Cosa significa il tour in Medio Oriente di Vladimir Putin. Parla Carlo Pelanda

Cosa significa il tour in Medio Oriente di Vladimir Putin. Parla Carlo Pelanda
Conversazione di Formiche.net con Carlo Pelanda, coordinatore del dottorato di ricerca in geopolitica e geopolitica economica dell’Università Guglielmo Marconi di Roma

Con tre tappe in rapida successione – Siria, Egitto e Turchia – Vladimir Putin ieri ha compiuto un blitz fulminante in Medio Oriente. Si tratta – sostiene Carlo Pelanda, coordinatore del dottorato di ricerca in geopolitica e geopolitica economica dell’Università Guglielmo Marconi di Roma in questa intervista a Formiche.net - della riprova del nuovo attivismo russo in una regione di tradizionale competenza degli Stati Uniti. Frutto dell’intervento di Mosca nel conflitto siriano, dove Putin ha sparigliato le carte permettendo al presidente Bashar al-Assad di protrarre il suo potere, ma anche della scelta strategica americana di “disingaggiarsi” e di “affidare all’Arabia Saudita” il compito di mantenere l’ordine.

Putin si dimostra un maestro della tattica, interloquendo simultaneamente con potenze rivali come Iran e Arabia Saudita, Egitto e Turchia, Israele e Siria, e ponendosi tra loro – spiega Pelanda – come “honest broker”. Ma non è detto che da un punto di vista strategico queste mosse si rivelino vincenti, come dimostra la difficoltà – nonostante gli sforzi profusi – a trovare una soluzione al puzzle siriano. Non è neanche detto del resto, sostiene Pelanda, che a Putin interessi davvero. Dal suo punto di vista, del resto, la missione è compiuta: “A Putin interessa trionfare nelle presidenziali dell’anno prossimo”, e al mulino della campagna elettorale appena partita “può portare la vittoria in Siria, dichiarata ieri nella sua visita lampo alla base di Khmeimim”.

Nel breve tempo trascorso in Siria, parlando di fronte alle sue truppe, Putin ha annunciato il parziale ritiro del dispositivo militare. Ma “è solo una mossa elettorale”, sottolinea Pelanda. “Il ritiro infatti è già avvenuto da almeno tre mesi, quando i russi hanno rischierato le proprie risorse in modo tale da garantire un presidio da cui sono pronti a reintervenire quando vogliono. Ciò che è più interessante, dietro l’annuncio di ieri, è che con esso Putin ha preso le distanze da Assad”. Già. Come nota un editoriale del Foglio di oggi, i generali russi hanno invitato il presidente siriano a non salire sul palco da cui Putin ha pronunciato il suo discorso. Non è tutto però, aggiunge Pelanda: “L’altro messaggio generale che Putin ha lanciato dalla Siria riguarda il Libano: poiché potrebbe esplodere, Putin ha voluto far sapere che la Russia non è vincolata ad intervenire nel Libano”.

Eppure Putin è stato colui che ha assicurato la sopravvivenza politica, se non fisica, di Assad. Lo ha fatto dispiegando la sua aviazione che, a partire dal settembre 2015, ha bombardato a tappeto l’opposizione, con la scusa di sconfiggere il terrorismo. Due anni dopo, con i ribelli confinati in poche enclave, Assad si sente al sicuro. E il suo patron russo può permettersi di dichiarare vittoria e invitare le parti a sedere ad un tavolo e a trattare. Due settimane fa a Sochi, alla presenza del presidente turco Recep Tayyip Erdogan e di quello iraniano Hassan Rouhani, Putin ha illustrato il suo piano di pace convocando un congresso del popolo siriano. Quante probabilità ha il capo del Cremlino di far siglare alle parti un accordo politico? “A Putin in verità della pace non gliene frega niente”, è il giudizio tranchant di Pelanda. “L’interesse di Putin è fare fumo per tenere il pallino della crisi siriana. Il congresso del popolo significa solo che Putin, in accordo con l’Arabia Saudita, cercherà di gestire il post-Assad. La convergenza con Riad che Putin sta costruendo faticosamente altrimenti non reggerebbe. Putin vuole dunque apparire almeno pro forma come un buon mediatore, l’ago della bilancia, colui che fa il lavoro che l’America non fa più”.

