La Chiesa e gli abusi. Il dibattito negli Usa dopo il caso Pennsylvania

La Chiesa e gli abusi. Il dibattito negli Usa dopo il caso Pennsylvania
Le descrizioni del rapporto della Corte Suprema degli Stati Uniti sono “raccapriccianti”. E porteranno cambiamenti concreti da parte della Conferenza episcopale americana. Negli Usa è stata accolta positivamente la dichiarazione del direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Greg Burke

“Nemmeno Dante nel suo Inferno immaginava crimini sacrilegamente perversi come quelli documentati dal rapporto”, commenta il Wall Street Journal. “Il rapporto si legge come uno di quei luridi romanzi anticattolici che fiorirono nell’America del XIX secolo”, scrive il Washington Post. “Un’altra battuta d’arresto per Papa Francesco”, la definisce invece il Guardian. La vicenda, stavolta, non sembra più qualcosa di interno solamente alla Chiesa, paludato cioè tra freddi seminari e oscure sacrestie, ma al contrario assume i tratti di un racconto che ne esce fuori e diventa uno spaccato di società, su cui qualsiasi spettacolarizzazione mediatica appare persino debole di fronte al quadro che emerge dalle indagini. E pare suggerire che a questo punto tocca ai laici e ai fedeli, al popolo della Chiesa, prendere in mano la situazione.

Milletrecento pagine, trecentouno sacerdoti implicati in casi di abusi e molestie che vanno dal 1947 ad oggi, ai danni di circa mille vittime sparse su sei diocesi degli Stati Uniti: Allentown, Erie, Greensburg, Harrisburg, Pittsburgh e Scranton. La maggior parte ragazzi, alcuni adolescenti, altri nemmeno nell’età puberale, e anche ragazze, sebbene di numero inferiore. C’è però chi sostiene che ci siano altrettanti abusati che non hanno mai avuto il coraggio di confessare le loro segnanti esperienze. Nonostante ciò l’indagine, realizzata su documenti forniti dalle stesse diocesi, non scopre nulla di nuovo, tuttavia permette di avere un quadro complessivo e conclusivo della questione pedofilia nella Chiesa americana. Visto che si tratta della più grande, sul tema, mai realizzata da parte di un ente del governo federale degli Stati Uniti.

Il rapporto, redatto dalla Corte Suprema degli Stati Uniti, è il risultato di due anni di indagini coordinate dal procuratore generale dello Stato di Pennsylvania Josh Shapiro e realizzato dal Gran Giurì, incaricato di decidere se le prove raccolte siano sufficienti per affrontarle all’interno di un processo penale. Ciò che stupisce è di certo la capillarità e la portata del fenomeno, tuttavia già ampiamente stata nelle singole parti, ma soprattutto sconvolge la durezza delle singole vicende narrate: pratiche sado-maso, ragazzini abusati e poi fatti “purificare”, altri “marchiati” con catene d’oro per poterne abusare di nuovo, religiosi vittime di evidenti mali psichici che se non scoperti avrebbero continuato indisturbati.

“Davanti al rapporto reso pubblico in Pennsylvania questa settimana, due sono le parole che possono esprimere quanto si prova di fronte a questi orribili crimini: vergogna e dolore”, si legge nella costernata dichiarazione del direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Greg Burke, dove viene riportata la reazione dello stesso Papa Francesco e in cui si spiega che “la Santa Sede considera con grande serietà il lavoro compiuto dall’Investigating Grand Jury della Pennsylvania e il lungo Interim Report da esso prodotto”, e anche che “condanna inequivocabilmente l’abuso sessuale su minori”. “Gli abusi descritti nel rapporto sono penalmente e moralmente riprovevoli”, “questi atti hanno tradito la fiducia e hanno rubato alle vittime la loro dignità e la loro fede”, prosegue il testo. “La Chiesa deve imparare dure lezioni dal passato e che dovrebbe esserci un’assunzione di responsabilità da parte sia di coloro che hanno abusato, sia di quelli che hanno permesso che ciò accadesse”.

