L’ex presidente Istat e ministro del lavoro spiega la necessità per il sud di un progetto chiaro e di un utilizzo efficiente dei fondi comunitari e non, mentre servono politiche attive contro la povertà e a favore del lavoro

Le elezioni hanno restituito la fotografia di un Paese fortemente frammentato, anche se già prima del voto i dati disponibili indicavano chiaramente come le disuguaglianze, anche territoriali, fossero enormi e fossero aumentate nonostante la crescita economica degli ultimi due anni. In particolare, la condizione del Mezzogiorno è ancora fortemente negativa e i segnali di ripresa che si sono manifestati riguardano solo alcuni territori. Il risultato elettorale, quindi, non può essere considerato una sorpresa. I segnali c’erano tutti; forse si dovevano solo leggere meglio.

Basti pensare al fatto che, nonostante nel corso del 2017 il Pil sia cresciuto di circa l’1,5% (dato che ha reso tutti, giustamente, contenti), il reddito disponibile delle famiglie è cresciuto solo dello 0,7%, dato ben poco sottolineato dagli “esperti” e dai media. In altri termini, le persone che hanno potuto godere del miglioramento della condizione economica sono state poche, così come limitata è stata l’entità di tale miglioramento. Non a caso, non appena c’è stata una ripresa economica è tornata ad aumentare la propensione al risparmio delle famiglie, ancora spaventate dal futuro che le attende.

Stesso discorso si può fare per l’aumento dell’occupazione: i dati relativi alle unità di lavoro (che rappresentano una misura standardizzata degli “occupati a tempo pieno”), pubblicati dall’Istat ogni trimestre ma raramente commentati, indicano che siamo ancora lontani dai livelli pre-crisi, al contrario di quanto si evince guardando al numero di occupati. Il lavoro che è stato creato, dunque, è molto frammentato e spesso non genera reddito a sufficienza per garantireil sostentamento di una famiglia. Anche i problemi del Mezzogiorno sono noti a tutti: la riduzione degli investimenti pubblici; la fortissima crisi del settore edilizio; il malfunzionamento delle infrastrutture pubbliche e l’incapacità di utilizzare in modo efficiente e rapido i tanti fondi stanziati, tra cui quelli comunitari.

Nel corso della campagna elettorale, però, queste problematiche sono rimaste sostanzialmente assenti. D’altra parte, l’economia dell’area è sostenuta dalla spesa pubblica di tipo corrente, la quale, però, non è associata a una politica che aiuti le persone ad avviare nuove attività imprenditoriali o a trovare lavoro, ma segue una logica di tipo assistenziale, poco orientata alla resilienza e alla ripartenza degli individui e delle comunità. Nell’immaginario collettivo, ma anche nei dati (basti vedere quelli recentemente pubblicati dalla Banca d’Italia), si sono acuite le disuguaglianze sia di risultato, sia di opportunità tra nord e sud.

Tutto ciò, accompagnato dalla preoccupazione del futuro e dal senso di esclusione da una nuova fase positiva dell’economia trainata dalle esportazioni, ha fatto sì che una parte consistente del Mezzogiorno votasse per soggetti politici nuovi. In altri termini, mentre la crisi sembrava riguardare tutti ed era considerata una iattura comune, da nord e sud, due anni di annunci trionfalistici sulla ripresa hanno fatto sentire ancora più “esclusi” coloro i quali non hanno visto la propria condizione mutare in meglio. Ovviamente, il sud continua ad avere bisogno di un progetto chiaro e di un utilizzo efficiente dei fondi comunitari e non, mentre servono politiche attive contro la povertà e a favore del lavoro che non si traducano in meri sussidi.

Il Sostegno per l’inclusione attiva (Sia), che avevo avviato nel 2014 in via sperimentale, aveva proprio la logica di non fornire solo un sussidio monetario, ma servizi di formazione, educazione e sanitari che consentissero alle persone di uscire dalla povertà. Ma per tre anni i fondi stanziati, soprattutto a favore del Mezzogiorno, sono rimasti fermi e solo ora, con l’avvio del reddito di inclusione, si dovrebbe cambiare regime, anche se l’inefficienza di alcune strutture pubbliche (si pensi ai centri per l’impiego) rischia di pesare sulla qualità degli interventi. Infatti, l’attuazione di politiche anti-povertà richiede Amministrazioni pubbliche che siano capaci di integrare servizi all’impiego, servizi scolastici, formativi e sanitari.

Molte delle azioni avviate nel 2013, dal monitoraggio continuo dei centri per l’impiego (la cui riforma è stata frenata dal dibattito sulle competenze regionali e statali sulle politiche attive del lavoro) alla costruzione del casellario dell’assistenza (senza il quale c’è un forte rischio di duplicazione dei trasferimenti alle famiglie indigenti), dall’investimento nelle banche dati per le politiche attive e passive del lavoro alla Garanzia Giovani sono state abbandonate o avanzano con grande difficoltà. L’efficienza della pubblica amministrazione, soprattutto nel Mezzogiorno, passa, oltre che attraverso riforme normative, anche per l’impegno quotidiano e capillare dello Stato e degli enti locali a far funzionare meglio le strutture esistenti, sfruttando le nuove tecnologie e investendo sulla formazione delle persone che operano al suo interno.

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