Di seguito un estratto del volumetto “Coraggio per la realizzazione: impulsi per un’Unione europea forte e in grado di costruire il proprio futuro” realizzato in collaborazione con la Fondazione Konrad Adenauer

Per una politica di sicurezza e di difesa più efficace

Un ambito in cui i cittadini si aspettano un’Unione europea più forte, più efficace e più presente è quello della politica di difesa e di sicurezza. Le crisi degli anni passati hanno mostrato che l’Ue non è un’isola felice, lontana dai conflitti e dai pericoli della politica internazionale. L’aggressione russa alla Crimea, cui è seguita la sua illegale annessione, e il conflitto nell’est dell’Ucraina hanno scosso la politica di sicurezza dell’Europa e hanno fomentato paure per i vicini russi che si ritenevano superate. L’afflusso di profughi in seguito alla crudele guerra in Siria ha portato Germania e Unione europea ai limiti della propria coesione. E il terrorismo del sedicente Stato islamico semina odio e violenza fin dentro le capitali d’Europa.Queste crisi e minacce ci mostrano che l’Unione europea si deve proteggere meglio, perseguendo una politica estera, di sicurezza e di difesa consapevole e da realizzare con l’apporto di tutti ed equipaggiata con i mezzi necessari.

L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea (la Brexit) e la politica del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, orientata agli interessi politici del suo Paese rendono ancora più urgente questo agire comune. La dichiarazione della cancelliera tedesca Angela Merkel, secondo la quale noi stessi dobbiamo assumerci più responsabilità, non vale solo per la Germania, bensì per l’intera Unione europea. Questo riconoscimento ha portato lo scorso anno a una nuova dinamica nella politica di sicurezza e di difesa comune (Psdc).

Con la Global strategy dell’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza vi è dall’estate 2016 una base strategica adeguata ai tempi. Partendo da questa, la ministra della Difesa della Germania e il suo collega francese hanno messo in movimento una nuova iniziativa di collaborazione stabilita durante i vertici europei di Bratislava e Bruxelles. Dalle dichiarazioni d’intenti sono emersi dei risultati provvisori. Per citare solo tre esempi: in primo luogo è stata creata un’unità di pianificazione militare, che funge da completamento all’unità civile e aiuta a governare gli interventi dell’Ue. In secondo luogo, vi è finalmente la volontà politica di attivare quella Cooperazione strutturata permanente possibile sin dal trattato di Lisbona, la quale permette ai singoli Stati di cooperare più strettamente a livello militare sotto l’egida dell’Ue. In terzo luogo, la Commissione europea ha dato avvio al processo di creazione di un Fondo europeo per la difesa che negli anni a venire dovrà mettere a disposizione fino a 5 miliardi di euro l’anno per lo sviluppo comune e per l’acquisizione di equipaggiamenti militari. Tutte queste misure rappresentano importanti passi nella giusta direzione.

In particolar modo, il Fondo di difesa è degno di nota, in quanto dà una spinta verso un’industria europea di armamenti più fortemente allineata e dà impulsi a una ragionata pianificazione militare europea. Della sua attuazione dovrebbe essere incaricata l’agenzia di difesa europea, che attraverso ciò potrebbe essere rivalutata e riportata alla sua funzione originaria. Fondamentalmente è anche positivo constatare che per la prima volta la Commissione europea si sia impegnata vigorosamente con il Fondo a favore della Psdc. Questa dinamica positiva deve essere continuamente consolidata – con lo scopo di un’Unione europea della difesa. In questo contesto è determinante che l’Europa acquisisca maggior capacità di azione – e che trovi anche la volontà politica di agire nel concreto. Ciò significa quindi che la Psdc si dovrà concentrare maggiormente rispetto a quanto fatto finora nel mettere a disposizione mezzi subito impiegabili. Ciò significa che sia gli Stati membri sia l’Unione stessa impiegheranno più mezzi finanziari per la prevenzione e per la gestione di crisi e per l’approvvigionamento di equipaggiamento militare, e che collaboreranno più strettamente nello sviluppo e nell’acquisizione di questi mezzi. In questo discorso rientra anche l’avvicinarsi all’obiettivo del 2 per cento del Pil negoziato con la Nato per le spese destinate alla difesa.

Dovrebbe perciò essere organizzata una vera avanguardia europea, con formazioni militari come i cosiddetti Battle Groups da impiegare poi per la gestione delle crisi, ad esempio in Africa. Come discusso congiuntamente dal presidente Macron e dalla cancelliera Merkel,  Francia e Germania – nella veste dei due più grandi Stati membri dell’Ue – dovrebbero avanzare per primi in questa idea, lasciando comunque la porta sempre aperta agli altri Stati membri perché partecipino. Scopo di una crescita di effettività della Psdc sarebbe un esercito europeo che comprenda tutte le forze armate come l’esercito, la marina e l’aviazione.

Quello dell’esercito europeo è un concetto che suscita però domande e reazioni di difesa: come dovrebbe allora apparire, nella pratica, questa forza militare? Chi decide il suo dispiegamento? Come si accorderebbe con le leggi di sovranità nazionale, come la legge tedesca di partecipazione parlamentare (Parlamentsbeteiligungsgesetz)? Queste domande sono legittime, ma non possono distogliere dal fatto che l’Europa, per canalizzare i suoi sforzi, ha bisogno di più del modello dell’Unione di difesa. Perché la difesa, in particolar modo la dissuasione delle grandi potenze nucleari, in Europa resta compito della Nato.

Ma ciò di cui abbiamo urgentemente bisogno – anche per alleggerire la Nato e nel senso di un’Europa capace di maggior autodeterminazione –, è la capacità di gestione militare delle crisi nella periferia europea. Perciò alla lunga non basterà pensare solamente alle isole della cooperazione, bisognerà invece sfruttare le esperienze fatte con l’eurocorps e con i Battle Groups per sviluppare una politica di sicurezza comune di tutti gli Stati membri, politica che venga decisa nel Consiglio europeo e che venga attuata e controllata dalla Commissione, dal Parlamento europeo e dai parlamenti nazionali. Tutto ciò implica anche un vero Quartier generale delle forze armate europee. Per essere efficace, questa politica comune di sicurezza e difesa deve poter ricorrere a forze militari programmate, equipaggiate e condotte a livello comunitario. Da una prospettiva tedesca è auspicabile che la Francia – anche in quanto membro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite – assuma nell’Unione europea un ruolo-guida in merito a tali questioni.

Richieste:

L’Ue, considerata la sua posizione di sicurezza critica, deve migliorare la sua politica di sicurezza e di difesa comune (Psdc); strutture e processi non devono essere uno strumento fine a se stesso, devono bensì servire alla messa a disposizione di capacità aggiuntive di tipo militare; l’Ue e i suoi Stati membri devono investire chiaramente di più, con maggiori mezzi finanziari, nella difesa – nonché armonizzare l’acquisizione e l’utilizzo delle sue capacità; per il compito più urgente della Psdc, ossia la gestione militare delle crisi nella periferia europea, le forze armate dell’Unione europea restano un obiettivo necessario

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