L'ex premier italiano al Meeting di Rimini ha discusso di Africa e rilanciato l'idea di una vera e propria alleanza con Pechino. Le sue parole alla vigilia della missione di Tria in Cina

“Oggi l’Africa, con la popolazione aumentata come è accaduto, ha la stessa percentuale di ricchezza mondiale del 1980. Non c’è altra soluzione al mondo, per vincere questa situazione, che un grande accordo tra Europa e Cina nell’intervento sull’Africa. La Cina è intervenuta pesantemente in Africa e ha creato amicizie ma anche inimicizie, quindi problemi e tensioni. Lo stesso per l’Europa. Per avere la forza sufficiente per bilanciare ciò che sta succedendo, e per avere una politica credibile, dobbiamo mettere assieme queste forze”.

A pochi giorni dalla visita che coinvolgerà il ministro dell’Economia Giovanni Tria in Cina, alla ricerca di investimenti che dall’area del Sol levante prendano la via del Belpaese, l’appello sulla collaborazione tra i due continenti è stato rilanciato dall’ex presidente della Commissione europea e del Consiglio dei ministri italiano Romano Prodi al Meeting di Rimini, nel corso dell’incontro sul tema del “mondo che cambia”, o meglio “quello che muove il mondo”, moderato dal vice presidente esecutivo e direttore dell’Ispi Paolo Magri. “Nell’Africa subsahariana l’età mediata è 16-17 anni e in Italia 46-47, e con questo capiamo che tutti i problemi di immigrazione e dialogo di oggi sono i problemi del domani”, ha affermato Prodi. “Anche se cambiassero i termini demografici, per una intera generazione ormai le cose sono fatte. Se poi noi continuiamo con il non dialogo e la separazione sarà un disastro, perché abbiamo forze troppo grandi che si confrontano tra di loro. L’Asia rimane metà del mondo, l’Africa passerà nel 2050 a due miliardi di persone e l’Europa a meno di cinquecento milioni. Di fronte a questo, o c’è una presa di coscienza di tutti i paesi, oppure lo scontro e il dramma saranno inevitabili”.

Investire, creare occupazione capendo che l’Africa è un paese sempre più globale. Come trasformare questa volontà in un patto, concreto, con l’Europa? “La demografia può essere vista come una risorsa o come un peso, una passività”, ha risposto direttamente Olusegun Obasanjo, già presidente della Nigeria e dell’Unione Africana. “Nel corso degli anni, la demografia è ciò che ha contribuito allo sviluppo delle società e delle comunità, e questo aspetto certamente non va cambiato. La differenza, però, ha a che fare con la competenza e il livello di istruzione e responsabilizzazione, e innovazione, della demografia stessa”. Nel modo in cui le cose stanno andando ora, ha però spiegato il leader nigeriano, “si ha una demografia senza istruzione, abilità, occupazione e responsabilizzazione, che allora diventa un peso, e molto pericoloso. Se non ci rendiamo conto di questo, allora è come se, senza saperlo, fossimo seduti su dell’esplosivo”.

Uomo di stato e personificazione di momenti fondamentali della storia africana, come ha spiegato durante l’incontro il capo della direzione sviluppo della Commissione europea Stefano Manservisi,  quando ci fu il colpo di stato nel ‘75 in Nigeria Obasanjo si ritrovò capo dello Stato, e da lì è diventato l’uomo che ha ridato la democrazia alla Nigeria, decidendo di lasciare il potere al momento opportuno per costruire un percorso democratico nel Paese, che ha visto la dotazione di una costituzione e la crescita della classe politica, seppure con contraddizioni, nell’alveo della democrazia. Obasanjo ha vinto due volte democraticamente le elezioni, e nell’affrontare il terzo mandato si è trovato un partito che lo voleva, e che voleva persino cambiare la costituzione per poterlo eleggere, ma lui da uomo di Stato si è opposto, è uscito dalla sfera del potere e consolidando un processo di democrazia che però è ancora tutto in costruzione in Nigeria. “Credo che questi aspetti vadano sottolineati”, dice Manservisi. Compreso il fatto che è stato messo in prigione, per aver difeso i diritti dell’uomo, in un paese in cui le contraddizioni sono forti, come anche gli elementi di disgregazione, ha spiegato ancora Manservisi. “L’Africa è soggetto e ha bisogno di sviluppare una soggettività globale e una leadership globale”, ha aggiunto l’alto funzionario della Commissione europea.

