Le indicazioni emerse dal seminario “Nato versus the new global threats”, organizzato alla Camera dalla Nato Defense College Foundation con il Balkan Trust for Democracy e la delegazione italiana all’Assemblea parlamentare della Nato

L’Alleanza Atlantica alla prova dell’unità politica. Mentre l’Europa si divide sulla questione migratoria e le due sponde dell’oceano si allontano sul dossier commerciale, la Nato è chiamata ad evitare che le le frizioni tra storici alleati si allarghino ai tema della difesa e della sicurezza. A Bruxelles, l’11 e 12 luglio, i capi di Stato e di governo si ritroveranno per il consueto Summit biennale, e dovranno affrontare diversi e delicati dossier, dal 2% del Pil da spendere in difesa (un obiettivo a cui molti Paesi, il nostro compreso, restano lontani) al lancio di nuove iniziative per aumentare la deterrenza in chiave anti-russa. Nel frattempo, tuttavia, l’Italia sembra un po’ troppo distratta nelle vicende di politica interna, nonostante il contesto internazionale stia vivendo una fase di profonda evoluzione in cui occorre trovare presto una chiara collocazione. È quanto emerso dal seminario “Nato versus the new global threats”, organizzato alla Camera dalla Nato Defense College Foundation, in collaborazione con il Balkan Trust for Democracy, e con il supporto della delegazione italiana all’Assemblea parlamentare della Nato. Ad aprire i lavori, è intervenuto il presidente della Fondazione, Alessandro Minuto Rizzo, che ha moderato il primo dei tre panel del seminario.

IL PARADOSSO ITALIANO

Se gli alleati si organizzano per il Summit, il nostro Paese sembra vivere una situazione di particolare paradosso: “Mentre si addensano cambiamenti impressionanti dal punto di vista della tipologia e della qualità della minaccia, l’opinione pubblica è in uno dei momenti di maggiore distanza da questi temi”, ha detto Andrea Manciulli, presidente della delegazione italiana all’Assemblea parlamentare della Nato. “La politica resta concentrata su vicende interne”, ma è proprio all’esterno che si assiste ai maggiori cambiamenti. Se da un lato “riemerge il confronto strategico tra macro-aggregati e tra Paesi”, dall’altro assistiamo a un contesto in cui “l’infinitamente piccolo, come la minaccia ibrida, cibernetica o asimmetrica, cambia tutto, e acquista la capacità di creare danni inimmaginabili”. Parallelamente, ha rimarcato Manciulli, “l’intensità mediatica ha cambiato la percezione della minaccia rendendola più pericolosa”. Di fronte a questo “è impossibile che la politica non si renda conto che essere nella Nato non sia un dettaglio, ma il cuore di una postura che i fatti rendono necessaria per il nostro Paese”.

RISCOPRIRE IL SOFT POWER DELL’ALLEANZA

Certo, anche l’Alleanza “sta vivendo un momento particolare di discussione sul suo ruolo e sul suo futuro”, un momento in cui deve necessariamente “costruire un soft power convincente”, ha detto Manciulli. “Dobbiamo capire che stare in questo spazio non è un problema di collocazione, ma di valori; e se oggi c’è un problema – ha spiegato – è che l’idea di adesione a questi valori e la cultura dell’atlantismo sono meno evidenti rispetto al passato, e da qui dobbiamo ripartire”. Si è detto d’accordo Michał Baranowski, direttore dell’ufficio di Varsavia del German Marshall Fund of the United States. Secondo l’esperto, “l’obiettivo chiave” del prossimo Summit sarà “recuperare l’unità politica dell’Alleanza”. Negli ultimi mesi, infatti, sono emerse differenze tra gli alleati in una molteplicità di campi, dal clima alle politiche commerciali. “Il rischio – ha affermato Baranowski – è che queste frizioni si leghino ai temi della sicurezza, ma credo che al Summit ci sarà l’opportunità di superarle e di uscirne più uniti di prima”.

