L'intervento di Alessia Melcangi, autrice del libro "I copti nell’Egitto di Nasser. Tra politica e religione (1952-1970)", (Carocci, 2017)

Quando Gamal ‘Abd al-Nasser il 26 luglio nel 1956 comunicò, durante un memorabile discorso pubblico, la decisione di nazionalizzare il Canale di Suez, tutti gli egiziani salutarono con felicità e orgoglio una scelta che siglava, nei fatti, la fine del colonialismo straniero in Egitto. La nazionalizzazione, che portò presto a un conflitto bellico contro Francia, Gran Bretagna e Israele, avrebbe ideologicamente e praticamente permesso al paese di affrancarsi dal controllo straniero riportando gli introiti del Canale nelle mani egiziane (la Compagnia del Canale di Suez era giuridicamente egiziana ma di fatto in mano a una maggioranza di azionisti anglo-francesi). Questa decisione avrebbe inoltre permesso al ra’is di presentarsi ufficialmente come leader del mondo arabo e alle casse dello stato di respirare, dando vita a una serie di progetti infrastrutturali finalizzati a sviluppare il paese, come la costruzione della diga di Assuan.

Il 15 gennaio 2018 ricorrono i cento anni dalla nascita di Nasser. Il ra’is non viene ricordato solo per la nazionalizzazione di Suez: fu un autocrate e un forsennato nazionalista, allo stesso tempo promotore dell’ideale panarabo, divenne la guida degli arabi nei difficili anni della decolonizzazione, nonché riferimento per il movimento dei non allineati. Inoltre lo si ricorda per la virata in senso secolare che impresse alla società egiziana negli anni Cinquanta e Sessanta. Fu proprio questo indirizzo “laico” adottato anche in ambito religioso che permise alla comunità cristiano-copta (antica presenza la cui percentuale nell’Egitto di oggi è stimata a circa 7% della popolazione) di prendere parte attiva nell’Egitto rivoluzionario del ra’is. In ogni fase importante dell’era nasseriana, i copti si strinsero a sostegno delle decisioni politiche espresse dal presidente, come nel caso della guerra di Suez del 1956 o della disastrosa guerra dei Sei Giorni, allorché i copti condivisero il dolore e l’afflizione della comunità musulmana egiziana concorrendo a restituire l’immagine di un paese in ginocchio ma unito al suo interno. In particolare, fu la personale collaborazione che si instaurò tra Nasser e il patriarca Cirillo VI, eletto nel 1959, che permise ai copti di ritrovare uno spazio di azione politica. Questa proficua amicizia segnò l’epoca d’oro dei rapporti interconfessionali in Egitto. Da allora il patriarca iniziò a relazionarsi direttamente con il presidente egiziano, mostrandosi più come leader politico che spirituale, e Nasser a riconoscere la leadership del patriarca, inibendo le voci di dissenso presenti all’interno della comunità, testimonianza di uno scontro latente tra la gerarchia e la componente laica che puntualmente riemergeva.

Dagli anni di Nasser e Cirillo queste caratteristiche del rapporto tra i copti e il governo egiziano si sono mantenute fino a oggi. I copti rappresentano la comunità cristiana più numerosa nel mondo arabo e vivono una condizione di discriminazione politica, economica e sociale, schiacciati dentro un’alleanza stretta tra il patriarca e il presidente egiziano e basata sull’appello all’unità nazionale. Fu il patriarca Shenuda III (1971-2012) che, ravvisando nel governo di Hosni Mubarak (1981-2011) un argine protettivo per la libertà dei copti, decise di appoggiare incondizionatamente il regime. Shenuda lo fece in cambio della protezione statale assicurata alla comunità davanti a un islam radicale pronto a dichiarare guerra all’autorità centrale e alle minoranze presenti nel paese. Dal canto loro i diversi presidenti che si sono succeduti al potere hanno usato la retorica nazionalista per presentare un’immagine del paese unito nella sua molteplice composizione religiosa: in questo modo hanno evitato di affrontare la risoluzione di alcuni problemi annosi che affliggono ancora oggi la comunità cristiana (i copti, ad esempio, sono esclusi dalle alte cariche dell’esercito, della polizia, dei servizi segreti, della magistratura e dai posti di governatore), promuovendo una lettura acritica ed edulcorata delle reali politiche verso le minoranze.

