Rigore professionale, sacrificio, grande preparazione, che ha posseduto fino all’ultimo giorno, e che ha messo in mostra nella cura maniacale con la quale preparava i suoi servizi, dove magistralmente raccontava la Chiesa e i papi. Sono sole alcune delle caratteristiche più belle che hanno contraddistinto lo storico giornalista Giuseppe De Carli, maestro dell’informazione religiosa venuto a mancare prematuramente, nel 2010. E ricordate in occasione della cerimonia di premiazione della quarta edizione del premio “Giuseppe De Carli”, organizzato dall’omonima associazione e dedicato all’informazione religiosa, che si è svolta giovedì 14 dicembre presso la Pontificia Facoltà teologica “San Bonaventura” Seraphicum, a Roma.

IL PREMIO “GIUSEPPE DE CARLI”  E LA TAVOLA ROTONDA SU FRANCESCO

Grande amico personale di Joseph Ratzinger, vaticanista Rai dove ha combattuto battaglie forti, una su tutte la nascita di Rai Vaticano, quella del premio dedicato alla figura di Giuseppe De Carli è stata così un’occasione per ripercorrere, seguendo le orme lasciate dal giornalista e indicanti l’etica professionale e la passione per il racconto della Chiesa, l’attuale contesto storico e quindi il pontificato di Papa Francesco. Del quale si è già scritto tanto, forse persino troppo, qualcuno ha provato a fare notare. Ma di cui allo stesso tempo non si smette mai di osservarne l’originalità, e allo stesso tempo l’autenticità, e di stupirsene. Della sua figura cioè di pontefice, già a partire dall’inedito nome, e quindi della sua grande portata. E poi del messaggio che comunica ai fedeli nel mondo globalizzato, e altresì a tutto il resto dei suoi abitanti, anche non cristiani.

LE PAROLE DEL DIRETTORE DI TG2000 LUCIO BRUNELLI

“Ricordo quel 13 marzo, giorno della sua elezione, e l’emozione di quel buonasera”, ha detto il direttore del Tg di Tv2000 Lucio Brunelli. “Su quello che è venuto dopo è stato detto tutto: le immagini, i neologismi, una semplicità che non è semplicioneria ma umiltà di un Papa comprensivo e comprensibile. Ma è solo questo? Non credo. Qual è allora il segreto? Woytila si dice fosse un Papa da vedere, Benedetto XVI da leggere, Francesco invece è da toccare. È il segno che vuole essere prossimo alla gente. A me piace l’espressione di don Luigi Giussani, quando parla di un umano da guardare e parlare, di un volto che comunica più delle parole. Dove se si ha dentro una gioia che non è solo propria, il volto la riflette”. Immagine che rimanda all’attitudine di Jorge Bergoglio, per la quale fortemente rivelativa è l’espressione, da lui stesso pronunciata alle telecamere di Tv2000, in cui rispondendo alla domanda sul terremoto di pochi giorni prima il pontefice affermò, bonariamente, di non averlo affatto sentito perché “io dormo come un legno”. “Io prego, il resto lo fa la grazia”, disse Bergoglio a Brunelli.

IL RISCHIO DELLA MOLTIPLICAZIONE DEGLI INTERVENTI DEL PAPA

Il direttore di Tg2000 però, continuando il suo intervento. ha pure messo in guardia gli operatori della comunicazione vaticana da quello che a suo dire è un aspetto importante degli interventi del Papa, ovvero la loro eccessiva “moltiplicazione”, “una mole enorme che può rischiare di fare perdere valore nel tempo alle sue parole”. Che può causare effetto di “inflazione e svalutazione, ma anche di perdere la gerarchia dell’importanza delle sue parole”. ”È il sistema moderno dei media che porta a questo”, ha spiegato Brunelli: “Una personalizzazione eccessiva del Papa che rischia di separarlo dalla Chiesa, non nel senso di Curia ma nel senso dalla tradizione intesa come qualcosa di bello e grande, dei contorni della Chiesa che rischiano di sfumarsi. L’informazione religiosa è diventata persino troppo papista, inteso come spazio che occupa nella totalità, e si rischia di ridurre il pontefice a personaggio. Bisogna quindi raccontare non ogni battito di ciglia, ma esperienze di fede, e della Chiesa, che rendano tangibile l’esperienza cristiana”.

