Il Consiglio dei ministri modifichi la manovra ascoltando Assolombarda

Il Consiglio dei ministri modifichi la manovra ascoltando Assolombarda
Il punto è tutto qui: il governo del cambiamento non ha prodotto una manovra di vero cambiamento. Ma tutti comprendiamo che il dividendo che si ricerca è quello elettorale, non quello della crescita. La proposta del presidente, Carlo Bonomi, nel suo intervento all'assemblea generale di Assolombarda

Non conosciamo ancora il dettaglio della legge di bilancio. Ma abbiamo già pagato un prezzo elevato alle modalità con cui il governo è giunto ad aggiornare il Def, per poi modificarlo. Senza per questo convincere mercati ed Europa. Il punto di fondo non era e non è l’innalzamento del deficit 2019 al 2,4% del Pil. Se il maggior deficit fosse dovuto a un drastico innalzamento degli investimenti e degli stimoli alla crescita assumerebbe tutt’altro significato agli occhi di Europa, mercati e agenzie di rating. Se invece il maggior deficit si persegue per continuare sulla vecchia strada di miliardi aggiuntivi alla spesa corrente – come a tutti gli effetti avviene destinandoli a reddito di cittadinanza e prepensionamenti – ecco che allora le stime di maggior crescita del Pil del governo non risultano credibili, e il debito pubblico continuerà a salire. Non saranno 5 miliardi soli di investimenti pubblici in più a far salire il PIL dallo 0,9% potenziale, a cui anche il governo lo stima, a +1,5% programmatico indicato dal governo stesso.

Il punto è tutto qui: il governo del cambiamento non ha prodotto una manovra di vero cambiamento. Ma tutti comprendiamo che il dividendo che si ricerca è quello elettorale, non quello della crescita. Ma nel frattempo il maggior costo delle emissioni pubbliche si trasferisce subito in maggior costo delle emissioni obbligazionarie bancarie e d’impresa. Il capitale delle banche si erode. E nel conto patrimoniale le banche cariche di titoli del debito pubblico devono ogni trimestre abbassarne il valore seguendo il mercato, bruciando i risparmi di milioni di persone.

È evidente a tutti che per questo canale torna a manifestarsi il rischio di una ulteriore restrizione del credito, e di traslare su famiglie e imprese il maggior costo del debito pubblico. Una manovra da Paese responsabile dovrebbe non solo accrescere in maniera molto più significativa gli investimenti pubblici. È sul fisco, che avrebbe dovuto essere molto diversa. Ed è innanzitutto su questo punto che il governo ci ha molto deluso. Prendete la nostra proposta di revisione organica del fisco italiano, e traducetela in atti concreti. Essa rappresenta il lavoro finale di una profonda riflessione che Assolombarda ha condiviso con esperti e professionisti del mondo tributario. Limitarsi ad innalzare a 65 mila euro la franchigia per l’aliquota del 15% sui redditi da microimprese per partite IVA e professionisti accresce solo ulteriormente l’enorme disorganicità del nostro sistema tributario.

La nostra proposta nasce da un metodo diverso. Il metodo della responsabilità. È venuto il momento di una riflessione comprensiva che incardini gli interventi in materia tributaria seguendo quattro princìpi eretti a caposaldo.
Occorre infatti:
– commisurare la priorità degli interventi secondo effetti di maggiore equità e maggiore spinta alla crescita complessiva del Paese;
– tenere ferma la necessità dell’equilibrio complessivo di bilancio, determinando cioè precise coperture agli effetti di minor gettito attesi, nella valutazione che la partecipazione all’eurozona sia imprescindibile condizione di crescita;
– assumere di conseguenza un orizzonte temporale graduale e realistico per adottarli, nell’arco dell’intera legislatura;
– rispettare rigorosamente le compatibilità derivanti dalla fiscalità europea e internazionale cui l’Italia aderisce.

In coerenza a questo metodo di “fisco responsabile”, proponiamo interventi finalizzati innanzitutto a favorire l’attrattività verso l’Italia di investimenti, a esercitare una energica spinta all’autofinanziamento per ripatrimonializzare le imprese, e a favorire gli investimenti di lungo periodo. In materia di reddito d’impresa, differenziare l’attuale aliquota Ires abbattendola dal 24% al 17% sulla produzione di reddito, e aggiungendovi un eventuale 7% sulla distribuzione di dividendi: premiando così l’investimento di risorse proprie. E abbattendo la quota residua di Irap ancora vigente. In materia di redditi da capitale, premiare gli investimenti a lungo termine, modificando l’attuale regime di tassazione sui rendimenti finanziari e capital gain, riducendo le imposte per investimenti di medio-lungo termine e aggravandole per quelli di breve.

