Nato, quel che conta è il risultato. Trump, l’Europa e l’Italia secondo Paolo Messa

Nato, quel che conta è il risultato. Trump, l’Europa e l’Italia secondo Paolo Messa
Conversazione con il direttore del Centro studi americani. Nonostante lo stile disruptive che Donald Trump ha portato anche al Summit di Bruxelles, gli Stati Uniti restano perno insostituibile dell'Alleanza Atlantica. E per Roma si aprono ora nuove opportunità

Dopo giornate di intenso lavoro, si è concluso l’atteso Summit Nato di Bruxelles. La prova dell’unità politica è stata superata, e sulla spesa per la difesa non è mancato l’accordo a rispettare gli impegni presi. Tra i tweet pungenti di Trump e le novità operative che rafforzano l’Alleanza tanto nel fianco est, quanto nel fianco sud, il vertice continuerà sicuramente ad alimentare il dibattito in Europa e Stati Uniti. Abbiamo chiesto un commento a Paolo Messa, direttore del Centro studi americani (Csa).

Tra tweet pungenti e l’imprevedibilità del “fattore Trump”, il Summit Nato si è concluso con una dichiarazione che rafforza l’unità. Come giudica questo vertice così particolare?

Tutto è bene quel che finisce bene. Il presidente Trump è disruptive per natura e per vocazione. E quello dello stress test è il suo schema abituale di negoziato. In questo caso, ciò che conta però non è il metodo ma il risultato.

Però il presidente Usa ha minacciato di abbandonare l’Alleanza atlantica…

Proviamo per un attimo a mettere tra parentesi le parole del presidente. Se guardiamo ciò che hanno detto il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, il capo del Pentagono James Mattis e, in modo bipartisan, i membri del Congresso, si ha chiarissima l’idea che gli Stati Uniti sono e saranno perno insostituibile della Nato.

Così come con la Corea del Nord, Trump ha già rivendicato i risultati di questo suo approccio, attribuendosi il merito di aver portato gli alleati a impegnarsi sul fronte della spesa. È una lettura corretta?

Donald Trump voleva responsabilizzare l’Europa e lo ha fatto a modo suo. Nonostante le critiche potrà rivendicare un risultato migliore di quello ottenuto dalla leadership ben più educata di Barack Obama. Il costo anche politico di questo azzardo è elevato e nei prossimi mesi il rapporto transatlantico dovrà essere un obiettivo comune di Europa e Stati Uniti.

Che impatto ha avuto sul Summit il modo di fare (quantomeno inconsueto) del Presidente americano nei confronti degli altri leader?

Gli europei, ma d’altronde gli stessi americani, sono in forte imbarazzo ed è sicuramente molto difficile poter parlare di buon feeling. Non dobbiamo dimenticare però che il Presidente degli Stati Uniti è scelto dagli elettori americani, e non da noi. Quello che conta è che l’amministrazione americana resta un attore chiave dell’Alleanza Atlantica. Tra l’altro, la preoccupazione maggiore dei leader europei non riguardava tanto il Summit di Bruxelles, quanto quello di Helsinki del prossimo lunedì, quando Trump incontrerà Putin. Per i Paesi occidentali il rapporto con il Presidente russo resta infatti un tabù fortissimo.

Bersaglio principale degli inviti veementi di Trump è stata la Germania, per la quale il presidente Usa ha collegato le questioni della difesa alla dipendenza energetica da Mosca. L’impressione è che oltre il 2% le divergenze siano molto più profonde. È così?

Tutti gli osservatori amano segnalare i difetti di Trump, ma certo non si può negare che abbia il dono della chiarezza. Ha scelto di mettere sul tavolo una questione che è cruciale e ben conosciuta da tutti gli esperti. La Germania, che è un Paese importante dell’Unione europea e un alleato non meno importante per l’Italia, ha una bilancia commerciale estremamente favorevole e sulla Russia mantiene da sempre un doppio registro: fermezza sul piano politico, e grande complicità sul piano economico ed energetico. Mentre si discute di dazi e di rapporti con Putin, Trump ha voluto rovesciare le parti passando da accusato ad accusatore. E probabilmente non ha tutti i torti.

Tra l’altro, le questioni energetiche toccano anche l’Italia, coinvolta nella Tap che porterà il gas dell’Azerbaijan in Europa approdando proprio nel nostro Paese. Il dipartimento di Stato guarda con favore l’iniziativa.

Sarà senza dubbio interessante capire il ruolo e l’interesse che il nostro Paese potrà avere in questo processo decisionale. In sintesi, la domanda a cui occorre trovare una risposta è: sul Nord Stream 2, siamo con Trump o con la Merkel? Probabilmente sarebbe nostro interesse comprendere il valore strategico del Tap.

Restando all’Italia, il ministro degli Esteri Moavero Milanesi ha ribadito l’obiettivo di essere partner privilegiati degli Usa nell’Unione europea. È un piano credibile?

Non c’è occasione in cui la presidenza americana non mostri segnali di particolare attenzione verso l’Italia. Trump considera il nostro Paese vicino non solo come storico partner nella sicurezza internazionale, ma anche dal punto di vista strettamente politico. La visita di Conte alla Casa Bianca potrebbe non rispondere solo ad una logica di cortesia istituzionale ma rappresentare una opportunità più grande di cooperazione tra le due sponde dell’Atlantico. Il fatto che Moavero abbia parlato del nostro ruolo come ponte naturale tra Stati Uniti ed Europa, insieme alla serietà delle posizioni espresse dal ministro Elisabetta Trenta sui temi di sua competenza, confermano infatti che l’Italia ha le carte in regola per coltivare questa ambizione. Ovviamente, saremo tanto più credibili ed efficaci quanto più sapremo presentarci come un Paese saldamente parte dell’Unione europea.

ultima modifica: 2018-07-12T11:00:29+00:00 da Stefano Pioppi

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