Come il Sud può (e deve) guardare al futuro. L’opinione di Uricchio

Come il Sud può (e deve) guardare al futuro. L’opinione di Uricchio
Nord e sud chiedono entrambi sicurezza e lavoro, futuro e sviluppo del presente, diritti e doveri, dialogo e vocabolario. Non esiste un pezzo d’Italia che chiede e un’altra che non ha bisogno di perorazioni. L'opinione di Antonio Uricchio, Rettore dell'Università degli Studi di Bari Aldo Moro

Il dibattito politico e sociale post-elettorale si è concentrato sul netto divario nord-sud. I dettagli narrativi hanno consegnato alla storia un’Italia che si batte a testa rovesciata e persino l’indagine territoriale sui colori di riferimento per movimenti, partiti e coalizioni ha evidenziato una “cultura della soglia” che ha separato il nord dal sud. È stato l’epilogo di un processo che, da tempo, segnava gli umori della comunità che si sentiva minacciata dall’eccesso delle minuscole dosi di erogazioni, piuttosto che da un’efficace politica di sostegno al reddito e all’occupazione; da interventi per rassicurare su temi sensibili come sicurezza e giustizia, che non hanno, però, funzionato come catalizzatore di consensi; la convinzione, su tutto, di una maggiore povertà e di una crescente diseguaglianza.

Anche i migranti sono stati scelti come merce elettorale nella maggior parte dei talk show; e i verbi di papa Francesco, accogliere, proteggere, promuovere e integrare sono stati lasciati silenti. Nonostante la campagna elettorale sia stata nomade, con i leader che battevano il territorio in treno o in camper, incontrando la giovinezza o la maturità di ogni strato sociale, è mancato un atteggiamento nuovo, un’aspirazione più profonda di politica illuminata. La politica di ieri, delle ideologie e delle barriere del pensiero, innervata da valori e affidata a grandi statisti non esiste più; oggi c’è in campo qualcosa che occorre chiamare in modo diverso e che non è immune da rischi e incertezze.

È mancato, in questi anni, alla politica, lo specchio dinanzi al quale arrestarsi e cominciare a provare a dare conto; la politica del servizio che ponga al centro il bene comune rispetto alle convenienze dei singoli. Così il Paese si è diviso come non accadeva dagli anni Cinquanta; un vero segnale di allarme, una luce intensa, in forma di denuncia su vicende, persone, ansie, speranze e dolori rimasti sepolti per molto tempo, che questo “violento” voto territoriale ha portato a galla.

È anche mancata la declinazione della parola “futuro”. Mi chiedo se un’idea di futuro esista ancora. Suggerirei di farlo pensando al gioco delle freccette, con tre bersagli. Il primo che indichi la velocità: il futuro non può pronunciarsi se non accedendo a esso attraverso una narrazione dinamica che implichi un’idea di innovazione e di modernità. Il secondo che indichi uno strappo rispetto al mondo adattato del presente. Lo strappo è anche sofferenza, ma la storia dell’umanità non è mai stata gestita senza processare nel profondo anche traumi feroci. Il terzo bersaglio è per la genialità, la creatività e l’audacia: sarà impossibile accedere al futuro se ossessivamente concentrati sul comodo contemporaneo.

Ebbene, mi auguro che il voto del 4 marzo rappresenti non solo la vittoria per alcuni o la sconfitta per altri, ma l’alba di una nuova stagione epocale raccontata, per dirla con i numeri, dall’indice di volatilità elettorale che ha raggiunto il 28%, uno dei più alti della storia del nostro Paese. In altri termini, un risultato che può definirsi di rottura, sia in termini di spostamento di voto tra partiti esistenti, sia in termini di distribuzione territoriale di consensi. Un voto, quindi, liquido, per usare l’espressione coniata da Zygmunt Bauman, e che riflette la liquidità degli assetti sociali ed economici del presente. Sono convinto, tuttavia, che il voto del 4 marzo “aprirà” il sistema politico del nostro Paese, imponendo in primis la soluzione del tema della governance. Un’opportunità, secondo il pensiero di Vilfredo Pareto, come tutte le circolazioni delle élite che, rompendo la concentrazione del potere, appaiono in grado di promuovere una maggiore efficienza nell’organizzazione politica.

Un’ultima notazione sulle cause di questa ulteriore frattura nord-sud va oltre la classica declinazione secondo cui il nord chiederebbe più sicurezza e il sud più lavoro. Occorre che non passi questa convinzione. Nord e sud chiedono entrambi sicurezza e lavoro, futuro e sviluppo del presente, diritti e doveri, dialogo e vocabolario, ma essenzialmente chiedono educazione e morale. Non esiste un pezzo d’Italia che chiede e un’altra che non ha bisogno di perorazioni.

Il nostro Paese, per dirla con il pensiero di Francesco Saverio Nitti, deve solo formare la sua coscienza perché reagisca a uno stato di cose che impoverisce e degrada. Deve, soprattutto, volere maggior sicurezza di ordinamenti; maggiore rispetto della legge; deve, ancor più, preferire agli aumenti di spese per qualsiasi ragione, la diminuzione delle imposte più onerose e soprattutto la maggiore qualità della spesa e dei servizi offerti e la migliore equità possibile nella redistribuzione delle risorse pubbliche e private. Continuerà ancora l’equivoco presente? Continuerà fin quando non sapremo cercare la verità così com’è, attendendo la nostra salvezza dagli altri e non da noi stessi. Non vogliamo essere astrologi, ma miti realisti rifugiandoci nell’utile pensiero di Aldo Moro: in ogni contesto politico è possibile trovare una mediazione e un equilibrio.

ultima modifica: 2018-09-08T12:40:47+00:00 da Redazione

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