Tuttavia “la gran parte di ciò che si legge nel rapporto riguarda gli abusi anteriori ai primi anni del 2000″, si spiega nel bollettino vaticano. “Non avendo quasi trovato casi dopo il 2002, le conclusioni del Grand Jury sono coerenti con precedenti studi che hanno mostrato come le riforme fatte dalla Chiesa Cattolica negli Stati Uniti hanno ridotto drasticamente l’incidenza degli abusi commessi dal clero”, ed è per questo che “la Santa Sede incoraggia costanti riforme e vigilanza a tutti i livelli della Chiesa Cattolica per garantire la protezione dei minori e degli adulti vulnerabili”, oltre a sottolineare “la necessità di obbedire alla legislazione civile, compreso l’obbligo di denunciare i casi di abusi su minori”. “Il Santo Padre comprende bene quanto questi crimini possano scuotere la fede e lo spirito dei credenti e ribadisce l’appello a fare ogni sforzo per creare un ambiente sicuro per i minori e gli adulti vulnerabili nella Chiesa e in tutta la società”, conclude il testo: “le vittime devono sapere che il Papa è dalla loro parte. Coloro che hanno sofferto sono la sua priorità, e la Chiesa vuole ascoltarli per sradicare questo tragico orrore che distrugge la vita degli innocenti”.

Il caso del luglio scorco della rinuncia al collegio cardinalizio dell’arcivescovo di Washington Theodore McCarrick, potente prelato progressista le cui vicende criminali legate ad abusi e molestie sessuali, compiute stavolta direttamente dal religioso, ad esempio verso studenti del seminario, hanno in qualche modo fatto da apripista a quest’ultimo, sconvolgente, rapporto. Pare che le voci sulle dolorose vicende fossero in realtà già note e diffuse da tempo, nell’ambito della sua diocesi. A un certo punto, però, la marmellata è colata fuori dal barattolo e il caso, dopo essere arrivato a conoscenza del cardinale francescano Sean Patrick O’Malley, arcivescovo di Boston e presidente della Pontificia commissione per la tutela dei minori istituita da papa Francesco nel marzo 2014, è scoppiato. Nonostante la lettera sia datata 2015 e non fosse affatto l’unica, perché già preceduta da una risalente al’anno 2000 e al tempo pervenuta in mano al nunzio apostolico Gabriel Montalvo Higuera.

Dopo la diffusione del rapporto, la Conferenza episcopale americana ha annunciato una serie di incontri pubblici per affrontare il tema e per rispondere pubblicamente a ogni domanda, specificando poi che di questi stessi temi si discuterà in maniera approfondita nell’assemblea prevista per il prossimo novembre a Baltimora. Occasione in cui verrà anche esposta un’ulteriore indagine, effettuata da un visitatore apostolico assieme a una squadra di esperti perlopiù laici, e verrà dato l’annuncio dell’apertura di nuovi canali, comprovati e sicuri, in cui esporre le proprie denunce riguardo all’operato di religiosi. Assieme all’elenco delle misure che verranno assunte per combattere il fenomeno da qui in poi, e soprattutto per evitare altri insabbiamenti. “Come vescovi ci vergogniamo e siamo rattristati e addolorati per i peccati e le omissioni dei sacerdoti e dei vescovi”, si legge nella dichiarazione degli stessi vescovi americani sul sito della Conferenza episcopale Usa, firmata dal presidente, il cardinale Daniel DiNardo.

“Siamo di fronte a una crisi spirituale che richiede non solo la conversione spirituale, ma anche cambiamenti pratici per evitare di ripetere i peccati e i fallimenti del passato che appaiono così evidenti nel citato recente rapporto”, ha detto DiNardo, annunciando i nuovi obiettivi prefissati dal comitato esecutivo, che “saranno perseguiti secondo tre criteri: indipendenza adeguata, autorità sufficiente e leadership sostanziale da parte dei laici”. Con “l’obiettivo principale di questo piano è una maggiore protezione contro i predatori nella Chiesa e contro chiunque li nasconda, protezioni che obbligheranno i vescovi ai più alti standard di trasparenza e responsabilità”.

“Qualunque siano i dettagli che potrebbero rivelarsi riguardo all’Arcivescovo McCarrick o ai numerosi abusi in Pennsylvania (o altrove), sappiamo già che una delle cause principali è il fallimento della leadership episcopale. Il risultato fu che decine di amati figli di Dio furono abbandonati per affrontare da soli un abuso di potere. Questa è una catastrofe morale. Fa anche parte di questa catastrofe che tanti fedeli sacerdoti che perseguono la santità e servono con integrità sono colpiti da questo fallimento. Decidiamo fermamente, con l’aiuto della grazia di Dio, di non ripeterlo mai più. Non mi faccio illusioni su quanto la fiducia nei vescovi è stata danneggiata da questi peccati e fallimenti del passato. Ci vorrà lavoro per ricostruire questa fiducia”, si legge ancora.

