L'intervento della senatrice liberale, presidente della Commissione di vigilanza sulla Cassa depositi e prestiti e vicepresidente dell'Intergruppo parlamentare Italia-Israele

Partiamo dall’antefatto. Con l’ultima legge di bilancio il governo ha previsto la possibilità di dare ad Invitalia (Agenzia del Mef preposta ad attrarre investimenti in Italia) la facoltà di operare come istituzione finanziaria in Paesi esteri ad alto rischio, con facoltà di avvalersi del supporto tecnico di Sace (la controllata di Cassa depositi e prestiti che aiuta le imprese italiane nell’internazionalizzazione).

Tradotto: il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha deciso di costituire una propria Sace che è “autorizzata a effettuare finanziamenti e al rilascio di garanzie e all’assunzione in assicurazione di rischi non di mercato” agli operatori nazionali che operano in Paesi ad alto rischio (leggasi Repubblica islamica d’Iran).

Da presidente della Commissione di vigilanza sulla Cassa depositi e prestiti ho sollevato da subito fortissime perplessità sulla possibile esposizione di Cdp al rischio di perdere la fiducia degli investitori internazionali o, ancora peggio, di incorrere in future sanzioni. Ho perciò proposto di togliere dal testo ogni riferimento a Sace.

Da senatrice, da liberale e da vicepresidente dell’Intergruppo parlamentare Italia-Israele ho inevitabilmente esteso la contestazione a tutto l’impianto di questo articolo e ho chiesto al governo di tornare sui propri passi rinunciando a favorire legami economici e politici con l’Iran che, è bene ricordarlo sempre, ha la “vocazione” di annientare lo Stato di Israele, è il primo al mondo in classifica per rischio riciclaggio di denaro (in particolare a favore del terrorismo internazionale) ed ha un altissimo grado di corruzione a tutti i livelli, da quelli politici a quelli finanziari.

Mentre in Italia si discuteva di legge di bilancio, in Iran montava la protesta del popolo contro il suo progressivo impoverimento a fronte invece di massicci investimenti di risorse per accrescere l’apparato militare per proseguire gli interventi militari in Siria, Iraq, Libano e Yemen.

Veniamo ad oggi. I riflettori continuano ad essere puntati su Teheran, dove crescono le proteste del popolo iraniano ma anche la forte repressione da parte delle Autorità. Tuttavia l’attenzione internazionale in questi giorni è rivolta anche Bruxelles, Washington e Roma. Federica Mogherini ha convocato a Bruxelles i ministri degli esteri di Francia, Germania e Regno Unito per ribadire l’importanza del trattato sul nucleare iraniano del 2015 e manifestando al contempo preoccupazione, solo di facciata, sul tema dei diritti umani.

Il tweet dai toni trionfalistici del ministro degli Esteri iraniano al termine dei colloqui dimostra l’esito nefasto del vertice europeo. A questa presa di posizione ha risposto ieri Washington, prorogando per l’ultima volta lo stop alle sanzioni ma dando un secco ultimatum ai partner europei: si dovrà migliorare l’accordo oppure la prossima volta gli Usa si sfileranno. Non si è fatta attendere la risposta di Teheran nella quale ribadisce che non verrà mai accettato alcun cambiamento dell’accordo già siglato. Il duello tra la Casa Bianca e la Repubblica Islamica d’Iran (assieme a tutti i suoi partner politici o economici) è perciò solo rinviato. E Roma che fa?

Giovedì scorso, presso la Sala intitolata alla memoria del Presidente Ciampi, il Ministro dell’Economia Padoan ha firmato con il viceministro dell’economia iraniano, Mohammed Khazaei, il Master Credit Agreement per il via agli accordi per 5 miliardi di finanziamenti. A parte la beffa di tenere la sottoscrizione di questo accordo nella sala del Mef dedicata all’ex Presidente della Repubblica e a pochi giorni dalle celebrazioni del settantesimo anniversario della nostra Costituzione, considerando che i principi di libertà e di rispetto dei diritti dell’uomo, sanciti dalla nostra Carta costituzionale, furono la bussola del suo mandato presidenziale, mi domando: era proprio necessario fare una “foto di gruppo” tra il nostro Paese e la Repubblica Islamica d’Iran per di più in un momento storico e politico così delicato?

Partiamo dal presupposto che, come il popolo iraniano sceso in piazza sta denunciando, lo sviluppo di ogni rapporto commerciale o industriale con l’Iran non porterà benessere al popolo persiano né tanto meno stabilizzazione del Paese dopo un decennio di sanzioni. A Teheran nei prossimi mesi l’incertezza la farà da padrona, a maggior ragione dopo questa ultima presa di posizione di Trump, in una inevitabile escalation della repressione del regime contro il proprio popolo.

Considerando che tutti i Paesi si stanno muovendo con cautela nei rapporti bilaterali con l’Iran e considerando poi che l’Italia si trova in piena campagna elettorale per eleggere un nuovo Parlamento e quindi per rideterminare nuovi equilibri politici, ritengo sia stato un gravissimo errore che il governo italiano abbia legato a doppio filo la nostra immagine – e ingenti risorse finanziarie – alla Repubblica Islamica d’Iran.

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