L'analisi di Carlo Cauti

I risultati ufficiali del primo turno delle presidenziali cilene confermano previsioni e attese: è avanti, con il 36,64% dei voti, il candidato del centrodestra Sebastian Piñera, che affronterà nel ballottaggio del 17 dicembre il suo rivale del centrosinistra Alejandro Guiller, secondo al 22,66%.

La sorpresa è il 20,31% di Beatriz Sanchez, la candidata del Frente Amplio delle sinistre, che sfiora la possibilità di essere lei la sfidante del favorito Piñera al ballottaggio e diventa figura chiave nelle trattative elettorali in vista del secondo turno.

Indietro gli altri candidati: José Antonio Kast (destra “pinocheista”) con il 7,92% dei voti supera la democristiana Carolica Goic (5,88%) e l’ex socialista Marco Enriquez-Ominami (5,71%). Sotto l’1% altri due candidati di sinistra; Eduardo Artes, dell’Unione Patriottica (0,51%) e Alejando Navarro del partito Pais (0,37%).

Ex presidente e uomo d’affari Sebastián Piñera, che guida la coalizione di centro-destra Chile Vamos, era in vantaggio in tutti i sondaggi. Questa consultazione è stata la prima che la coalizione di centro-sinistra “Concertación de Partidos por la Democracia”, formatasi per sconfiggere Augusto Pinochet e che ha governato quasi sempre dal 1990 ad oggi, affrontava divisa. La frammentazione condannava il campo di centro-sinistra alla sconfitta, almeno al primo turno.

CRESCITA LENTA E CRITICHE ALLA GESTIONE DELLA BACHELET 

Altro motivo per cui Piñera era il favorito è che le elezioni avvengono in momento di forte malcontento tra i cileni, provocato dal rallentamento dell’economia degli ultimi anni. L’attuale mandato della presidente Michelle Bachelet dovrebbe chiudersi con una crescita media annua dell’1,8%, la più bassa dalla fine della dittatura militare. Il Cile è un Paese abituato ad avere una delle economie più dinamiche della regione: sotto la presidenza di Piñera (2010-2013), era cresciuto in media del 5,3% l’anno, rispetto alla media del 3,3% del precedente mandato presidenziale (2006–2009), ancora della Bachelet.

La principale accusa che i cileni rivolgono alla loro presidente è di essere tornata al Palacio de La Moneda creando molte aspettative con promesse che non è stata in grado di mantenere, come una riforma della Costituzione e riforme che rendessero gratuita l’istruzione superiore e migliorassero la previdenza sociale. La presidente non solo non ne ha realizzata neanche una, ma non è riuscita neanche a ridurre il livello di disoccupazione, intorno al 6,8%, pur aumentando la spesa pubblica e portando il debito dal 14,9% al 24% del Prodotti interno lordo.

Oltre alla sua base elettorale, la Bachelet ha anche scontentato gli imprenditori e la classe media cilena, con la riforma fiscale del 2014, aumentando l’aliquota dell’imposta sul reddito delle società dal 24% al 27% e rendendo più complicato il sistema tributario. Un’imposizione fiscale addirittura superiore alla media dei Paesi dell’Ocse, di cui il Cile è l’unico membro sudamericano, che ha portato ad una riduzione del tasso di investimenti nel Paese andino. Una ricerca del Centro per gli Studi pubblici (Cep) di Santiago mostra che solo il 17% dei cileni vede la situazione economica del Paese in modo positivo. Non a caso, fra le principali proposte di Piñera vi sono abbassare le tasse e semplificare il sistema fiscale.

Infine, non bastassero i problemi economici, anche gli scandali di corruzione che dal 2015 hanno coinvolto suo figlio Sebastián Dávalos e altri membri della sua famiglia hanno contribuito a minare l’immagine della Bachelet. La presidente lascerà La Moneda con un indice di approvazione al 23%, mentre aveva il 52% all’inizio del suo mandato.

PREVALE LA TENDENZA AL CAMBIAMENTO

La tendenza naturale, dunque, è una rivolta degli elettori e una tendenza al cambiamento politico alla guida del Cile. Anche perché la campagna elettorale del blocco di centro-sinistra è stata un mezzo disastro sin dall’inizio. Il candidato del governo Guillier, oltre ad avere un’immagine legata all’esecutivo Bachelet – il che non aiuta affatto nei sondaggi –, ha sempre mostrato poco interesse per la campagna elettorale. Quasi già prefigurasse la disfatta e non intendesse, quindi, spendere troppe energie. Guillier ha presentato il suo programma elettorale solo a una settimana dal voto, mentre Piñera lo ha fatto sei mesi fa. E, infine, il candidato di governo è francamente desolante, dal punto di vista della carenza di carisma.

I  sondaggi della vigilia indicavano che, in un ipotetico ballottaggio con Piñera, Guillier raccoglierebbe solo il 38%. Un risultato deludente, se si pensa che gli altri candidati di centro-sinistra (sei in tutto) dovrebbero normalmente appoggiarlo. Dovrebbero, ma non è affatto sicuro che lo facciano, considerate le divisioni profonde nello schieramento. Cosa che non avverrà invece tra i partiti di centro-destra, dove l’altro candidato, Kast, nostalgico di Pinochet, appoggerà sicuramente e senza riserve Piñera.

(Articolo tratto dal sito AffarInternazionali)

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