La strada di Giorgio La Pira e le sfide del Mediterraneo

La strada di Giorgio La Pira e le sfide del Mediterraneo
L'analisi di Michele Gradoli

In una sua lettera a Papa Pio XII nel 1958, Giorgio La Pira definiva il Mediterraneo come un nuovo “lago di Tiberiade” sovrapponendo l’immagine biblica dell’origine dei popoli con quella del pluralismo mediterraneo a lui contemporaneo. In quella definizione, efficace e visionaria, La Pira restituiva alla regione la sua importanza storica e moderna, particolare e globale “perché – scriveva – da Oriente e da Occidente le nazioni “vengano a bagnarsi” in questo grande lago di Tiberiade, che è, per definizione, il lago di tutta la terra”.

Una vocazione universale quella del Mediterraneo, culla delle civiltà e dei monoteismi mondiali, nati nello “spazio di Abramo” e destinati ad “annunciare la benedizione e la pace nella casa e presso la famiglia di Abramo, e in tutte le case e presso tutte le famiglie degli uomini!”.

È un’immagine attuale quanto lontana: se da un lato, infatti, è evidente che ormai il Mediterraneo ha riacquistato centralità negli equilibri mondiali coinvolgendo gli interessi anche di attori distanti dall’area, dall’altro la visione irenica di La Pira sembra messa in discussione dai drammi che ormai si riversano sulle sponde e nelle acque di questo mare.

La crisi economica da un lato e regimi dittatoriali dall’altro, l’illusione – in alcuni casi – di una transizione democratica, l’instabilità scatenata dalle Primavere arabe, la drammatica diffusione dei gruppi jihadisti nei Paesi del Maghreb, del Medio Oriente e poi in Europa, contestualmente alla c.d. “crisi migratoria”, minacciano e allontanano ogni giorno le speranze e gli sforzi per una riappacificazione della regione.

Anche in un contesto così complicato, tuttavia, la visione di La Pira riacquista valore perché ricorda a tutti gli abitanti di questa regione il loro destino comune.

Un’unione sottolineata dalle culture che nei secoli si sono incontrate, scontrate e fuse, ma anche contestata e frammentata oggi da chi presenta il Mediterraneo come una ferita non più rimarginabile. Esiste ormai una retorica della divisione in cui il Mediterraneo è presentato come spaccato in due sponde lontanissime: una europea, democratica e a rischio; l’altra araba e africana, ormai fuori controllo (a parte qualche eccezione) e pericolosa per la vicina Europa.

Una visione del genere che presuppone chiusure e barriere, tuttavia, è stata superata dalla realtà delle migrazioni contemporanee: i confini sono mutati, sono stati superati e, sebbene non sia discutibile l’impegno dei Paesi europei per la protezione della sicurezza, va evidenziato che ormai qualsiasi politica non è più immaginabile incasellata all’interno di rigidi confini nazionali che, pur rassicuranti, di fatto, trattengono con grande difficoltà la strabordante mobilità alla quale assistiamo.

La cooperazione dei governi diventa indispensabile ora più che mai in un lavoro complesso di bilanciamento fra l’elaborazione delle politiche interne alle quali corrispondono azioni sullo scacchiere internazionale e regionale.

In questo scenario riemerge forte l’esigenza di una convivenza civile: già nel 2006 Andrea Riccardi aveva evidenziato il bisogno di una “civiltà del convivere”, costruita dalla politica insieme ai cittadini, per riacquistare con visione – e con speranza – il destino comune dei popoli mediterranei radicati da sempre nello stesso lago.

Sulla scia di questo richiamo al “convivere” sembra che siano almeno due le sfide per i legislatori e per i governi europei: la prima è quella della garanzia della sicurezza minacciata dalla diffusione del jihadismo dell’Isis contro il quale si deve combattere con competenza e con decisione anche per riacquistare credibilità e affidabilità fra gli stessi cittadini. Sempre più spesso è accaduto che alla sfiducia crescente dei cittadini europei nei confronti delle Istituzioni europee e nazionali si è aggiunta la paura scatenata dagli attentati terroristici, in un corto circuito che ha fatto esplodere un panico nazionalista e conservatore.

La seconda sfida è quella della protezione dei diritti: le migrazioni, che non costituiscono un fenomeno emergenziale ma rappresentano una realtà stabile e in crescita anche a causa del perdurare delle cause che le originano, andranno ad alimentare il pluralismo europeo, facendo pressione sugli equilibri che da sempre lo hanno reso possibile in Europa. D’altro canto, il pluralismo e la democrazia costituiscono il Dna dell’Europa stessa e per questo non è pensabile una riduzione delle tutele previste anche se è diventata altrettanto necessaria un’opera ulteriore di comunicazione e di trasmissione dei valori suddetti a tutti coloro che vorranno vivere in Europa, cittadini europei inclusi.

È un percorso complesso nel quale si aggiungono sfide sempre più complicate ma – forse – val la pena ripercorrere le strade della convivenza civile nella condivisione del destino comune per tornare a “bagnarsi in questo grande lago di Tiberiade” e non semplicemente per affogarci.

ultima modifica: 2017-12-15T16:20:06+00:00 da Michele Gradoli

 

 

 

 

 

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