Per i principali governi dell’Unione europea questo settembre 2018 sarà il mese dello stress test. L'analisi di Giuseppe Pennisi

Settembre è sempre un mese speciale. Per D’Annunzio, è il tempo in cui i pastori d’Abruzzo “Lascian gli stazzi”. Per Tom Jones, nella nota canzone della commedia musicale The Fantasticks, è il periodo dell’inizio dell’amore, quindi, da ricordare per sempre.

Per i principali governi dell’Unione europea questo settembre 2018 non ha nulla né di dannunziano né di romantico: è il mese dello stress test. Non di quello che l’Autorità bancaria europea conduce periodicamente sulla posizione delle principali banche e della loro capacità di resistenza al mutare dello scenario economico-finanziario, ma di quello del grado in cui i governi dei maggiori Paesi sapranno effettuare difficili scelte di politica economica e sociale.

Il semestre europeo fa sì che queste scelte debbano essere fatte, specialmente nell’eurozona, seguendo più o meno lo stesso calendario nella preparazione dei documenti e delle leggi di bilancio; ciò può aggravare le difficoltà in quanto occorre realizzare delicate sincronizzazioni.

Tre dei principali Paesi dell’eurozona sono alle prese con situazioni politiche ed economiche complesse. Due sono governati da coalizioni formatesi dopo lunghe e complicate trattative. Il terzo ha un sistema semi-presidenziale e una forte maggioranza parlamentare, ma non per questo è privo di problemi. In Germania, la Grosse koalition sta traballando a ragione di differenze profonde tra i due principali partiti, i cristiano-democratici (Cdu), prevalenti nel centro e nel nord del Paese, e i cristiano-sociali (Csu) della Baviera. Per 70 anni, salvo minute sfumature, i due partiti hanno marciato di pari passo, tanto da essere spesso considerati uno solo; da alcuni anni sta crescendo un’insofferenza della Csu nei confronti della cancelliera Angela Merkel.

Il problema non riguarda unicamente le politiche nei confronti dell’immigrazione secondaria emerse negli ultimi mesi; in passato il confronto era sulla leva militare e sulle centrali atomiche. Ora concerne numerose politiche pubbliche. Si giungerà a un redde rationem nelle settimane settembrine di preparazione della legge di bilancio.

In Francia, la popolarità del capo dello Stato, dopo uno straordinario successo elettorale, è in caduta libera, particolarmente in materia di politiche sociali; anche in questo caso la predisposizione della legge di bilancio avrà effetti determinanti.

L’Italia è guidata da una coalizione giallo-verde i cui principali azionisti erano avversari alle ultime elezioni e la cui base elettorale è costituita da blocchi sociali, molto diversi e spesso contrapposti. Il collante è un contratto di governo in cui numerosi passaggi possono dare adito a molteplici interpretazioni. Accogliere quanto è elencato nel contratto ciò che dovrebbe essere legiferato nel 2019 (e quindi previsto nella legge di bilancio) ha un costo tra i 70 e i 100 miliardi di euro, ossia tra un punto e un punto e mezzo di Pil. Il ministro dell’Economia e delle finanze, un tecnico che ha fatto la conoscenza dei due leader delle forze politiche del contratto di governo, ha in più occasioni ribadito che farà da cane da guardia ai conti pubblici e che non intende chiedere flessibilità ai partner europei per facilitare investimenti pubblici ad alto rendimento economico e sociale.

D’altro canto, le forze politiche vorranno dare attuazione a quanto promesso agli elettori: reddito (e pensioni) di cittadinanza, semi-flat o dual tax. Anche volendo ridurre tutte le inefficienze individuate nell’ultima spending review si arriva a non più di 30 miliardi. Ce ne sarebbero ancora 40-70 da trovare. In una fase di ciclo economico calante. Uno stress da cardiopalma.

(Articolo pubblicato sul numero di Formiche numero 139 di agosto-settembre 2018)

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