L’Homo premium, la fine del mito della Silicon Valley e il caso Cambridge Analytica. Parla Massimo Gaggi

L’Homo premium, la fine del mito della Silicon Valley e il caso Cambridge Analytica. Parla Massimo Gaggi
Conversazione con l'inviato del Corriere della Sera negli Stati Uniti, autore di "Homo premium. Come la tecnologia ci divide", edito da Laterza

La tecnologia che cambia in maniera vorticosa, gli effetti dell’intelligenza artificiale sul mondo del lavoro, i casi Cambridge Analytica e Russiagate, il disincanto verso la rete e la Silicon Valley. Massimo Gaggi, inviato del Corriere della Sera negli Stati Uniti, indaga in profondità ciascuna di queste tematiche nel suo ultimo libro edito da Laterza, “Homo premium. Come la tecnologia ci divide”. Lo spiega in questa conversazione con Formiche.net.

Oggi la tecnologia cambia in maniera sempre più rapida e profonda. Quali sono le emergenze sociali da affrontare, per la politica?

Il dibattito è quello di capire se la tecnologia che cambia crea posti di lavoro o no. E la risposta mi sembra sostanzialmente negativa. Che cioè no, non crea posti di lavoro, e che dobbiamo aspettarci un futuro con molto meno lavoro. Per quanto riguarda l’impatto sulla politica e sulla società dell’intelligenza artificiale e del machine learning, la storia di Cambridge Analytica ci parla anche della fine del mito della Silicon Valley. Ci fa capire come è cambiata la cultura libertaria di quegli ambienti, e come tutto questo mostri incidenze sulla crescita delle diseguaglianze e sulla divaricazione dei redditi sempre più accentuata, con una concentrazione di ricchezza sempre maggiore. Se si guarda inoltre all’accesso alle tecnologie, fino agli strumenti della biogenetica, si sta scivolando verso quello che chiamo Homo Premium, un profilo di uomo potenziato rispetto al resto dell’umanità.

Anni fa il politologo Giovanni Sartori parlava di Homo Videns, mettendo in guardia da diversi aspetti della società dell’informazione. Oggi da cosa dobbiamo guardarci?

Il rischio è di avere una divaricazione dell’umanità non soltanto in termini economici. Faccio l’esempio di New York, dove vent’anni fa la novantesima strada era il confine tra east side e zone pericolose, e appena ci entravi rischiavi subito di essere derubato. Oggi non è più così, però in realtà resta una linea di confine, ancora più di prima: le statistiche sull’età media delle persone infatti variano, superando quella strada, di nove anni. Per via una serie di fattori che sono educativi, culturali, di stili di vita.

Cioè restano ancora le diseguaglianze di prima, ma ora si nascondono meglio. L’evoluzione tecnologica come incide in questo passaggio?

Il machine learning sta colmando la capacità delle macchine di lavorare: per molto tempo c’è stato il dibattito se le macchine potessero avere funzioni esecutive o meno. Oggi sappiamo che possono conoscere tutte le possibilità alternative della realtà, immaginandole, perché hanno tutte le informazioni. E se al tempo si credeva che avrebbero saputo vincere una partita a scacchi ma non a poker, oggi si è scoperto che non è così, perché hanno imparato a capire anche come gli altri bluffano.

Una quantità totale di conoscenze che però rischiano di venire elaborate in maniera incontrollata, e pericolosa.

Non a caso ci ritroviamo con i vari tecno-ottimisti che ora hanno alcune difficoltà, costretti ad ammettere che le macchine stanno imparando a riconoscere l’empatia. Quindi, man mano che si espandono le funzioni cognitive delle macchine, ci si pone il problema di cosa fare sul mercato del lavoro. Kurt Vonnegut nel suo “Piano meccanico” immaginava pochi esperti che gestiscono le macchine e una gran massa di gente che ha perso il lavoro e che vive ai margini. Immaginava questa gente sussidiata dallo Stato, assunta come militari o tramite lavori socialmente utili, cosa che però da noi non è successa. E in quegli anni ci si immaginava un mondo il cui reddito totale cresceva per otto volte, cosa più o meno avvenuta, ma si prevedeva anche che lo si sarebbe diviso in modo molto più equo, e quindi il problema era come fare impiegare il tempo alle persone.

Le tesi del “lavorare meno, lavorare tutti” possono essere una risposta? E proposte a prima vista incompatibili, come flat tax e reddito di cittadinanza, da un punto di vista più filosofico potrebbero in qualche modo incontrarsi?

Dipende sempre da chi paga, l’assistenza costa e abbassare le tasse anche. L’idea di per sé sarebbe impossibile, quella di avere meno Stato e più assistenza. Ma ci sono ancora molti equivoci, perché tecnicamente quello chiamato reddito di cittadinanza è un reddito uguale per tutti, come già sperimentato in altri Paesi d’Europa. Negli Stati Uniti si sta pensando all’idea di un universal basic income, ovvero l’idea di dare qualcosa a chi perde il lavoro per motivi tecnologici, o in relazione alla cosiddetta gig economy, integrando con un reddito minimo quei lavoratori che oggi in America si chiamano working poor. Per un discorso di compatibilità economica però tutto questo in Italia è insostenibile.

Altro tema che tratta nel libro è la “fine dell’età dell’innocenza” dell’impresa nella Silicon Valley.