Oggi, la difficoltà dell’attuale presidente ‘Abd al-Fattah al-Sisi di proteggere i cristiani, e gli egiziani tutti, dai gravi attentati terroristici a firma Daesh recentemente verificatisi in Egitto, sta progressivamente alienando il consenso della comunità, colpita ormai da decenni dai gruppi dell’attivismo islamico violento formatisi nel paese. Un consenso che, in realtà, è già stato messo in discussione da molti giovani attivisti copti: essi chiedono alla chiesa di affrancarsi dal legame politico con il regime e di operare secondo il proprio ruolo, promuovendo nello stesso tempo una partecipazione politica e sociale attiva della comunità al di fuori delle mura sacre che risponda alle istanze di democratizzazione e di perequazione socio-economica e non già a mere logiche identitarie.

Il 6 gennaio 2018 scorso si è svolta la lunga messa che anticipa il Natale per i cristiani copti (7 gennaio) alla presenza del patriarca Tawadros II e del presidente che, come di consueto dall’inizio del suo mandato, ha preso parte alle celebrazioni. Essa si è svolta nella nuova cattedrale copta costruita a tempo di record e con i finanziamenti diretti della presidenza nella nuova capitale amministrativa, situata a 45 chilometri dal Cairo. Questa cattedrale si candida, come si evince dalle stesse parole di al-Sisi, a diventare la più grande chiesa d’Egitto ma soprattutto un nuovo manifesto politico del regime: essa è stata costruita nella stessa area dove sorgerà la più grande moschea del paese, a testimonianza della possibile convivenza tra le due religioni. A suggellare l’evento le dichiarazioni di collaborazione e di fratellanza espresse sia dal presidente nel suo messaggio di auguri che dal patriarca, che rinnovano il legame solido che unisce la comunità al regime.

Nonostante le tensioni sociali, economiche e politiche che vive oggi il paese, il presidente al-Sisi continua a lanciare gli abituali appelli all’unità nazionale e alla coesione sociale, adoperando ancora una volta la comunità copta come strumento di promozione delle proprie politiche. Tuttavia il Natale per i copti si è svolto tra imponenti misure di sicurezza: più di 230 mila addetti alla sicurezza in tutto paese sono stati mobilitati per vigilare sullo svolgimento delle celebrazioni. Per la prima volta i copti hanno festeggiato tra i posti di blocco attivi davanti a ogni chiesa del paese, tra le transenne pronte a bloccare gli ingressi, le camionette e gli uomini della sicurezza, ripresi costantemente dalle telecamere che il governo egiziano ha imposto accanto a ogni altare. E questo clima di tensione rischia di minare l’immagine che il presidente Sisi vuole dare all’estero, ossia di un paese che rifiuta logiche settarie, all’interno del quale le comunità religiose sono pienamente accettate e vivono in tranquillità. Ma esso minaccia anche la sua immagine di unico bastione difensivo per i cristiani d’Egitto, che gli ha finora procurato il sostegno incondizionato dei copti. I vertici di questa comunità, dal canto loro, faticano a trovare una risposta politica di lungo respiro al declino demografico, alle spinte migratorie dei propri correligionari, ai timori che le critiche al governo possano favorire il ritorno di movimenti islamisti radicali e alle istanze di democratizzazione avanzati da molti giovani e guardano con grande timore quanto avviene nella regione, temendo di avviarsi verso il triste destino che ha accumunato i cristiani di Siria e Iraq.

i copti nell egitto di nasser

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