L’Ue aiuta le regioni italiane che sono rimaste indietro con i fondi strutturali. Alcuni Paesi sono più efficaci dell’Italia nello spendere questi fondi. La riflessione di Alvaro Pereira, capo economista ad interim e direttore del settore studi Paese, Dipartimento di Economia dell’Ocse

La spaccatura dei voti tra nord e sud Italia è stata molto pronunciata e riflette realtà socioeconomiche molto differenti. Per i politici e i policy maker tale divisione rappresenta una sfida, perché gli elettori del nord sembrano aspettarsi qualcosa di molto differente da quelli del sud. Tuttavia, l’esperienza internazionale ci dice che queste diverse aspettative possono essere riconciliate attraverso delle politiche adeguate.

Vorrei sottolineare l’importanza delle seguenti misure per il caso italiano: modernizzare il Welfare per offrire dei benefici alle persone che più ne hanno bisogno e al contempo rafforzare gli incentivi al lavoro. Questo significa offrire delle indennità di disoccupazione o altre prestazioni sociali che siano però condizionate alla ricerca di occupazione o alla frequentazione di corsi di riqualificazione professionale.

Lo Stato sociale in Italia è stato basato storicamente sulle pensioni. Le famiglie con figli e la popolazione in età da lavoro ricevono molto poco in termini di Welfare rispetto a quanto succede nella maggior parte dei Paesi Ocse. I sussidi alla popolazione in età da lavoro non sono adeguatamente mirati e solo una piccola quota (circa il 3%) raggiunge effettivamente i più poveri (coloro che si trovano nel decile più basso della distribuzione del reddito).

Sono stati fatti dei progressi con l’introduzione del reddito di inclusione e la riforma delle indennità di disoccupazione (legate al Jobs act). Queste riforme dovrebbero essere perseguite ed estese e alcune proposte della campagna elettorale, seppur non espresse in questo senso, sembrano andare in questa direzione. Tuttavia, ciò richiede anche la riforma dei servizi pubblici per l’impiego, specialmente nelle regioni meridionali, dove sono meno efficaci nell’aiutare i disoccupati a trovare una nuova occupazione o nell’offrire opportunità concrete di riqualificazione.

La riduzione dei contributi previdenziali, specialmente per i lavoratori a basso salario, è una misura-chiave per incoraggiare le imprese ad assumere. La produttività in Italia è piuttosto bassa, ma il cuneo fiscale mantiene alto il costo del lavoro. Diminuire il cuneo fiscale riducendo gli oneri previdenziali aiuterebbe a riallineare la produttività al costo del lavoro, aumentando così la domanda di lavoro.

La creazione di più posti di lavoro è l’unico modo per rendere il sistema di sussidi subordinati alla ricerca dell’impiego e alla frequentazione di corsi di riqualificazione professionale più generoso e sostenibile, oltre che assicurare la sostenibilità delle pensioni. Occorrerebbe inoltre estendere la contrattazione salariale decentrata (all’interno della cornice concordata con le parti sociali a livello centrale) per allineare la crescita dei salari all’aumento del costo della vita e della produttività nei diversi luoghi.

Il sud beneficerebbe di una più forte crescita dell’occupazione perché il costo della vita e della produttività crescono a un ritmo più basso rispetto al nord. Un sistema decentrato incoraggerebbe più imprese a investire e ad assumere al sud. Il problema del Mezzogiorno risale a molto tempo fa, è un problema complesso e una sua soluzione graduale richiede delle politiche ben coordinate.

In aggiunta a quelle già menzionate vorrei citare il bisogno urgente di aumentare la qualità delle infrastrutture. Ciò richiederà ulteriori investimenti pubblici e privati su progetti di alta qualità, specialmente al sud, dove è necessario colmare il gap infrastrutturale e collegare meglio le regioni periferiche al nord Italia e all’Europa. Gli investimenti pubblici sono stati tagliati durante la crisi e devono ancora riprendersi.

La spesa pubblica dovrebbe essere riallocata su progetti di investimento di alta qualità. Il sud beneficerà di politiche adeguate alle sue specifiche problematiche, ma ciò vale per ogni altra regione in Italia e altrove. Ovviamente, questo rende il lavoro dei politici e dei policy maker molto più difficile, perché richiede la capacità di passare da una politica universale (one-size-fits-all) a differenti politiche o almeno di adattare una politica di ampio respiro alle diverse realtà. I politici avranno bisogno di spiegare ciò agli elettori e di andare oltre le conclusioni semplicistiche formulate ignorando i problemi specifici che le diverse regioni affrontano.

L’Ue, da parte sua, già aiuta le regioni italiane (ed europee) che sono rimaste indietro attraverso i fondi strutturali. Alcuni Paesi sono più efficaci dell’Italia nello spendere in modo efficiente questi fondi e l’Italia in questo ha ancora margini di miglioramento. Spendere i fondi disponibili in modo efficace e tempestivo servirebbe a colmare il gap infrastrutturale di cui abbiamo parlato. Le regole fiscali dell’eurozona offrono flessibilità per la spesa in investimenti pubblici, ma l’Italia non è sinora riuscita a sfruttarle a tale fine e gli investimenti pubblici ristagnano.

(Articolo pubblicato sul numero 135 di aprile della rivista Formiche)

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