto controllo. Powell ammise l’errore. «Lasciamo parlare i dati: finora è evidente che i benefici di queste politiche sono sostanziali e i rischi non si sono concretizzati», disse nel febbraio 2015.

DOSSIER BOND

La Fed dovrebbe ricorrere di nuovo agli acquisti di bond per sostenere l’economia se la situazione si aggravasse e non vi fosse risposta ai tagli dei tassi, ripeté lo scorso febbraio. «Solo in circostanze straordinarie». Secondo l’ex governatore Laurence Meyer, l’esperienza di Powell negli strumenti non convenzionali potrebbe rassicurare i mercati e le famiglie. Gli otto anni di espansione economica non dureranno per sempre. A un certo punto la banca centrale dovrà decidere come agire quando i tassi di interesse saranno di nuovo prossimi allo zero e non potranno calare di più.

QUESTIONE VIGILANZA

Sul piano normativo, Powell ha sostenuto gli sforzi della Fed tesi a rafforzare la vigilanza bancaria in seguito alla crisi. Crede che le banche debbano avere più capitale e liquidità per proteggersi dagli shock, e ritiene che i colossi bancari debbano elaborare piani di risoluzione in caso di collasso. In una deposizione alla Commissione bancaria del Senato, questa estate ha ribadito che le norme post crisi hanno contribuito a rendere il sistema «più forte e stabile» al contrario di Trump che ha definito la legge Dodd-Frank «un disastro». Ma Powell ha anche evidenziato aree in cui la normativa potrebbero essere alleggerita, come la Volcker Rule. Ha raccomandato di rendere gli stress test annuali meno onerosi e proposto di snellire i requisiti su manager e cda delle banche. «Non è un’ampia deregulation», ha spiegato in Commissione. «Bisogna rendere più efficiente la normativa, conservando i grandi risultati ottenuti» in risposta alla crisi finanziaria.

GLI ANNI AL TESORO

Nei tre anni al Dipartimento del Tesoro sotto George H.W. Bush, da assistente del segretario e poi sottosegretario per le istituzioni finanziarie, vide in prima persona come i regolatori possono proteggere i consumatori dallo sgretolamento delle istituzioni finanziarie. Poco dopo il suo ingresso, nel 1990 il Dipartimento dovette affrontare più di 1.000 fallimenti di banche, tra tutte la Bank of New England. Per evitarne il fallimento, che avrebbe potuto destabilizzare l’intero sistema finanziario, insieme ad altri funzionari decise di garantirne tutti i depositi, a prescindere dall’entità. In seguito partecipò alla soluzione dello scandalo Salomon Brothers, banca d’investimento che aveva truccato le aste di titoli di Stato. Arrivò il patteggiamento, i top manager si dimisero e i regolatori non imposero la chiusura. «Ha imparato molto sul problema delle istituzioni finanziarie: proteggere il mercato dall’instabilità sistemica senza incoraggiare altri illeciti», ha riferito Robert Glauber, ex sottosegretario al Tesoro ed ex suo superiore. «Con l’esperienza si sviluppa il fiuto per questo equilibrio, e Jay ha avuto il suo bel da fare». In un discorso del 2013 Powell disse: «Il mercato deve credere che in caso di fallimento di qualsiasi istituzione finanziaria privata la situazione possa essere risolta nel rispetto delle leggi senza costi eccessivi per la società».

TENSIONI POTENZIALI

Tuttavia, sulla discrezionalità della banca centrale potrebbe scontrarsi con i repubblicani alla Casa Bianca. È tra i critici dei disegni di legge del suo partito in cui si chiede al governo di valutare la politica monetaria imponendo ai funzionari della Fed regole matematiche di comportamento, sulla base del presupposto che l’istituto abbia reagito con troppa segretezza alla crisi finanziaria. In un discorso del febbraio 2015 Powell dichiarò: «Le azioni della Fed sono state efficaci, necessarie, appropriate e in linea con il suo ruolo tradizionale». E aggiunse «Non si possono prevedere i costi e i rischi di sottoporre la politica monetaria alla pressione politica». Se si opporrà agli sforzi tesi a rafforzare la presa del Congresso sulla Fed, ha ricordato Meyer, seguirà i passi fatti dai predecessori. Peraltro potrebbe sviluppare legami con Trump e i repubblicani per agevolarsi il compito. «Qualsiasi presidente è responsabile dell’indipendenza della Fed. Volete qualcuno che sia abile nel costruire relazioni e ridurre la vulnerabilità della Fed all’ingerenza della politica? Questo qualcuno è decisamente Powell».

Traduzione di Giorgia Crespi

(Pubblicato su MF/Milano Finanza, quotidiano diretto da Pierluigi Magnaschi)

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