I Paesi che hanno saputo investire nel futuro, e dunque in competenze e infrastrutture, hanno meglio cavalcato il cambiamento tecnologico. L'analisi di Andrea Goldstein, senior economist presso l'Ocse

Senza infrastrutture non ci sono né crescita economica, né sviluppo sostenibile. È una verità spesso dimenticata nel nostro Paese, dove la sensazione diffusa che si viva in una fase di continua recessione si accompagna a convinzioni contrarie: che perseguire la sostenibilità uccida la crescita, oppure che crescere sia dannoso per l’ambiente e la società.

Invece, adottando uno sguardo più ampio e guardando al di fuori dell’Italia, non si può fare a meno di constatare come, dopo la crisi devastante del 2008-09, vi sia stata una notevole ripresa internazionale. Questo trend, inoltre, a dispetto di quanto sostenuto da alcuni, non riguarda solo le economie emergenti, come i Brics, la Turchia, o l’Indonesia; negli ultimi cinque anni hanno ricominciato a crescere notevolmente anche i Paesi industrializzati. In prima battuta Stati Uniti e Canada ma, negli ultimi due o tre anni, anche l’Europa e l’eurozona, dove si possono constatare ricadute positive anche sull’occupazione.

Questa tendenza si è verificata anche nel commercio, che meglio di ogni altro fenomeno rappresenta e sintetizza la globalizzazione. Certo, il Made in China si è ormai imposto con forza anche nelle abitudini quotidiane delle persone, ma non necessariamente a discapito della crescita economica nei Paesi sviluppati, dove i costi di produzione sono molto più elevati, ma che grazie all’innovazione e alla creatività negli ultimi anni hanno ripreso a esportare con forza (e l’Italia ben simboleggia questa resilienza produttiva).

Vige, oltretutto, un rapporto molto stretto anche fra innovazione e diseguaglianza. I Paesi che, con lungimiranza, hanno investito nel futuro, e dunque in competenze e infrastrutture, hanno meglio cavalcato il cambiamento tecnologico, mentre chi non lo ha fatto si è trovato in difficoltà, con l’affievolirsi del contratto sociale e la tendenza a rinchiudersi su se stessi. Il ruolo delle infrastrutture, con particolare riferimento a quelle necessarie per il capitale umano, risulta indiscutibilmente cruciale per lo sviluppo nazionale, indipendentemente dal livello del reddito. Pensiamo all’Africa, dove la semplice costruzione di una strada consente ai bambini di risparmiare del tempo per recarsi a scuola; dove la realizzazione di un acquedotto permette alle madri di risparmiare del tempo da dedicare ai propri figli.

L’importanza delle infrastrutture nello sviluppo sostenibile è sempre più riconosciuta dalla comunità mondiale e nell’ultimo quinquennio si sono fatti grossi passi in avanti. Nel 2001 l’Onu aveva lanciato gli Obiettivi di sviluppo del Millennio (Mdg), che sono serviti a focalizzare risorse e attenzione sulla riduzione della povertà nei Paesi in via di sviluppo – con risultati molto positivi. Nel 2015 sono stati lanciati gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sdg) che riguardano ormai tutti i Paesi, compresi quelli ricchi e industrializzati come l’Italia. Gli Sdg comprendono target per le infrastrutture, l’industrializzazione, la digitalizzazione e l’occupazione, incoraggiando tutti i Paesi a percorrere un circolo virtuoso.

Da un lato, dunque, lo sviluppo sostenibile (sul piano ambientale e sociale) assume un ruolo sempre più importante nelle strategie di qualunque operatore voglia affermarsi nel settore delle infrastrutture, ma, dall’altro, esse stesse rappresentano un volàno per lo sviluppo sostenibile nazionale. Ciò avviene in parte perché migliorano la qualità dei servizi pubblici e in parte perché creano le condizioni necessarie per l’industrializzazione dei Paesi – anche nelle zone meno sviluppate di quelli occidentali – e dunque per la creazione di nuovi posti di lavoro.

Dinamiche che si intrecciano con un altro mega-trend degli ultimi anni, e soprattutto dei prossimi: l’urbanizzazione crescente, a tutte la latitudini. Le megacity di cui oggi si parla moltissimo sono quasi per definizione caratterizzate da grandi investimenti, per esempio aeroportuali. Pensiamo ad Atlanta, che in pochi decenni è passata da “dormicchiante” città del Sud degli Usa a megacity, essenzialmente grazie all’hub e al trasporto aereo di merci e passeggeri. Oppure a Istanbul, dove a soli tre anni dall’inizio dei lavori sta per essere inaugurato un aeroporto che avrà inizialmente ben 88 finger: per avere un’idea, la somma di tutti i finger di Malpensa e Fiumicino è 91.

L’Italia, dunque, non può e non deve restare indietro. Questo vale per le città – pensiamo al degrado delle infrastrutture di Roma rispetto ad altre capitali mediterranee, senza pensare a Londra o Parigi – come per regioni del sud, ma anche del nord – chissà quando Genova riuscirà a diventare il porto dei milanesi, col completamento dell’alta velocità. I cui lavori sono stati affidati nel 1991…

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