Nel delicato equilibrio tra opportunità di crescita e perdita di asset strategici, le politiche per l’attrazione degli investimenti possono quindi svolgere una funzione proattiva

Di fronte ai mutamenti dello scenario economico internazionale è bene riflettere su quale sia il modo migliore di attuare le politiche di attrazione degli investimenti diretti dall’estero (Ide) affinché abbiano realmente un impatto positivo sull’economia e sull’occupazione. Il tema ha una rilevanza particolare per un Paese come l’Italia, che su scala globale sconta un doppio svantaggio: da un lato una capacità di attrarre Ide molto al di sotto del suo potenziale produttivo (malgrado i recenti progressi, si colloca oggi solo al 17simo posto nella classifica mondiale per Ide in ingresso) e dall’altro la ridotta presenza nei principali circuiti di investimento internazionali di imprese italiane di grandi dimensioni, capaci di sostenere processi di crescita multinazionale basati su acquisizioni cross-border.

Questa duplice debolezza ha accentuato il pericolo che le imprese appetibili passino nelle mani di grandi aziende a capitale estero, soprattutto dopo l’apertura alla concorrenza di settori strategici come i trasporti, le telecomunicazioni, la difesa e l’energia. Il problema non riguarda tanto la difesa della proprietà italiana, quanto l’impatto di operazioni che puntano solo all’appropriazione degli asset strategici delle imprese acquisite (quote di mercato, tecnologie, brevetti, know how), le quali poi vengono smobilizzate, smembrate o trasferite all’estero con gravi costi in termini occupazionali.

Questo timore di atteggiamenti predatori è stato di recente suscitato dal tentativo del gruppo francese Vivendi di acquisire il controllo di Mediaset e Tim per subentrare nel mercato dei servizi in streaming. L’operazione ha portato alla ribalta l’importanza di uno strumento come il Golden power, che attribuisce al governo speciali poteri di controllo e monitoraggio nelle operazioni societarie in settori strategici per l’economia del Paese. Senza entrare nel merito della sua opportunità, questa scelta – che risponde comunque a un legittimo obiettivo di salvaguardia di interessi nazionali – mette in risalto due importanti aspetti connessi all’arrivo di investimenti dall’estero. Il primo riguarda il credit crunch verso le imprese.

Com’è noto, il sistema imprenditoriale italiano è caratterizzato dall’eccessivo ricorso al credito bancario e dalla carenza di capitale di rischio, che risulta invece necessario per sostenere gli investimenti in capitale intangibile (ricerca, competenze, innovazione) meno finanziati dalle banche in quanto ritenuti più rischiosi. Il secondo aspetto riguarda le prospettive di sviluppo ed espansione di nuovi prodotti e nuove tecnologie, che richiedono l’inserimento nei network commerciali e di innovazione delle grandi imprese multinazionali.

Per entrambi questi aspetti, gli Ide possono dare l’occasione al sistema imprenditoriale italiano di riposizionarsi su segmenti più alti della catena del valore, soprattutto quando permettono di instaurare relazioni con le reti di innovazione locali (imprese, università, centri di ricerca) e generare effetti di diffusione delle conoscenze e di valorizzazione delle competenze disponibili sui territori. Anche se in passato non sono mancati episodi di opportunismo che hanno portato alla svendita di eccellenze italiane, gli Ide in generale possono generare vantaggi sia per gli investitori, sia per le economie locali e per le stesse imprese rilevate, che ricevono apporto di competenze, capacità manageriali e metodi innovativi di gestione.

Nel delicato equilibrio tra opportunità di crescita e perdita di asset strategici, le politiche per l’attrazione degli investimenti possono quindi svolgere una funzione proattiva, favorendo l’arrivo di investimenti di qualità basati su chiari accordi di collaborazione e di esplicito riconoscimento dei mutui vantaggi. Un modello di riferimento al riguardo può essere quello dei contratti di sviluppo, che hanno favorito l’insediamento in Italia, e in particolare nel Mezzogiorno, di importanti gruppi multinazionali come Rolls Royce, Unilever, Vodafone e Bridgestone, promuovendo interventi di politica industriale in grado di favorire il rafforzamento competitivo delle imprese e il riposizionamento dei sistemi produttivi su livelli tecnologici più evoluti.

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