I temi affrontati alla Munich Security Conference analizzati attraverso le lenti di Stefano Stefanini, già rappresentante permanente italiano alla Nato e consigliere diplomatico del Presidente della Repubblica

Le frizioni con la Turchia, la guerra mai conclusa nel Donbass fra Russia e Ucraina, la Difesa europea alla prova della Brexit. Sono tante, troppe le situazioni di emergenza per la sicurezza internazionale che in questi giorni i leader mondiali sono chiamati a fronteggiare durante la Conferenza per la Sicurezza di Monaco. Per avere uno sguardo italiano, prima ancora che europeo, sulle minacce alla sicurezza che minano la stabilità del mondo occidentale, Formiche.net ha chiesto una lettura delle priorità del summit di Monaco a Stefano Stefanini, già ambasciatore permanente dell’Italia alla Nato e consigliere diplomatico del Presidente della Repubblica dal 2007 al 2010.

Ambasciatore, la Conferenza di Monaco sulla sicurezza si è aperta con un incontro fra i ministri degli Esteri russo e ucraino. In questi mesi sono stati fatti progressi sul rispetto degli accordi di Minsk?

Del conflitto in Ucraina se ne è parlato meno in questi ultimi tempi, non è assolutamente migliorato. La Conferenza di Monaco può aiutare se c’è una volontà delle parti, soprattutto della Russia, a passare da una situazione di guerra a bassa intensità a una soluzione politica. L’accordo di Minsk è servito per mettere fine alla fase acuta della guerra, ma è difficilmente attuabile dalle due parti. Se necessario è il momento di rivisitarlo.

Alla conferenza hanno preso parte, fra gli altri, il Segretario generale della Nato Jens Stoltenberg e l’Alto rappresentante dell’Ue Federica Mogherini. L’Unione Europea è pronta per sviluppare una politica di Difesa che prescinda dall’Organizzazione Atlantica?

L’Europa dipende ancora dagli Stati Uniti e dalla Nato per la propria sicurezza. Sono stati fatti dei passi avanti, per il momento soprattutto declaratori. C’è la volontà di dotare l’Europa di maggiori capacità che non la rendano dipendente dagli Stati Uniti se non per operazioni di modesta portata. Anche per queste però c’è bisogno di un supporto di intelligence o di trasporto pesante. Insomma, adesso si tratta di mettere in pratica le dichiarazioni.

La Brexit rischia di indebolire il sistema di Difesa europeo?

Assolutamente. L’Unione Europea si appresta a perdere il 25-30% delle capacità attuali a causa della fuoriuscita del Regno Unito.  Se la cooperazione nel campo della sicurezza e della difesa, che investe anche l’anti-terrorismo e l’intelligence, non continua anche all’indomani della Brexit, entrambi si ritroveranno decisamente più deboli. E più dipendenti da Washington.

Cosa si aspetta dal discorso di Theresa May a Monaco?

Theresa May probabilmente offrirà la volontà del Regno Unito di continuare con l’Ue la cooperazione nella sicurezza, che è sicuramente più ampia di quella militare. È importante che venga tenuto distinto il discorso della continuità in questo campo dall’inevitabile negoziato del do ut des che si farà in altri campi. Non ci può essere uno scambio fra sicurezza e commercio.

Qualche giorno fa Federica Mogherini ha dichiarato che le discussioni sull’esercito europeo non hanno fatto che rallentare il percorso verso la Difesa comune. Lei è d’accordo?

Quello è un capitolo che non sarebbe mai dovuto essere aperto. Gli eserciti sono nazionali, i militari, rispondono alla loro bandiera. La stessa Nato, un’alleanza collaudata da 50 anni, non ha un sua forza armata. Quella dell’esercito europeo è stata una fuga in avanti da parte di chi di militare capisce poco. Per l’Unione Europea sarebbe già un risultato straordinario avvicinarsi al livello di interoperabilità della Nato. A Bruxelles bisognerebbe ragionare delle cose che possono essere fatte concretamente.

Ad esempio?

Misure più faticose, come la standardizzazione del procurement della Difesa, che faccia spendere meglio quello che già si spende.

Cosa pensa invece delle dichiarazioni dell’ambasciatrice statunitense alla Nato Kay Bailey Hutchinson, che ha tacciato di protezionismo l’iniziativa della Pesco?

C’è indubbiamente, specialmente nell’interpretazione che della Pesco danno francesi e tedeschi, un elemento di protezionismo. Queste dichiarazioni per il momento vanno prese con il beneficio d’inventario. Alla ministeriale di Monaco il segretario americano alla Difesa, James Mattis, è stato molto più conciliante. Gli americani hanno sempre visto la Pesco come una finestra per chiedere agli europei di spendere di più nella Difesa. Se così non fosse si creerebbe un problema, e rinascerebbe una vecchia diatriba di concorrenza fra Nato e Ue che non dovrebbe esistere, perché i due piani non sono equiparabili. L’unico termine di paragone è la qualità: se gli Stati Uniti vogliono veramente che l’Europa si impegni di più per la Difesa, devono permettere a Bruxelles di scegliere i mezzi per farlo.

Ieri a Monaco è stato invitato anche il primo ministro turco Binari Yldirim. La Turchia fa parte a pieno titolo della Nato, ma non dell’Unione Europea, con cui recentemente ha avuto una serie di scontri diplomatici, l’ultimo dei quali sulla nave Eni Saipem 12000. Esiste ancora un futuro europeo per la Turchia di Erdogan?

La Turchia è estremamente importante per l’Europa e l’Alleanza Atlantica, perché è un Paese di transito dalla grande rilevanza strategica, per la sua economia vibrante, ma anche perché dispone di una società civile attiva. La questione della Saipem 12000 coincide con l’irrisolta controversia di Cipro, nella quale sono in molti ad avere responsabilità. I problemi che rileviamo oggi fra la Nato, l’Ue e la Turchia sono di varia natura, sia strategici che di democrazia e diritti umani. Dobbiamo superare le frizioni esistenti perché Ankara è troppo importante per essere abbandonata, e perché la vocazione turca è sempre stata quella di guardare a Occidente. È la società di questo paese che ce lo chiede: anche in un momento di tensione come questo bisogna continuare a credere nella Turchia.

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