Pensione a 62 anni? Molto rumore per nulla

Pensione a 62 anni? Molto rumore per nulla
Sia la battuta di Salvini sia gli strilli sui costi sono boutade elettorali a cui dare il peso che merita. L'analisi di Pennisi

Grande clamore sull’indicazione del vice presidente del Consiglio Matteo Salvini (fatta durante un programma televisivo) di portare a 62 anni l’età minima per andare in pensione se si è raggiunta ‘quota 100’ (ossia se il totale dell’età anagrafica e degli anni in cui si sono versati contributi arriva a 100) e sui costi che ciò comporterebbe. Molto rumore per nulla, si potrebbe dire rubando il titolo da una delle più raffinate commedie di William Shakespeare.

In primo luogo, ‘quota 100’, se approvata dal Parlamento nella legge di bilancio, vuol dire che se si è cominciato a lavorare e pagare contributi a 22 anni di età, si può, se si vuole, andare a riposo a 62 anni, nonché se si lavora dall’età di 18 anni si dovrebbe potere percepire una pensione dall’età di 58 anni, sempre che la normativa non preveda un’età anagrafica minima per andare in quiescenza. Oggi, l’Italia ha un’età di pensionamento effettivo (poco più di 63 anni) relativamente bassa se raffrontata con il resto d’Europa a ragione sia di scelte individuali sia della transizione da vecchie normative a quelle ora in vigore, sia di prepensionamenti facilitati dalle autorità politiche in seguito a crisi aziendali o settoriali (stampa, siderurgia, ecc.). È però superiore ai 62 anni.

Quando nel 1995 venne introdotto “il meccanismo contributivo”, chiamato “a capitalizzazione simulata” da uno dei suoi maggiori ispiratori, Alessandro Gronchi, non si è riflettuto sul fatto che qualsiasi sistema a capitalizzazione fa a pugni con l’idea stessa di vincoli legali all’età anagrafica di pensionamento. Chi è rimasto più a lungo al lavoro, ed ha contribuito di più, ha un montante più elevato e, quindi, va a riposo con un una rendita più elevata; chi lavora (e contribuisce) per un numero inferiore di anni, può decidere di andare in pensione, ma deve accontentarsi di una rendita più bassa per avere un numero maggiore di anni di tempo libero.

In un sistema a capitalizzazione privato (come un fondo pensione), la rendita dipende da come sono stati investiti i versamenti degli iscritti. In un sistema a capitalizzazione simulata, come il nostro (una volta completata la lunghissima transizione del meccanismo retributivo, in cui le spettanze erano collegate alle retribuzioni degli ultimi anni), l’entità della rendita è il risultato dai parametri definiti per legge per la costituzione del montante e per la sua trasformazione in spettanze. Più che dall’età in cui si va in pensione.

L’Italia e la Svezia sono stati i precursori di un sistema ormai diffuso in una quarantina di Paesi e conosciuto con l’acronimo Ndc (Notional Defined Contributions) ossia a contributi definiti (per legge) e figurativi (ancora per legge) perché i parametri sono stabiliti dal Parlamento. Se tali parametri sono definiti in modo accurato, sarà il mercato a segnalare all’individuo quando andare ‘in pensione’, sempre che egli abbia la capacità e le volontà di badare alle proprie esigenze o di continuare a lavorare.

Negli Stati Uniti, l’età legale della pensione è stata dichiarata incostituzionale dalla Corte Suprema in quanto ‘discriminatoria’ nei confronti degli anziani. È anche un danno alla collettività. Nel mio caso personale, ho raggiunto l’età legale della pensione a 67 anni, dopo 45 anni di servizio pubblico ed ero perfettamente in grado di continuare nella mia funzione. Ho, infatti, continuato a lavorare per sei anni, insegnando in due università e come consulente di una grande impresa, nonché ad avere un incarico pubblico in un organo di rilevanza costituzionale. Con la conseguenza che per sei anni, lo Stato ha versato a me, tramite prima l’Inpdap e poi l’Inps, una pensione ed, in parallelo, uno stipendio quasi analogo al mio assegno previdenziale a chi mi ha sostituito.

Quale è l’età appropriata per andare in pensione? In un sistema Ndc, in cui le spettanze pensionistiche sono basate sui contributi versati e sul montante che si è accumulato (in base a parametri e coefficienti definiti per legge) non ci dovrebbero essere età legali né di vecchiaia né di anzianità. Tali età legali sono discriminatorie nei confronti di chi vuole andare in pensione presto e si accontenta di un assegno basso ed anche di chi vuole e può continuare a lavorare sino a tarda età.

Ad esempio, il mio “maestro2, Isaiah Frank alla Johns Hopkins School of Advanced International Studies di Washington ha insegnato quattro corsi l’anno (e supervisionato diverse tesi) sino all’età di 85 anni quando ha smesso a ragione di un cancro che ne ha causato il decesso tre anni dopo. Era considerato un grande docente di economia internazionale sino a quando ha dovuto lasciare; e per lui, presente in università dalle 9 alle 18, l’insegnamento ed i contatti con gli studenti erano un toccasana. È comprensibile, invece, che chi ha un lavoro pesante o ripetitivo, voglia andare in pensione prima, specialmente se ha altri redditi con cui integrare una rendita più bassa e gli possa essere consentito di farlo.

In più di una trentina di Paesi Ndc, la decisione su quando e come andare in pensione è lasciata agli individui. Nei Paesi dirigisti, e vincolisti, è fissata per legge. Può anche essere ragionevole fissarla se si è in una crisi economica ed una fase di transizione previdenziale (da un sistema ad un altro). La legge Fornero può essere considerata uno di questi casi sia perché l’Italia era nel pieno di una crisi economica e finanziaria nel 2011 sia perché, malauguratamente, nel 1995, su richiesta dei sindacati, governo e Parlamento optarono per una transizione di 18 anni (non tre come fece in quel periodo la Svezia) causando varie distorsioni che si è, poi, cercato di curare mettendo “pezze” qua e là , senza un disegno organico.

Indubbiamente, sino a quando si è in una fase di transizione e le pensioni vengono liquidate in parte in base al vecchio sistema retributivo ed in parte in parte al nuovo sistema contributivo può essere utile porre un vincolo di età anagrafica: 62 anni sono leggermente meno dell’età media effettiva di pensionamento ed in aggiunta man mano che la percentuale della copertura ‘contributiva’ aumenta, cresce l’incentivo a restare al lavoro.

Si arriva così al secondo punto: le stime sui costi che ho avuto modo di vedere e studiare, partono da un assunto irrealistico: che tutti coloro i quali in base alle Legge Fornero andrebbero in pensione a 67 anni, il giorno dopo la modifica della normativa scapperebbero al più presto dall’impiego. È una ipotesi irrealistica perché, al contrario, in tutti i Paesi avanzati c’è una tendenza degli anziani di restare al lavoro, se sono in grado di farlo. Occorrerebbero stime basate su analisi socio-economiche delle intenzioni dei sessantenni (e più) o su molteplici ipotesi (applicando quello che gli statistici chiamano ‘il metodo di Montecarlo’) .

Insomma, sia la battuta di Salvini sia gli strilli sui costi sono boutade elettorali a cui dare il peso che meritano: ulteriori indicazioni che la campagna elettorale è già in corso.

ultima modifica: 2018-09-12T10:10:24+00:00 da Giuseppe Pennisi

 

 

 

 

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