L’America, dal canto suo, ha gestito – e vinto – il conflitto con lo Stato islamico. Lo ha fatto con la collaborazione militare dei curdi dell’YPG, inquadrati nelle Syrian Democratic Forces. Le stesse che Erdogan considera nemici mortali e che vuole mantenere fuori da ogni accordo di pace. Erdogan ora però è costretto ad assistere con orrore alla collaborazione tra russi e curdi in Siria. Come reagirà il sultano di fronte a questa provocazione? Pelanda invita a non farsi trarre in inganno. “Queste mosse sono comunque concordate. Non vengono fatte contro qualcuno, tanto meno contro Erdogan. Dimostrano semmai un’intelligenza strategica della Russia che vuole porsi in quel teatro come ‘honest broker’, come mediatore che ha soluzioni razionali per tutti e che cerca di accomodare tutti. Che gli riesca o meno, poi, questo è tutto da vedere”.

Oltre ad Assad, ieri Putin ha incontrato due alleati di Washington come Erdogan e il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi. Che si sono recentemente avvicinati alla Russia. Un segnale che non è passato inosservato negli Stati Uniti, spingendo il New York Times a scrivere un articolo preoccupato che denuncia il declino dello storico ruolo americano nella regione. L’egemonia Usa in Medio Oriente è dunque al lumicino? “L’America si è disingaggiata da tempo”, spiega Pelanda. ”L’impero si sta ritirando, e non lo sta facendo a causa di errori, è una mossa pensata. Quanto a Donald Trump, il suo approccio è sintetico: il suo obiettivo primario è non disperdere le risorse. Dunque fa l’accordo coi sauditi e ci penseranno questi ora a tenere a bada gli egiziani. Inoltre Trump non vuole più spendere soldi per l’Egitto. L’approccio di questa amministrazione è cercare di guardare a ciò che veramente è l’interesse primario dell’America, per il resto se ne frega. Il proprio interesse vitale è fondamentalmente essere riconosciuti dall’Arabia Saudita come protettore contro l’Iran”.

Non è da oggi che si parla di declino americano. E non è da oggi che si parla di un’uscita della Turchia dalla sfera di influenza degli Stati Uniti. L’incontro di ieri tra Putin ed Erdogan ne è un’ulteriore conferma. Durante la conferenza stampa con il collega russo, il presidente turco ha annunciato che funzionari governativi di Mosca ed Ankara si incontreranno a breve per finalizzare la vendita alla Turchia del sistema missilistico S-400. “Qui però”, secondo Pelanda, “la Turchia sta varcando una linea rossa. E secondo me pagherà un prezzo”. Quale, gli chiediamo: l’uscita dalla Nato? “La Turchia è già fuori della Nato”, risponde Pelanda. “Lo è da anni. A Trump comunque della Nato interessa poco. Non dimentichiamo che è dai tempi di George W. Bush che l’America sta maturando l’idea che è necessario convicere gli alleati a sviluppare competenze regionali, lasciando che l’America intervenga solo in casi estremi. È il concetto seguito da Barack Obama: leading from behind. Non confondiamolo però con una ritirata, perché l’America non vuole rinunciare al potere globale. Anche se non si capisce come l’America possa recuperare centralità”.

Sempre in conferenza stampa, Putin ed Erdogan hanno sottolineato che la decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele “sta destabilizzando la regione e spazzando via ogni prospettiva di pace”. Putin sta capitalizzando la rabbia anti-Trump? “Ma queste sono dichiarazioni per i giornali”, dice Pelanda. “Di Gerusalemme non interessa nulla né a Putin né a Erdogan. L’unico a essere preoccupato per Gerusalemme è l’Iran. Queste dichiarazioni servono per rassicurare Teheran. Perché l’Iran vede la fine di Hezbollah e di Hamas”.

Ma anche l’Europa, ribattiamo noi, è preoccupata per la mossa di Trump. “L’unico ad essere davvero preoccupato è Emmanuel Macron”, afferma Pelanda. Il presidente francese ha intuito che, come controparte per Gerusalemme, “Trump ha chiesto a Israele di fare pulizia dei terroristi. Che è poi anche una necessità: Israele non può andare avanti con i problemi di Iran ed Hezbollah sul collo. Se vuole sopravvivere deve annichilire Hamas e sconfiggere Hezbollah per evitare che continui a tenere il dominio sul Libano e quindi l’influenza sulla Siria. E questo è il motivo per cui Macron è molto agitato. Perché la Francia si sente il garante del Libano, che è il suo modo di sentirsi al centro della regione. Non dimentichiamo che la Francia ha benedetto l’accordo tra Hezbollah e i cristiani maroniti. Se adesso gli israeliani gli fanno fuori gli Hezbollah, la Francia è fuori. Questo è il motivo per cui Macron è stato molto attivo e ha chiesto ai governi europei di condannare subito la mossa di Trump”.

ultima modifica: 2017-12-12T07:30:03+00:00 da Marco Orioles

 

 

 

 

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