“Che cosa vedo oggi per l’Europa e l’Africa?”, ha invece domandato il nigeriano. “Che i leader africani devono assumersi le proprie responsabilità seriamente nella gestione degli aspetti demografici. Non possono non ottemperare a queste responsabilità, non prestando attenzione a questi aspetti demografici. Dovremo essere in grado di riunirci, a vantaggio dell’Europa e dell’Africa”, è la risposta. Come far diventare allora complementari le demografie dei due paesi? “Credo che questo sia un aspetto che dobbiamo affrontare. Se lavoriamo insieme, la demografia dovrebbe rappresentare un vantaggio e una risorsa per l’Europa, l’Africa e il mondo tutto intero”. La Nigeria è il paese oggi più popoloso, con 200 milioni di abitanti e si dice che ne nel 2050 ne avrà, dati gli attuali tassi di crescita demografica, 500 milioni, più dell’Unione Europea. Oggi la Nigeria è la prima potenza economica africana, che esporta petrolio e importa benzina, ed è tra le prime potenze economiche mondiali, la settima tra le emergenti, ma allo stesso tempo al centocinquantaduesimo posto dell’indice di sviluppo umano. Visto anche ciò che accade nel Nord del paese, con la terribile guerriglia che vede attori i terroristi di Boko Haram. Inevitabile, perciò, che il tema non sia anche quello dei conflitti.

“Anche il Papa parla di guerra mondiale a pezzi”, dice Prodi. “Soprattutto guerre interne, che fanno milioni di morti. Probabilità di una guerra mondiale? Ritengo che non siano molte, sono ottimista in materia. Anche se quando le probabilità aumentano quando c’è l’effetto Tucidide, con una potenza stabilizzata e una crescente che si scontrano, nel nostro caso Stati Uniti e Cina. Ma il mondo si è molto impastato, specialmente nel mercato, e tutto sommato regge”. Però a Prodi ciò che preoccupa è la Libia. “Manca la forza dell’Onu, che interviene solo quando interessano le cinque grandi potenze, altrimenti si ferma. Ed è sempre più così, è sempre più assente, in difficoltà e impegnata in cose importanti come profughi o assistenza, ma non con uno spazio politico forte che regga l’intero pianeta. Quindi attenzione, questa divisione in due non può durare a lungo”: “stiamo facendo grandi passi indietro”.

Mentre invece pensare a una responsabilità africana diretta nel destino della comunità globale, che affronti cioè in maniera autonoma le proprie sfide, può essere una soluzione, e l’Africa ha gli strumenti per farlo? “C’è distinzione tra una guerra globale e ai conflitti tra stati diversi”, risponde il leader nigeriano. “Una delle cose che ci ha aiutato a prevenire una guerra mondiale è il veto alle armi nucleari. Se si vietano queste, la guerra mondiale sarebbe impossibile: credo che questo sia chiaro a tutti“. In Libia però, affonda il nigeriano, “l’Africa aveva una soluzione, un progetto. Ma quando i leader africani hanno cercato di realizzare questo progetto c’è stato qualcuno che ha deciso sopra le loro teste: America e Europa. Siamo stati scavalcati. In una situazione in cui le risorse dell’Africa sono limitate saremmo in grado di gestirle solo nel momento in cui possiamo effettivamente disporre di tutte le risorse a nostra disposizione”, come “è successo in Sierra Leone o in Liberia”, e “secondo il principio di sussidiarietà”, spiega. “Se funziona questo principio, il numero di conflitti intestini e tra stati si ridurrà. Perché le Nazioni Unite sono state tentacolari nella loro azione di peace keeping, mentre bisognerebbe lasciare le aree gestire le loro risorse”.

Divertente, poi, pensare che il mondo “si è originato grazie a due soggetti, Adamo ed Eva, e già all’epoca c’era un conflitto, per un frutto”, ha concluso Obasanjo. “Un conflitto che ha scatenato la maledizione e ne ha causati altri, di conflitti. Mondiali. Quindi non credo che ci sarà una pace assoluta, ma basterà una pace relativa, se facciamo ciò che dobbiamo fare. Che cioè le Nazioni Unite applichino il principio di sussidiarietà”.

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