Sui pagamenti digitali l'Italia arranca, come colmare il gap che ancora ci separa dai grandi Paesi? Ne parla Paolo Bertoluzzo, amministratore delegato di Nexi e di Cartasi

Nel mondo dei pagamenti è in atto una vera e propria rivoluzione digitale. Le molteplici innovazioni tecnologiche che caratterizzano tale settore, gli ingenti investimenti che è in grado di attrarre e la costante attenzione che si registra da parte delle istituzioni e dei media, ne sono una dimostrazione concreta. La tecnologia ha da tempo trasformato, semplificandole, molte delle nostre abitudini quotidiane e i pagamenti rappresentano uno dei focal point di questo processo: l’utilizzo della moneta, così come lo conosciamo ora, presto o tardi, sarà solo un ricordo.

Esistono già precisi segnali che confermano tale trend. Leggendo i dati sull’andamento della penetrazione dei pagamenti digitali in Europa, si capisce che alcuni Paesi sono prossimi a realizzare tale passaggio epocale: in Olanda, per esempio, molti negozi non accettano più la moneta cartacea per i pagamenti. Altri Paesi, invece, come l’Estonia, pur non avendo economie particolarmente sviluppate, sono riusciti ad agganciare nuovi paradigmi tecnologici proprio nella fase della propria infrastrutturazione e oggi si trovano nella parte alta della classifica. Altri Paesi ancora come la Spagna, con economie più mature ma con in eredità infrastrutture tecnologiche obsolete, hanno investito convintamente negli ultimi lustri nel digitale e oggi ci sono davanti.

Statistiche alla mano, infatti, in Italia siamo fortemente in ritardo. Fatto cento il monte dei pagamenti effettuati in un anno, nel nostro Paese solo 17 vengono realizzati attraverso uno strumento digitale. Ben lontano da realtà come l’Inghilterra, dove la percentuale supera il 60%, oppure dai Paesi scandinavi dove la media raggiunge anche punte del 90%. Non va meglio se ci confrontiamo con la media dei Paesi europei dove i pagamenti digitali fanno registrare una penetrazione intorno al 34%. Il nostro ritardo non solo genera un gap tecnologico che si tramuta in una minore competitività, ma produce anche un impatto economico negativo immediato: a differenza di quello che comunemente si pensa, infatti, la grande diffusione del contante costa al contribuente italiano più dei servizi offerti in modalità digitale. Citando una ricerca condotta da Ambrosetti, il costo complessivo del contante ammonta a 10 miliardi di euro l’anno, pari allo 0,53% del Pil. Se riuscissimo ad allinearci anche solo alla media europea pari allo 0,46%, riusciremmo a risparmiare 1,5 miliardi di euro ogni anno.

Questi dati ben sintetizzano quanto ci sia ancora da fare in Italia per recuperare il gap con le altre economie avanzate e guadagnare in competitività e modernità. Sarà una sfida importante non solo per le imprese italiane che operano in questo settore, ma anche per l’intero sistema-Paese, e potremo vincerla solo attraverso importanti investimenti in tecnologia, innovazione e nuove competenze e un quadro regolatorio più evoluto. Il Gruppo Icbpi-CartaSi non si tira indietro e anzi vuole essere protagonista della rivoluzione in atto: i nostri nuovi soci – Advent International, Bain Capital e Clessidra – credono che l’Italia ce la possa fare e hanno investito 5 miliardi di euro nel nostro Paese, creando uno dei più grandi poli europei nel settore dei pagamenti digitali.

Tecnologie all’avanguardia, nuovi prodotti, commissioni più basse: sono queste le carte che vogliamo giocare per creare valore aggiunto, certi che, in partnership con le banche nostre clienti, potremmo giocare un ruolo importante per ammodernare i sistemi di pagamento in Italia, al fine di semplificare la vita dei cittadini, rendere più efficiente ed efficace la Pubblica amministrazione e più competitive le imprese italiane. L’ammodernamento del Paese passerà inevitabilmente anche dal successo di questa sfida. E noi ci siamo candidati a guidare questa trasformazione con l’ambizione di essere riconosciuti nel più breve tempo possibile come l’azienda fintech campione dei pagamenti digitali.

(Articolo pubblicato sulla rivista Formiche)

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