Delle stesse diocesi coinvolte, poi, quella di Scranton ha reso noti sul proprio sito i nomi delle persone legate allo scandalo e appartenenti alla propria circoscrizione vescovile, settanta circa, tra sacerdoti e laici anche non presenti nel rapporto. Stessa cosa per la diocesi di Erie, che ha messo nero su bianco i nomi di trentaquattro persone con in più persino quelli di trentuno defunti, assieme a una lettera dell’attuale vescovo che prova a parlare in maniera diretta alle stesse vittime.

Il prossimo 25 e 26 agosto ci sarà però l’incontro mondiale della famiglie a Dublino, e l’organizzazione “ending clergy abuse” ha già scritto al Papa per chiedergli di rimuovere dalla lista dei relatori alcune figure problematiche. Come ad esempio il cardinale honduregno Óscar Maradiaga, prelato vicinissimo al Papa oltre che coordinatore del C9, il Consiglio dei cardinali, ma al centro di una scandalo legato al suo ex vescovo ausiliare Juan José Pineda, dimessosi per via di alcune voci su comportamenti dubbi nel suo seminario, sempre sul tema degli abusi. Oppure il capo del dicastero per laici famiglia e vita Kevin Farrell, cardinale vicinissimo a McCarrick ma che ha sempre detto di non essere mai stato a conoscenza di nulla, relativamente ai crimini dell’arcivescovo emerito di Washington.

E infine l’attuale arcivescovo della capitale degli Stati Uniti Donald Wuerl, anch’egli figura estremamente vicino all’attuale pontefice, citato però ben 200 volte nel rapporto Pennysilvania per coperture di preti molestatori lungo vent’anni di attività svolta come arcivescovo di Pittsburgh. Wuerl, dopo la pubblicazione del report, ha fatto rimuovere dal sito della diocesi il comunicato precedente in cui difendeva il proprio operato – assieme anche alla cancellazione del sito TheWuerlRecord.com, nato per portare avanti la sua difesa – in cui l’arcivescovo spiegava di aver all’epoca introdotto misure per contrastare il fenomeno degli abusi, in linea con le indicazioni sia dei vescovi nazionali che dello Stato federale. Ma che dopo le novità emerse nel rapporto sono stati valutati, evidentemente, come non più consoni alla situazione.

“Il suo curriculum è in un certo modo difendibile: ha ereditato molti casi difficili e negoziato accordi finanziari e accordi di riservatezza con le vittime, che pensava avrebbero risolto efficacemente il problema. Si considerava un burocrate incaricato. Ma il rapporto mostra che questo approccio alla gestione delle crisi in materia di abusi sessuali ha consentito alla malvagità di continuare a pestare i piedi”, scrive sul Wall Street Journal Chad Pecknold, professore di teologia presso la Catholic University of America. Confermata invece all’incontro di Dublino la presenza del controverso gesuita americano pro-Lgbt James Martin, su cui da mesi si discute, visto che dovrà affrontare proprio il tema del rapporto tra Chiesa e mondo Lgbt, e che senza dubbio avrà molte vicende, al centro dell’attualità, a cui fare riferimento nel suo intervento.

La rinuncia invece a partecipare all’Incontro Mondiale delle Famiglie di Dublino è già stata data dal cardinale O’Malley, dopo alcune accuse a lui rivolte che parlano di comportamenti inappropriati. E come da lui stesso affermato in una nota, “fonte di grave preoccupazione per me come arcivescovo di Boston”. O’Malley spiega infatti che sono “troppo importanti” le vicende di cui deve occuparsi in questi giorni, relative al seminario Saint John, sul quale il prelato ha annunciato la volontà di dare vita a un’indagine “completa e indipendente”. Pare infatti che ex seminaristi dell’istituto abbiano parlato di abusi alcolici e di molestie omosessuali avvenuti all’interno, ovvero di “sacerdoti che si ubriacavano e che invitavano seminaristi di notte nelle loro camere”. Insomma, serate terribili che hanno portato lo seminario a descriverle come un “focolaio di sesso gay”. Un giovane seminarista, una volta ricevuta la proposta, ne ha informato gli stessi dirigenti dell’istituto, senza però inizialmente ricevere nessuna reazione nè riscontrarne nessun intervento, almeno finché la vicenda non è uscita sui giornali.

