Il punto del direttore della Nato Defense College Foundation su tre dossier caldi in vista del vertice: collocamento dell'Italia, questione turca e quota del 2%. Per il governo di Giuseppe Conte, ci sono le possibilità per fare "un buon lavoro"

Collocazione dell’Italia nella Nato, il 2% del Pil da spendere per la difesa, e lo scivolamento turco verso la Russia di Putin. Sono alcuni dei temi più caldi nell’Alleanza Atlantica in vista del prossimo Summit dei capi di Stato e di governo, in programma a Bruxelles l’11 e 12 luglio, un vertice che si preannuncia denso di questioni delicate. Di questi tre dossier abbiamo chiesto conto ad Alessandro Politi, direttore della Nato Defense College Foundation, analista geopolitico e strategico, che abbiamo incontrato a margine dell’evento che la Fondazione, insieme al Balkan Trust for Democracy e alla delegazione italiana all’Assemblea parlamentare della Nato, ha organizzato a Roma la scorsa settimana (qui il racconto del seminario).

In vista del prossimo Summit di Bruxelles come cambierà la posizione italiana con il nuovo governo giallo-verde?

Prima di tutto, credo che il governo debba rodarsi; e ha un mese di tempo per farlo. Esistono delle burocrazie e dei consiglieri che faranno un buon lavoro. Ad ogni modo, è ormai chiaro che, dalla fine della Guerra fredda, ogni esecutivo abbia portato una sua sottolineatura o sfumatura, e questo fa parte del normale gioco politico. Eppure, finora i governi italiani si sono sempre mossi dentro una sorta di banda di oscillazione, definita dagli interessi nazionali concreti. Un conto sono i tweet e il dibattito politico interno, un conto sono le cose serie. E su queste, l’Italia è sempre stata seria. Perciò, penso che il governo saprà muoversi in modo adeguato, e nel giro di un mese lo capiremo per bene. D’altronde, nessuno sta attaccato ai cento giorni, più che altro una balla mediatica; un governo si vede dopo sei mesi, perché questo è il tempo normale per prendere in mano dei dossier come sa chiunque abbia fatto questo lavoro.

Tra i dossier sul tavolo del Summit ci sarà il burden sharing. Presumibilmente, non mancherà il consueto invito degli Stati Uniti a rispettare il 2% del Pil da spendere per la Difesa. Perché, tra tutti gli alleati in ritardo (Italia compresa), le ultime punzecchiature su questo tema sono state rivolte alla Germania?

Ci sono due componenti della questione. Primo, la condizione delle Forze armate tedesche. La Germania ha un esercito ancora molto visibile, con contingenti che partecipano alle operazioni e che, nel tempo, hanno superato molti tabù. Tuttavia, è chiaro che durante la Guerra fredda certe spese erano facili da presentare, basti vedere quanto è stato più complesso finanziare il Typhoon rispetto al Tornado, programmi sviluppati in situazioni di bilancio molto diverse. Difatti, dalla fine del confronto bipolare, anche in Germania c’è stata un’erosione delle spese, e questo si è visto. Ciò riguarda anche la discussione interna al Paese, e cioè quanto i tedeschi vogliono avere un esercito più efficace tenendo conto dei problemi concreti. In tal senso, la Crimea non è un dettaglio, ma una cosa che ha cambiato molto il clima politico da San Francisco a Vladivostok. Inoltre, qualche volta, c’è l’impressione che l’esercito tedesco sia più buono sulla carta che nella realtà operativa. E questa è una cosa che lascio ai tecnici.

E la seconda componente della questione?

Poi c’è la componente tipicamente business like di questa presidenza americana, che guarda alla bottom line economica e, in definitiva, al soldo. Dal loro punto di vista i tedeschi devono spendere di più perché hanno i vantaggi commerciali, perché esportano e hanno il surplus. È questo è il discorso di grande chiarezza che viene fuori da presidenza statunitense.

Eppure qualcuno si è chiesto se poi davvero gli alleati accetterebbero una Germania che spende il 2% del Pil nella difesa, e che sarebbe dunque una vera potenza militare.

È una buona domanda, ma in realtà è stata in parte risolta nel 1955, quando si è deciso il riarmo della Germania. Assicuro che all’epoca ci fu un grande dibattito, e che l’Urss, ad esempio, uso tutta la sua propaganda per evitarlo. Ora, può aiutare quello che sta succedendo per il Giappone, che dispone di Forze armate che fanno spavento con solo l’1% del Pil di spesa obbligatorio. Nessuno (a parte alcuni Paesi asiatici, seppur con molta discrezione) si preoccupa di questo fatto, almeno a Washington. A questo punto, il tema del rafforzamento tedesco si trasferisce tra europei. Ma francamente, immaginare la Germania con Forze armate più capaci, dotata di intenti aggressivi, richiederebbe un cambio di governo veramente radicale. Per altro, nessuno per ora si preoccupa di altri governi mediterranei (che non cito) che hanno un esercito imponentissimo ma non vanno oltre le operazione di frontiera, per quanto muscolari. È vero che la prudenza prevede sempre di prevedere, ma a volte sembra che emergano dei timori quasi nostalgici.

Un altro tema caldo nell’Alleanza Atlantica riguarda la Turchia, che pare scivolare nell’orbita russa. La crisi rientrerà?

Ritengo che occorra guardare alla Turchia in modo strutturale e complessivo. Prima, insieme all’Italia, il Paese era la Bulgaria della Nato. Miracolo: dopo la fine della Guerra fredda, questi due alleati sono diventati battitori liberi. È un fatto, anche se, chiaramente, gli italiani “do it better”: battitori liberi, ma con un minimo di attenzione per evitare frizioni più serie. Ora, la Turchia si trova in questa situazione anche per via di quelle che sono le scelte del proprio governo. Scelte complesse e a volte controverse, tra cui, la più controversa e visibile, riguarda la fornitura di missili anti-aerei russi (il sistema S-400, ndr) che prima era stata preceduta dal tentativo di rivolgersi ai cinesi. Non a caso, personalmente, starei più attento a quello che succederà nel giro di dieci anni con la Cina, se la nuova Via della Seta diventasse una realtà.

Ci spieghi meglio.

La Via della Seta è un’eccellente idea di commercio mondiale, che parte da Pechino e arriva ad Amburgo, passando per la Turchia, i Balcani e Trieste. Che rappresenti la zampa del dragone sul collo di una serie di Paesi è un’esagerazione, ma certamente creerà della gravitazioni politiche. Esse coinvolgono il Pakistan, l’Iran – che stavamo cercando di portare dentro un’orbita meno isolata – e anche la Turchia e il Caucaso. Comunque, tornando all’avvicinamento tra Ankara e Mosca, il punto è capire se veramente i vertici militari e politici turchi siano disposti a essere meno rigorosi alla tenuta dei segreti dell’Alleanza, in genere, e americani in particolari. E questa è una domanda tipicamente di intelligence per cui non ho una risposta.

Ma come si risolve questa spaccatura nell’Alleanza? Quanto è serie la questione?

Al momento mi sembra che la cosa stia progressivamente e costantemente peggiorando. Il primo mandato del presidente Erdogan fu una luna di miele; il secondo si è girato all’aceto; e il terzo comincia a porre interrogativi concreti, non soltanto su democrazia interna e questione curda che, comunque, non sono secondari in un Paese dell’Alleanza e tanto meno in Europa. Ad ogni modo, spero che la questione venga affrontata con freddezza negoziale, anche se naturalmente ci possono essere scelte di governo che privilegiano la posizione da uomo forte. E su questa si sa sempre come si inizia e mai come si finisce.

Tornado all’Italia, abbiamo ancora delle carte da giocare per riuscire a orientare l’Alleanza su aspetti che il nuovo esecutivo (in linea con i precedenti) considera prioritari, come l’attenzione al fianco sud o il dialogo con Mosca?

Sarebbe opportuno cominciare da cose “terra terra”, iniziando a fare una politica seria delle persone che mandiamo all’estero, non soltanto come diplomatici, ma anche come funzionari o seconded, non ossessionandoci solo per le cariche apicali ma cominciando a riempire i livelli medi, e non i livelli bassi. Inoltre, bisognerebbe fare in modo che queste persone non vengano mandate semplicemente dal governo e poi dimenticate, ma che si adottino le buone abitudini di altri Paesi, i quali fanno costantemente squadra nazionale tra funzionari internazionali. Con incontri periodici con gli ambasciatori aumenteremo almeno del triplo la nostra influenza nelle organizzazioni internazionali. Ma ciò significa superare l’idea che chiedere delle istruzioni al proprio Paese sia di cattivo gusto. E questo è punto strutturale.

Ma in termini di influenza e peso politico, come siamo messi?

L’Italia ha delle buone carte; le ha sempre avute. Il nostro Paese è un contributore importante della Nato, in termini di soldi, di missioni, di soldati e di basi. Tuttavia, i governi devono avere il polso, quando necessario, di mettersi anche di traverso. È facile farlo in alcuni fori o manifestazioni pubbliche, ma poi bisogna ribadirlo quando ci si trova intorno al tavolo negoziale. In genere, dobbiamo ammetterlo, i governi italiani lavorano dietro le quinte e portano a casa un risultato. E questo va benissimo. Poi, che il gatto sia bianco o nero, se acchiappa il topo, poco importa. Ma tale strategia richiede una capacità di lavoro politico-diplomatico molto alta, e non sempre è possibile, poiché bisogna avere anche il coraggio di reggere i bilaterali con i grossi calibri dell’Alleanza restando disposti anche a dire dei no.

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