Le dimissioni di Johnson poche ore dopo quelle di Davis, sono il segnale che “BoJo” non vuole farsi superare a destra tra i duri e puri della Brexit dall’ormai ex ministro per l’uscita dall’Ue

Più che di “hard Brexit” o di “soft Brexit”, meglio parlare di “messy Brexit”, la Brexit confusa, quella che ha visto nel giro di poche ore le dimissioni di David Davis, il ministro per la Brexit, e di Boris Johnson, il ministro degli Esteri del Governo conservatore di Theresa May.

Come previsto, aldilà dei brindisi e delle pacche sulle spalle di circostanza, l’accordo di Governo di sabato ai Chequers, in cui May e i suoi ministri sbandieravano i 12 punti per una versione della Brexit all’acqua di rose, era fumo negli occhi. Il virus anti-europeista, che sta distruggendo leadership dopo leadership nel partito Conservatore sin dai tempi di Maggie Thatcher e John Major, si sta riproponendo di nuovo con Theresa May, il cui Governo sembra tutt’altro che “strong and stable”, forte e stabile, come aveva malauguratamente dichiarato prima delle elezioni del 2017.

Le dimissioni di Davis erano nell’aria da tempo, e il ministro ha subito dichiarato che con quanto stabilito dal Governo non verrebbe rispettato il mandato degli elettori del 23 giugno 2016, quando votarono per il “leave” dall’Unione Europea, dando il compito al Governo di determinare le modalità dell’addio all’Unione. Due anni dopo quello storico voto i progressi della trattativa con Bruxelles non sono sufficienti né per l’ala fautrice di una soft brexit nel partito – e che vede alcuni grandees storici dei Tories come Ken Clarke e Michael Heseltine tra i suoi sostenitori – né per i più intransigenti brexiteers. Le dimissioni di Johnson poche ore dopo quelle di Davis, sono il segnale che “BoJo” non vuole farsi superare a destra tra i duri e puri della Brexit dall’ormai ex ministro per l’uscita dall’Ue.

In queste condizioni, con il partito che – eufemisticamente! – ribolle, e con una maggioranza che si appoggia su una manciati di voti degli unionisti nordirlandesi, appare oggettivamente improbabile che Theresa May possa durare a lungo, men che meno che possa essere lei a guidare i Tories alle prossime elezioni. Il leadership challenge alla leader del partito sembra vicino come non mai in questi ultimi due anni, e anche se fonti di Downing Street affermano che May vuole “continuare a combattere per restare premier”, i suoi giorni – se non le sue ore – a Downing Street sembrano contati. Spettatore interessato della vicenda: Jeremy Corbyn, il leader laburista.

Condividi tramite