Descrizioni “raccapriccianti”, quelle che emergono dal report, le considera invece il vaticanista cattolico Aldo Maria Valli, che parla di un’inchiesta che “sta portando alla luce una serie impressionante di connessioni tra alti prelati” e che ha un suo sbocco ad esempio nel sito complicityclergy.com, in cui vengono mappate le relazioni di qualunque tipo intrattenute dall’ex cardinale con altri uomini di Chiesa. E che “fa impressione perché sembra proprio una tela di ragno”, scrive ancora Valli, aggiungendo che “secondo i promotori, proprio ai laici tocca infatti un ruolo importante, visto che dei chierici non ci si può fidare”. Stesso invito che si legge anche nel comunicato dei vescovi americani. Non a caso, stavolta sono molte le reazioni di laici, tanto nelle varie associazioni quanto nelle voci delle singole parrocchie, che chiedono risposte veritiere e soprattutto la volontà di affrontare il tema a fondo, in maniera sistematica e concreta, per spiegare che la Chiesa non è fatta solamente dai chierici ma da tutto il suo popolo, e per fare assumere ai primi le loro responsabilità.

Quello che viene chiesto è cioè un “cambio di mentalità”, con le stesse parole che afferma fin dall’inizio del suo pontificato Papa Francesco, e che ha ribadito il gesuita tedesco Hans Zollner, membro della Commissione vaticana contro la pedofilia e presidente del Centro protezione dei minori istituito presso la Pontificia Università Gregoriana, intervistato da La Stampa. “Dal 2002, cioè dal momento in cui i vescovi degli Stati Uniti si sono dati regole precise su come procedere, i casi sono calati drasticamente”, ha sottolineato il gesuita rispondendo alle domande del vaticanista Andrea Tornielli, e spiegando così che “c’è stato un cambiamento significativo nel contrasto al fenomeno e le misure adottate funzionano”, ma che “le leggi non bastano se non cambia la mentalità”.

“Ci sono un sacco di storie da raccontare su come la realtà della Chiesa sia arrivata ad assomigliare a un romanzo scadente, eppure la maggior parte sono essenzialmente storie di maltrattamenti individuali, di molestatori depravati che cercano il camuffamento del celibato sacerdotale”, si legge invece tra le pagine del Washington Post. “Ma ciò non spiega la burocratizzazione del male. Perché ciò che colpisce delle conclusioni del Gran Giurì è che questa non era semplicemente una questione di pochi individui cattivi, o anche di molti di loro. Ciò che colpisce è la routine di tutto ciò, che portava la Chiesa ad avere, come dice il rapporto, un libro di esercizi per nascondere la verità”, continua. “Se Gesù fosse qui oggi, non sarebbe lui a correre attraverso le cattedrali americane, a rovesciare i tavoli come ha fatto con i cambiavalute nel Tempio? Nel Vangelo di Matteo disse: la mia casa sarà chiamata casa di preghiera, ma tu la stai trasformando in una tana dei banditi”.

“Nel mondo secolare siamo abituati al controllo dei danni alle imprese. Le ditte di pubbliche relazioni limitano il danno alla reputazione per proteggere il valore per gli azionisti. Ma i fedeli laici non vogliono farisei nella casa del Signore”, ha invece aggiunto il teologo Pecknold sul Wall Street Journal. “Vogliono pastori che difendono il loro gregge e rispondono alla malvagità nella Chiesa come qualsiasi padre risponderebbe alle minacce esistenziali contro i suoi figli. Come le vittime degli abusi sessuali, i fedeli laici sono alla ricerca di padri spirituali in contrasto con i malvagi”. Mentre “invece di mettere in contrizione i loro cuori come padri in lutto, troppi vescovi hanno offerto il loro silenzio o i loro comunicati stampa come professionisti della gestione delle crisi. Hanno evitato la caratteristica critica che distingue la Chiesa da ogni altra istituzione nel mondo: la capacità di autoaccusa, di sacrificio di sé e di pubblica penitenza”, continua il teologo, ricordando che “dopo lo scandalo del 2002, Papa Giovanni Paolo II ha raccomandato i vescovi statunitensi di istituire una giornata nazionale di penitenza per la riparazione dei peccati di sacerdoti e vescovi”.

Consiglio, dell’attuale santo, ampiamente ignorato. “Il mondo, in questo caso una grande giuria, ha aiutato la Chiesa a riconoscere le gravi colpe del passato. Ma ciò che il mondo non può fornire è ciò che è più necessario. Se i vescovi devono essere veri pastori, devono mostrare al mondo la fede della Chiesa nella penitenza e la confessione del peccato”, cioè nel “potere di battere il petto e cantare davanti a Cristo crocifisso: Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa”.

 

ultima modifica: 2018-08-17T17:47:22+00:00 da Francesco Gnagni

Chi ha letto questo articolo ha letto anche: