La profezia del crollo, con il suo corollario di previsioni non veri catesi, è imputabile a oggettive debolezze della teoria di Marx e, in particolare, alla sottovalutazione dei valori della cultura politica moderna

Le previsioni di Marx sul crollo repentino del capitalismo, sull’impoverimentocrescente della massa dei salariati e sull’inasprimento della lotta di classe non si sono veri cate. A collassare, invece, è stato il maggiore esperimento politico-sociale ispirato dalla sua teoria, il comunismo sovietico. E il Paese che continua a porre il marxismo tra i fondamenti della propria costituzione, la Cina, è divenuto una grande potenza attraverso un percorso di modernizzazione che non solo ha reinterpretato e modificato il modello marxiano per adattarlo alla sua specificità, ma ha anche accettato il capitalismo del mercato mondiale. Non sorprende, quindi, se il marxismo, sia come teoria sia come ideologia, sia oggi assai meno presente nel dibattito intellettuale e mediatico rispetto al passato. Sarebbe tuttavia un grave errore attribuire al  filosofo tedesco i fallimenti del comunismo sovietico e dimenticare il contributo fondamentale che ha dato alla conoscenza della società moderna. Marx ha colto l’aspetto fondamentale del capitalismo, che consiste nel processo di distruzione creatrice.

Un sistema socioeconomico basato sulla ricerca del prodotto da parte di imprese private in competizione nel mercato è caratterizzato da crisi ricorrenti, persistenti disuguaglianze, contraddizioni e conflitti endemici. Il mercato non è un ordine spontaneo come ritengono i neoliberisti, ma non è neppure un’istituzione incapace di autocorrezione. Le crisi, anche quella decennale da cui stiamo uscendo, non significano la  ne del capitalismo, come riteneva Marx. La convinzione di avere scoperto e svelato le leggi di movimento del capitalismo e le conferme che credeva di rinvenire nelle crisi ricorrenti, lo inducevano a ritenere che il capitalismo rappresentasse una fase fondamentale, ma di breve durata, nella storia dell’umanità: l’apogeo del regno della necessità destinato a lasciare il posto al regno della libertà vera (ben diversa dall’ingannevole libertà borghese) e dalla vera uguaglianza e fraternità della società senza classi. Marx ha compreso la potenza disgregatrice e l’intrinseco dinamismo del capitalismo, ma ne ha sottovalutato la capacità di trasformarsi e rigenerarsi, modificando continuamente gli assetti e i rapporti che esso stesso ha prodotto, liberando nuove risorse e creando nuove opportunità.

La modernità globale del capitalismo, come ogni altro tipo di civiltà umana, prima o poi finirà, perché tempus vincit omnia, ma non se ne vede una  ne prossima. La profezia del crollo, con il suo corollario di previsioni non verificatesi, è imputabile a oggettive debolezze della teoria di Marx e, in particolare, alla sottovalutazione dei valori della cultura politica moderna quali libertà, eguaglianza e fraternità, e delle istituzioni della democrazia moderna, ovvero diritti civili, divisione dei poteri, pluralismo. Marx li considerava mere espressioni dell’ideologia borghese, ignorandone le potenzialità di cambiamento sociale anche per quella che considerava la classe rivoluzionaria. Le lotte della classe operaia non solo hanno realizzato princìpi borghesi, ma hanno modificato quei processi di polarizzazione e di radicalizzazione del conflitto di classe che dovevano accelerare il crollo del sistema. Ancor meno vengono prese in considerazione la libertà di innovare e intraprendere dei soggetti economici e il meccanismo della concorrenza. Per Marx, nel mercato capitalistico non possono esistere che il monopolio e la concorrenza anarchica, in un vuoto di governo.

Eppure, persino la concezione dello Stato come “comitato di affari della borghesia” implica un ruolo di regolazione, almeno del conflitto interno alla borghesia. Pur vivendo a lungo nella democrazia britannica, Marx non considera alcuna possibilità di un mercato disciplinato da una rete di regole e istituzioni e di un conflitto di classe non violento in un contesto di democrazia pluralista. Ciò è certamente dovuto all’oggettiva diversità del capitalismo al tempo di Marx rispetto a oggi; la ricca letteratura sulla globalizzazione contemporanea e la varietà dei capitalismi mostra, infatti, la molteplicità degli assetti politico-istituzionali nel contesto generale del capitalismo globale, in cui anche le grandi imprese transnazionali non agiscono in un vuoto di potere. In conclusione, possiamo continuare a trarre insegnamenti utili dalla sociologia di Marx: l’inserimento dell’economia nella società, la contraddizione fondamentale del capitalismo nel corso del suo sviluppo (nella fase attuale, tra crescente interdipendenza socioeconomica globale e perdurante frammentazione politica ed eterogeneità culturale), le crisi economiche e sociali ricorrenti e le connesse potenzialità di profondi cambiamenti. Ma dobbiamo evitare l’errore di considerarle fasi di una spirale di crescente gravità che non può che portare al crollo e alla rivoluzione e non invece trasformazioni del capitalismo in un processo di distruzione creatrice.

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