Green Economy, le risposte dell’Italia e i passi ancora da compiere

Green Economy, le risposte dell’Italia e i passi ancora da compiere
Il presidente della Fondazione Sviluppo Sostenibile Edo Ronchi ne ha parlato con il ministro della Giustizia Andrea Orlando, il prof. Jean-Paul Fitoussi, il presidente di Aspen Institute Italia Giulio Tremonti, Lorenzo Fioramonti (M5S) e Rossella Muroni (LeU) in occasione della presentazione del suo ultimo libro "La transizione alla Green Economy" (Edizioni Ambiente)

“Nei prossimi 35 anni il consumo di risorse raddoppierà su scala mondiale. E nonostante i passi compiuti negli ultimi 25 anni, dalla conferenza di Rio del 1992, non siamo su una rotta di sostenibilità. Su scala globale non c’è interruzione della crisi ecologica”. È questo l’allarme che arriva dall’ex ministro all’ambiente Edo Ronchi nel corso della presentazione del suo ultimo libro “La transizione alla Green Economy” (Edizioni Ambiente), svoltasi ieri a Roma presso lo Spazio Evento del Rome Life Hotel.

Il presidente della Fondazione Sviluppo Sostenibile ne ha parlato con il ministro della Giustizia Andrea Orlando, il prof. Jean-Paul Fitoussi, il presidente di Aspen Institute Italia Giulio Tremonti, Lorenzo Fioramonti (M5S) e Rossella Muroni (LeU).

“Nel 2008 l’Unap, Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, a fronte del fallimento del protocollo di Kyoto e della crisi finanziaria, ha sottolineato come fosse fondamentale puntare sulla green economy perché è stata proprio l’economia l’elemento debole dello Sviluppo Sostenibile”, continua dal palco Edo Ronchi.

Giulio Tremonti dedica il suo intervento proprio all’impatto sull’economia dell’analisi di Ronchi. “La Green Economy è dal lato giusto della storia”, dice l’ex ministro dell’Economia, “perché considera l’economia non solo come luogo dello scambio ma come luogo di produzione, il che permette la valutazione delle condizioni di produzione. Per 20 anni ci è stato detto che stavamo vivendo la fine della storia. Quello che è successo dalla crisi in poi ci dice che la storia non è finita ma che sta tornando presentandoci gli interessi. La crisi inizia con l’economia ma si estende alla società e alla politica”.

Ma cos’è la Green Economy? È un modello economico integrato e settoriale basato sull’elevata qualità ambientale, sull’efficienza e la circolarità delle risorse e sulla mitigazione e l’adattamento climatico. “Papa Francesco, nell’Enciclica Laudato Sii, la chiama ‘ecologia integrale’. Noi ecologisti preferiamo chiamarla ‘ecologia integrata’ che considera gli aspetti economici e sociali prettamente connessi, anzi l’uno la condizione dell’altro”, continua l’ex ministro Ronchi che sottolinea il contributo della green economy anche in termini occupazionali. “L’occupazione nei settori ambientali, anche nel periodo della crisi, aumenta del 40%. La green economy è un cambiamento profondo del sistema economico che conduce ad un benessere inclusivo. Questo spesso spaventa ma siamo inseriti in un cambiamento epocale e non abbiamo alternative”.

In tal senso l’Italia restituisce un quadro variegato. Se ci sono settori in cui le risposte sono assolutamente positive, come l’agricoltura (il 56% delle aziende agricole italiane è green) o le energie rinnovabili (tra il 2005 e il 2013 l’approvvigionamento di rinnovabili raddoppia) molto è ancora da fare sul fronte dell’inquinamento. Secondo i dati esaminati dal libro di Ronchi nelle città italiane si registrano ogni anno circa 80mila decessi prematuri a causa dell’inquinamento atmosferico e l’82% della popolazione dei comuni italiani è esposta a valori medi annuali delle polveri sottili superiori ai valori guida dell’OMS.

Il ministro Orlando, da ex ministro dell’Ambiente, aggiunge paletti irremovibili al significato di Green Economy. “Non c’è alcuno spazio per teorie regressive come la decrescita. Occorre smarcarsi dalla diatriba tra un ambientalismo e industrialismo oltranzista”, dice Orlando dal palco. “Quella di Edo Ronchi è una proposta riformista che va accolta perché dobbiamo renderci conto del fatto che c’è un problema di ‘destino’. Le Istituzioni devono farsene carico, la pena è la perdita di credibilità. Lo stesso discorso vale per le Istituzioni europee che avrebbero bisogno di essere affiancate da soggetti politici di dimensioni europee anche in quest’ambito”.

ultima modifica: 2018-05-10T08:40:54+00:00 da Maria Scopece

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