Una lettura chiara, misurata ma decisa, e soprattutto rivolta a destinatari ben precisi, ai quali il mite consigliere del Cavalier Berlusconi dal Meeting di Rimini non risparmia rimproveri

“Il titolo del Meeting stavolta suona più paradossale di altre volte. Ho provato a indagare, discutere, chiedere consigli, ma una cosa ho capito: che c’è chi governa i grandi processi della storia ma che è anche attento alla felicità dei singoli”. È un Gianni Letta a tutto tondo quello che si vede al Meeting di Rimini, introdotto dal consigliere della Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli Emmanuele Forlani per parlare di “una vita di lavoro”, la sua, quella di giornalista, politico, di sottosegretario di Stato, di consigliere di Silvio Berlusconi e infine di abile, per alcuni maestro, tessitore di rapporti.

“Tutto è precipitato da quel ponte a Genova, tutto è schiacciato da quell’interrogativo che suona con parole forti nelle parole di Giobbe, da un perché inesplicabile, che sì ha spezzato la vita di quarantatré persone interrompendo misteriosamente senza un perché la loro storia individuale, e tracciando forse anche la storia degli anni prossimi di questo sfortunatissimo paese”, ha infatti affermato Letta. “Tutto è rimasto sepolto da quel contorno severo e forte pronunciato, sillabandolo, dal nostro presidente della Repubblica”, ha continuato. La sua lettura è perciò chiara, misurata ma decisa, e soprattutto rivolta a destinatari ben precisi, ai quali il mite consigliere del Cavalier Berlusconi non risparmia rimproveri.

“A mio giudizio sono inaccettabili alcuni comportamenti che hanno contrassegnato quelle ore”, ha chiosato. “Perché se c’era un circostanza, un’evento, una sciagura così inesplicabile come quella, ancora più forte del terremoto, in cui avremmo dovuto trovare quell’unico momento di ritrovata coesione, sentirci uniti di fronte al dolore di tanti sventurati e ai problemi che si pongono davanti a noi, e ritrovare un senso di comunità e appartenenza, quell’ethos popolare come lo chiamava Giovanni Paolo II, che attiene alle ragioni di fondo che tengono insieme una comunità, che sono gli ideali, le finalità, quel modo di condividere le gioie e i dolori e preparare insieme l’avvenire di una comunità”, ecco, era proprio la tragedia del ponte Morandi. Ma tutto questo non solo a Genova “non si è visto”, è il punto messo in luce da Letta, “anzi al contrario è esploso, anche in una circostanza come questa, in quel rancore che sembra la cifra caratteristica del nostro tempo”.

Il messaggio è perciò chiaro, arriva dritto alle componenti più agitatrici dell’attuale governo, che tutti sembrano individuare nei due vice-premier Di Maio e Salvini, e in questo Letta sembra invocare un cambio di rotta. O meglio, auspicarlo. “Se pensate che il rapporto Censis del 2017 dice che la parola chiave nel nostro paese è stata rancore, e che tra il 70 e l’85 per cento degli italiani hanno livore e risentimento verso le istituzioni, un paese che ha sostituito la coesione al rancore temo che non abbia un avvenire felice. O perlomeno vive in una situazione dove tutti abbiamo il dovere di riflettere”. Però una chiave positiva, in tutto questo, per Letta c’è. “Per fortuna sono arrivato qui e ho trovato nei volti di questo popolo festante e nell’accoglienza di questi ragazzi che cercano con premura di risolvere le esigenze altrui aveva costituito motivo di speranza e una ripresa di fiducia. Quando sono arrivato in quell’area affollata da migliaia di giovani ma che sembrava deserta,per il silenzio devoto con cui ascoltava Carron e Natoli in un dibattito su Giobbe (dibattito che si è svolto a metà della seconda giornata della kermesse riminese organizzata da CL, ndr), che voleva andare oltre per ritrovare quelle ragioni di speranza e di fiducia di cui questo paese ha diritto, io, in quelle due ore, le ho ritrovate. Le si sentivano”.

Una lettura tesa a ritrovare le ragioni della fede e della speranza, ha spiegato Letta, quelle motivazioni che hanno fatto capire che “in fondo questo paese ha forze, energie, capacità, risorse e giovani capaci di superare anche quella parola triste che ha caratterizzato l’anno scorso per aprire un avvenire di fiducia. E allora ho ritrovato le tre parole che Papa Francesco ha affidato ai giovani qualche giorno fa a Roma, di cui c’era l’eco nel messaggio che ha mandato ieri ai giovani del Meeting. È giusto che i giovani cambino il mondo e sono sicuro che lo faranno, ha detto il Papa. Indicando loro tre verbi: sognare, amare, rischiare”. Che sono, per Letta, proprio le forze che muovono la storia: “tre verbi che devono muovere ciascuno di noi, con la certezza di non dovere aspettare tutto dalla politica o dalle istituzioni, ma al contrario di dovere concorrere a realizzare ognuno con la sua parte. Come qui al Meeting”. È così infatti sempre “nella storia, fatta da tante piccole storie, ognuno di noi chiamato a dare il proprio contributo di coraggio e solidarietà. Solo così si può ritrovare il valore fondante di una comunità, assieme a quelle forze che muovono la storia”.

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