Al netto delle retoriche sovranazionali, l'interesse nazionale è ancora decisivo. Il nodo di una classe dirigente adeguata che in Italia non c’è

Esiste ancora un interesse nazionale e in cosa consiste? Domanda non retorica nel tempo della globalizzazione, che ha coltivato per decenni una insistita retorica sulla fine degli Stati nazionali e sull’inevitabile affermazione di una governance mondiale. Ma, ancora prima dell’irrompere della globalizzazione neoliberista – nei primi anni Novanta –, si era affermata una visione che svuotava di senso l’espressione “interesse nazionale”, fondendola e confondendola con quella degli interessi di natura sovranazionale (dello schieramento di riferimento, con la rispettiva alleanza politico-militare, o dell’Europa o di altra aggregazione). La stessa ricerca di un ordine mondiale che garantisse la pace, dopo i grandi massacri delle due guerre nazionali, induceva a svalutare il riferimento nazionale a favore di quello internazionale, dalla nascita delle Nazioni unite e dei collaterali Bm, Fmi, Unesco, Fao e simili al proliferare di organismi di area geografica o di settore socioeconomico.

A distanza di settant’anni dall’inizio di questo processo e di circa trenta dall’inizio della globalizzazione, il bilancio non appare entusiasmante: gli organismi sovranazionali si sono infittiti, creando una robusta rete di tecnocrazie che rispondono solo (e nemmeno sempre) agli Stati nazionali, di fatto uno svuotamento della partecipazione democratica che non va oltre il livello nazionale. Peraltro, questa vulgata tendenza a superare l’ordinamento westfalico appare contraddetta in particolare dalle nuove potenze emergenti (Cina e India in particolare, ma, con minore evidenza, anche Brasile e Sud Africa) o riemergenti (la Russia), che non mostrano alcuna intenzione di cedere quote di sovranità a livello sovranazionale, anzi manifestano un nuovo o rinnovato orgoglio nazionale. E su questa strada sembrano porsi anche altri Paesi emergenti (come Turchia, Egitto, Indonesia, Argentina, Messico). D’altro canto, anche la maggiore potenza mondiale, culla della cultura globalista, mostra di intendere il superamento dell’ordinamento westfalico solo nel senso dell’affermazione di un impero monopolare che si identifica con se stesso, alimentando la reazione altrui.

Di fatto, gli unici a credere al superamento delle identità nazionali sembrano gli europei, che, peraltro, non riescono neanche a superare i propri nazionalismi per realizzare l’unità europea che appare sempre più come un mito irraggiungibile. Anzi, nel caso catalano, è stata proprio l’Unione europea a schierarsi a fianco dello Stato nazionale spagnolo, confermandone l’unità. Il tutto mentre si manifestano tendenze sempre più marcate alla fuga di minoranze nazionali che chiedono di raggiungere lo status di soggetti sovrani (baschi, catalani, scozzesi, bretoni, corsi, curdi, palestinesi, per citare solo alcuni dei casi più noti).

Questo impone una revisione culturale molto profonda. Nessuna delle definizioni sin qui utilizzate per identificare il fenomeno nazionale appare oggi soddisfacente: non quelle basate sull’identità di sangue o sul vincolo etnico che appaiono superatissime, ma neppure quelle basate sulla comunità di lingua e di cultura e neanche quelle, tutto sommato tautologiche, che identificano la nazione con il progetto di essa, come atto volontaristico.

Sin qui abbiamo centrato l’attenzione sul nesso Stato-nazione, che oggi appare indebolito. La prospettiva cambia, almeno parzialmente, se prendiamo in considerazione il campo di osservazione delle società nazionali come sistema organizzato di interessi al cui centro si pone lo Stato come magnete che mantiene lo spettro degli interessi nel loro equilibrio dinamico.

Da questo punto di vista, la globalizzazione, non solo non ha superato questo assetto, ma ha prodotto nuove spinte che rafforzano la tendenza a costruire sistemi nazionali di interessi contrapposti agli altri e, nello stesso tempo, ha moltiplicato le ragioni del conflitto culturale producendo impennate identitarie assai nette (e si pensi al radicalismo islamico o, all’opposto, al rifiuto degli immigrati in Europa e Usa, alla crisi di rigetto del cristianesimo in molti Paesi afro-asiatici o ai conflitti sulla condizione della donna). Lo scontro fra nazioni è tutt’altro che finito o superato e non è neppure riassorbito nel conflitto di civiltà che si è creduto potesse imporsi come nuova unica chiave di lettura del conflitti mondiali.

È in questo ambito che dobbiamo scavare per ridefinire quale sia l’interesse nazionale di ciascuno e quale possa essere la strada per la composizione di essi. Questo esige, in primo luogo, che ciascun Paese abbia un progetto di sé il che rinvia alla qualità di ciascuna classe dirigente nazionale. Quel che induce a essere assai pessimisti sulle sorti di questo Paese che, in nessuno dei suoi settori politici, mostra di avere una classe dirigente al livello della sfida.

Condividi tramite