IL COMMENTO DEL VATICANISTA ALESSANDRO GISOTTI

“Azzeccai in anticipo la nomina di Ratzinger, persino quella di Obama. Ma Bergoglio no, era così difficile immaginarlo tra i papabili”, ha ricordato invece giocosamente il giornalista Alessandro Gisotti, a lungo caporedattore della Radio Vaticana e ora responsabile dei social media nella Segreteria delle comunicazioni vaticane. “Tutto il pontificato di Francesco è un avvenimento linguistico”, ha proseguito Gisotti. “Wittgenstein diceva che i limiti dell’umano sono nel linguaggio: ecco, con Bergoglio il linguaggio si allarga, è più ampio ed è sempre proteso verso l’altro. Anche lo stesso ‘buonasera’ pronunciato subito dopo l’elezione è stato un avvenimento linguistico. Un termine ordinario, se non banale, ma diventato straordinario per la persona che lo ha pronunciato. Ricordo ragazzini che sull’autobus si dicevano: ‘Ma hai visto che ha fatto il Papa?’. È stata la porta dei social media a fargli arrivare questo messaggio, dove oggi i ragazzi si incontrano e persino ci ‘escono’, e dove Francesco c’è entrato in modo naturale”.

I SOCIAL, LE CRITICHE E I TENTATIVI DI IMITAZIONE

Il Papa infatti, ha spiegato Gisotti, “è social perché ha una caratura nei gesti che lo rende possibile”. Perché “il suo parlare è breve ed è pieno di immagini, e quindi immaginifico, che genera immagini”. E perché la sua “grande spontaneità” è “irrefrenabile. C’è chi ha affermato che comunicare è il suo modo più distintivo di governare. Ci sono semiotici che lo stanno studiando, e che hanno notato che ogni parola, anche la più semplice, genera significato”.

Padre Spadaro ha parlato di eventi comunicativi. È il Papa della ricomunicazione, il cui modo di comunicare si adatta a tutti i linguaggi. Guido Mocellin diceva che lui piace non perché fa così, ma perché è così. È una sintesi perfetta tra messaggio e messaggero, comunicare e comunicato”, ha spiegato ancora. Le critiche che gli vengono mosse nascono poi dal fatto che “dice quello che pensa, anche controcorrente”, ha concluso Gisotti. “Ci sono leader politici che cercano di imitarlo ma che risultano ridicoli, per la distanza tra ciò che si dice e ciò che si vive. E il rovesciamento del paradigma dell’autorità”, che Francesco ha portato, “non è stato accolto con semplicità, anche dentro la Chiesa. Sinodale però non è il suo governo ma è lui, il fatto stesso che cammina in mezzo alla gente. Le immagini che ci offre sono sempre coerenti con la sua comunicazione: è l’incarnazione di una Chiesa che cammina tra la gente che ha bisogno di un orientamento e di una via. E ci sprona anche a noi a partecipare del continente digitale, come diceva Benedetto XVI, per farci portatori di umanità”.

LA PREMIAZIONE E I VINCITORI DELLA VARIE CATEGORIE

I giornalisti che si sono aggiudicati i primi premi sono Stefania Falasca di Avvenire, nella categoria testi, per l’intervista a Bergoglio sulla sua testata; Antonello Carvigiani, di Tv2000, per un docu-film sulla strage di Debre Libanos; nella categoria giovani infine, Ilaria Beretta di Mondo e Missione, che ha raccontato alcune storie di padri missionari in Africa, e Elisa Bertoli di Credere, che ha riportato una toccante storia di un giovane in fuga da Kabul, e della sua successiva conversione. Oltre a loro, premiati anche Mimmo Muolo di Avvenire, Alessandra Buzzetti del Tg5, Manuela Tulli dell’Ansa, Annamaria Salvemini di Padre Pio Tv, e infine lo spagnolo Antonio Pelayo di Antena3 Tv, che ha ricevuto il il Premio alla carriera.

IL RICORDO DI DE CARLI

“Ricordo le dirette in cui si svegliava freschissimo pur dormendo pochissimo, la preparazione maniacale dei servizi, l’entusiasmo, le discussioni infinite sui papi e sulla Chiesa”, ha commentato ancora Brunelli ricordando il giornalista scomparso. “La sua testimonianza non era di comunicatore ma di cristiano. Parlando di servizio pubblico mi sono sentito toccato. Nel nostro lavoro questo spirito di servizio è alla Chiesa e al Papa, Giuseppe di questo ne era incarnazione”, ha affermato invece Gisotti.

“Sono molto ammirato di come preparava i suoi interventi e faceva ricerca. Dimostrava professionalità, e io vorrei questo per tutti voi”, ha aggiunto Daniel Arasa, docente di comunicazione alla Pontificia Università della Santa Croce. E non manca il richiamo “all’umanità che lo ha contraddistinto come persona”, come ha spiegato la giornalista del Tg2 Nadia Monetti: “In Rai si ricorda con grande affetto e stima, nel modo che ha valorizzato positivamente il servizio pubblico. Nelle scuole di giornalismo ci sono giovani che, grazie a quanto tramandato dagli insegnanti di religione, lo citano come modello di professionista”. “Quando un collega si spegne in tempo prematuro e però viene ricordato, anche fra i giovani, vuol dire che lascia un segno”, ha proseguito la vaticanista di RaiNews 24 Vania De Luca: “Informare su eventi come il viaggio di Benedetto XVI in Terra santa era un dovere che sentiva dentro di sé. Questo spirito non era una di una singola testata, ma del servizio pubblico nel suo insieme. Ci ha mostrato che il giorno in cui venisse meno la passione per il nostro lavoro, e l’interesse intellettuale, bisogna fare altro, e questo vale per tutti i giornalisti”.

LA CONCLUSIONE DI PADRE FEDERICO LOMBARDI

Tra le prima file presente infine anche il gesuita padre Federico Lombardi, che ha ritirato il premio in qualità di presidente della Fondazione Ratzinger, una medaglia fatta coniare espressamente dall’Associazione De Carli per Benedetto XVI. “De Carli manifestava la profondità e la serietà della sua cultura umanistica: un aspetto prezioso, non scontato, non comune e oggi non sufficientemente incoraggiato. Mentre invece per una buona informazione religiosa e vaticana è un aspetto essenziale, in quanto bisogna capire e sapere di cosa si parla”, ha concluso Lombardi. “Parlando di Ratzinger questa osservazione mi è venuta spontanea: con lui bisognava dedicare attenzione, avere pazienza di ascoltare e gusto di riflettere nella densità dei contenuti. Cosa che non tutti abbiamo, spesso per mancanza di tempo e concentrazione”. De Carli infatti, “per preparazione e per partecipazione di fede”, era “sicuramente capace di apprezzare le parole di Ratzinger, e quindi di comunicarle con sostanziosità. Questo è il messaggio che va raccolto: vale la pena di impegnarsi a capire, a fare discorsi non superficiali o di sostanza. Il predominio dell’immagine va bilanciato con una profondità culturale, di ascolto e di attenzione. Pensare a Ratzinger e De Carli insieme mi fa molto bene, e fa bene a tutti, perché abbiamo ancora molto da imparare da loro due e dal loro rapporto”.

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