Rispetto agli anni scorsi è cambiato radicalmente lo sguardo verso quel mondo, specialmente in relazione a dibattiti come Russiagate o Cambridge Analytica, tanto che si parla di trascinare Zuckerberg al congresso. Loro stessi sono stati costretti ad ammettere che hanno esagerato, che ci sono stati eccessi, al punto che azionisti della Apple che hanno chiesto all’azienda di diminuire la dipendenza da gioco su Iphone.

Intervistato dal New York Times, uno dei fondatori di Twitter, Evan Williams, ha sostenuto che “internet si è rotto”.

C’è stata una presa di coscienza sullo stato di un mondo che è cambiato radicalmente, dove ci sono stati eccessi ma anche molti “pentiti”. Una schiera soprattutto di ex dirigenti di Facebook che denunciavano non tanto la politica aziendale ma l’uso di strumenti psicologici e di acquisizione dei dati in modo discutibile, con l’obiettivo di vendere agli inserzionisti pubblicitari il tempo e l’attenzione delle persone definendo un profilo psicologico per ciascuno degli utenti. Si dice che in Australia c’è chi si è presentato agli investitori vantandosi di avere la possibilità di conoscere, tra i giovani che stanno su Facebook, quali sono quelli più vulnerabili, suggestionabili, chiusi, determinati. Per poter dare un messaggio targettizzato su ogni singolo consumatore. Cambridge Analytica ha fatto per la politica esattamente la stessa cosa: si sono acquisiti i profili psicologici delle persone e consegnati a una parte politica interessata, qualsiasi questa fosse. È successo anche per i russi del Lukoil, secondo gruppo petrolifero russo, per interferire nelle elezioni in Nigeria, sempre in contatto con Cambridge Analytica.

Un sistema propagandistico che mina la democrazia dalla sua stessa base, dal voto degli elettori.

Rispetto a un sistema politico accettabile, dove si contattano gli elettori facendo la propria offerta politica, ma la stessa per tutti, con questo sistema si ottiene il profilo psicologico di tutti gli elettori, nelle zone dove c’è incertezza nel voto e dove si può provare a vincere, scoprendo così qual è il loro orientamento politico, gli umori e i sentimenti, e gli si sussurra all’orecchio un messaggio subliminale legato a un’idea che gli sia gradita. A ognuno un messaggio diverso. Ma così la politica diventa psicologia.

Di fatto, una vera e propria strategia di manipolazione, sempre più sofisticata.

Poi ci sono gli abusi veri e propri, e da qui alle fake news il passo è breve. Quello che sta emergendo, come con i tentativi di interferire nelle elezioni americane nel 2016, è un lavoro sistematico per creare divisioni all’interno della popolazione. C’è un caso molto significativo di un giocatore americano di basket accusato da un movimento presente in rete di volere per assurdo islamizzare l’America, accusa che ha spinto intere masse di persone a scendere nelle piazze, per poi scoprire in un secondo momento che questo movimento attivo in rete non era mai esistito nella realtà. Erano troll russi, persone stipendiate e con l’ordine di seminare su internet messaggi destabilizzanti. Un’industria come un’altra.

Tornando al tema del lavoro e della tecnologia, qual è la soluzione, in Italia?

Credo che sia molto difficile da individuare, e noi giornalisti siamo più bravi nello scovare cosa non va. Il problema vero è capire quali sono i nuovi lavori che possono emergere, che sono soprattutto quelli legati all’empatia e alle capacità negoziali delle persone. Ma che però temo consistano in un numero di posti abbastanza limitato. Poi rimangono, oltre ai lavori riservati alle élite tecnologiche e intellettuali, i cosiddetti mestieri creativi che ci saranno sempre ma che apparterranno comunque a una fascia limitata di persone, o lavori abbastanza umili che le macchine non riescono a fare, oppure altri sottopagati, sempre perché si finisce ad essere in concorrenza diretta con le macchine.

L’idea è di affrontare il problema incrementando il peso dello Stato?

Negli Stati Uniti si inizia a ragionare di questo, nonostante ideologicamente non siano ancora affatto preparati. Essendo un Paese con una economia liberista né i repubblicani né i democratici hanno mai affrontato questo problema. E Obama ancora meno, tanto che durante gli otto anni di presidenza non ne ha mai parlato. Lo ha fatto solo il giorno prima di lasciare la Casa bianca, dicendo che sarà il nodo da affrontare nei prossimi quindici anni.

Un tema quindi difficile da proporre all’elettorato americano.

Già tacciato di essere comunista, se Obama avesse messo in campo anche questo tema lo avrebbero massacrato. Ne stanno parlando adesso le stesse aziende tecnologiche della Silicon Valley perché si sono rese conto che le nuove tecnologie stanno creando seri problemi occupazionali. Ed è una situazione differente dal passato, quando distruggendo posti di lavoro la tecnologia ne faceva nascere di nuovi. Ricordiamoci che nella rivoluzione industriale inglese prima che si creassero nuovi posti di lavoro, rispetto a quelli distrutti dall’industria tessile e di altri settori, sono passati quasi settant’anni, quelli raccontati da Dickens nei suoi racconti sulla miseria dei sobborghi di Londra. Oggi con un certo tipo di benessere ancora diffuso, e i media che danno informazioni in tempo reale, è impossibile pensare di sostenere una transizione di un tempo di settant’anni in cui una parte consistente del Paese resta in miseria, mentre gli altri vanno in televisione a mostrare come vivono nel lusso. È socialmente insostenibile, ed è quello che stiamo vedendo negli ultimi risultati elettorali italiani. O come anche Stati Uniti e nord Europa dimostrano.

ultima modifica: 2018-03-21T11:20:51+00:00 da Francesco Gnagni

 

 

 

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