L’AGENDA DEL SUMMIT

E non a caso il primo dossier sul tavolo dei capi di Stato e di governo sarà quello più delicato: il burden sharing, cioè l’equa distribuzione degli oneri e delle responsabilità tra le due sponde dell’Atlantico, un tema particolarmente caro all’amministrazione Trump, che più volte ha punzecchiato gli alleati sul rispetto della quota del 2% del Pil da spendere in difesa entro il 2024. Su questo, ha ricordato Antonio Missiroli, assistant del segretario generale della Nato per Emerging security challenges, “la buona notizia è che abbiamo girato l’angolo, e che la spesa per la difesa dell’Alleanza cresce nel suo complesso”. Certo, ha aggiunto, “alcuni Paesi restano lontani dagli obiettivi”, e questo “sarà uno dei primi elementi di conversazione del vertice”. Poi, i leader alleati discuteranno “dell’adattamento, anche a livello militare, alle sfide attuali”. In tal senso, ha spiegato Missiroli, verrà ufficializzato quanto già annunciato durante la recente ministeriale: l’aumento dello staff per la struttura di comando (si parla di 1.200 unità in più); due nuovi comandi tra Norfolk, in Virginia, e Ulm, in Germania; e nuovi comandi dedicati esplicitamente al cyber-spazio. Potrebbe invece non esserci il lancio di una nuova missione di training in Iraq, “già pianificata” ma necessariamente da valutare con il nuovo governo del Paese, uscito da poco dalle elezioni. Verrà invece dichiarata la piena operatività dell’Hub per il sud situato a Napoli, mentre “si inizierà il dibattito sulle minacce ibride”. Infine, si parlerà della “collaborazione tra Nato e Unione europea, in particolare sul tema della mobilità militare” e in virtù di quanto l’Ue sta facendo per il progetto di una difesa comune.

TRA FIANCO EST E FRONTE SUD

Più di quanto accadde due anni fa a Varsavia, al prossimo Summit di Bruxelles si incroceranno poi due diverse sensibilità: quella dei Paesi dell’est, che continuano a considerare la Russia la principale minaccia alla sicurezza dell’Alleanza; e quella dei Paesi meridionali (con Italia in testa) che chiedono invece una maggiore attenzione al fianco sud. Quest’ultima posizione, inoltre, è generalmente accompagnata dal tentativo di promuovere una progressiva apertura a Mosca, elemento chiaramente mal digerito dagli alleati orientali. Come emerso dal dibattito alla Camera, il Summit di luglio dovrebbe dare rassicurazioni su entrambi i fronti, potenziando gli strumenti di deterrenza in ottica anti-russa, e ammettendo l’esigenza di un impegno più deciso vero il variegato e complesso orizzonte meridionale. “La difesa del fianco est è importante, non c’è dubbio; ciò è ormai un dato di fatto, che la Nato ha già abbracciato”, ha spiegato l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, già ministro della Difesa. “Oltre a questo però – ha rimarcato – ci sono tante altre questioni sul fianco sud, molto complesse, che richiedono un maggiore sforzo intellettuale, politico e operativo”.

LA POSIZIONE DELL’ITALIA

E proprio su questo aspetto si sono già levate le richieste del presidente del Consiglio Giuseppe Conte e del ministro della Difesa Elisabetta Trenta, che hanno invitato da subito l’Alleanza a un maggior impegno nel Mediterraneo. Nel recente incontro a Roma con il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, il premier italiano ha comunque prima di tutto ribadito l’assoluta fedeltà del Paese all’Alleanza.In tal senso, ha ricordato Federica Favi, capo del dipartimento Nato presso il ministero degli Esteri, saranno tre le priorità dell’Italia al Summit di Bruxelles: “rafforzare la solidarietà tra le due sponde dell’atlantico; potenziare la dimensione meridionale dell’Alleanza; e promuovere la cooperazione tra Nato ed Europa”. Questi tre elementi, ha concluso, si aggiungono ai due aspetti tradizionali della membership italiana: “la solidarietà tra tutti gli alleati; e la politica del dual track nei confronti della Russia”.

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