In materia di incentivi, occorre rendere strutturali gli attuali che sono vigenti solo a tempo determinato per la ricerca, investimenti tecnologici e in beni strumentali, sui relativi regimi di ammortamento e superammortamento, come sugli investimenti in formazione e a maggior effetto occupazionale. Invece, dalle anticipazioni della manovra importanti incentivi risultavano addirittura soppressi: come quello relativo alla formazione collegata a Industria 4.0, agli investimenti al Sud e al rifinanziamento della legge Sabatini. Mentre anche per super e iper ammortamento è stata annunciata una rimodulazione restrittiva della platea delle imprese ammesse al beneficio. E fate vostra invece la nostra proposta sull’Irpef: oggi iperprogressiva sui soli redditi da lavoro dipendente e pensionistico.

Nel nostro Libro Bianco trovate come portare da 5 a 2 le aliquote. Con una più ampia “no tax area” per la detassazione del “minimo vitale”. Indipendente dal tipo di reddito e quindi non solo come ora per i redditi di lavoro dipendente. E prevedendo anche il passaggio da un sistema di tassazione basato sulla persona fisica a uno basato sulla famiglia. A questi quattro pilastri, si aggiungono altri importanti elementi. Una proposta di abbattimento dell’attuale altissimo cuneo fiscale. Una riflessione sulla necessità di perseguire la via del confronto tra grandi aree continentali per la definizione congiunta di una web tax, fuori da ogni impossibile e autolesionista via nazionale. Misure concrete per lo snellimento e l’equità dell’attuale cervellotico contenzioso fiscale. 25 E infine indicazioni per la lotta all’economia sommersa. Siamo pronti alla sfida di far partire dal prossimo anno la fatturazione elettronica obbligatoria tra privati.

E ci auguriamo che, di fronte a milioni di dati da processare a carico della piattaforma SDI e di AgEntrate, non si ripetano gli incresciosi incidenti che a ripetizione sono avvenuti nel 2017 con le diverse scadenze del redditometro. Ma poiché con la fatturazione elettronica obbligatoria lo Stato otterrà ogni singolo dato in tempo reale al fine di abbattere elusione ed evasione Iva, a questo punto tutte le altre misure precedentemente assunte allo stesso fine devono venir meno: le comunicazioni trimestrali o semestrali obbligatorie, lo split payment, la reverse charge. Non possiamo continuare a usare le imprese in regola come bancomat di Stato, visto che i crediti Iva maturati ci vengono riconosciuti dopo anni. Certo: le misure fiscali che proponiamo hanno bisogno di più anni, per essere adottate responsabilmente. Tagliando a copertura spesa improduttiva e rivedendo molte deduzioni e detrazioni attuali. Ma quello che conta è il metodo complessivo. Non l’effetto a prescindere di maggior annuncio popolare. Non l’adozione di misure senza copertura, contando che con esse si determini un’aleatoria crescita del Pil. È venuto il momento di progettare un fisco che metta al centro le esigenze prioritarie delle imprese e del lavoro. E che ci restituisca un sistema tributario allineato in prospettiva alle medie dei Paesi avanzati, senza per questo accrescere il debito pubblico. 26 È ora, il momento giusto per farlo.

Cari amici di Assolombarda, caro Vincenzo, caro ministro Tria lo sappiamo, questo nostro proposito è molto ambizioso. Dare una scossa all’intera società italiana. Costruire dal basso nuova fiducia. Promuovere i nostri giovani e non pensare solo a chi un reddito l’ha già. Riequilibrare la finanza pubblica non perché ce lo dice l’Europa, ma perché sappiamo che è nostro primario interesse. Tornare a credere nella forza della libertà e non in quella del paternalismo dall’alto. Vincere la sfida dei mercati. Radicare uno spirito pubblico da Paese vincente e non vinto. Se mi chiedete sia velleitario, essere così ambiziosi, la mia risposta, e sono convinto sia anche la vostra. Ed è no. Perché nulla consuma gli uomini tanto rapidamente come il risentimento. Perché è più facile rinunciare a una buona ambizione che alle cattive abitudini, ma è mille volte peggio. E perché, infine, è sempre più facile incolpare altri di vizi che sono anche nostri.

Per questo penso che non possiamo tirarci indietro. Parafrasando Churchill: L’era dei rinvii, delle mezze misure, degli espedienti ingannevolmente consolatori, dei ritardi è da considerarsi chiusa. Ora inizia il periodo delle azioni che producono delle conseguenze. Noi siamo responsabili di ciò che saremo. E l’Italia che sarà vive oggi. Nella nostra voglia di realizzarla. Perché nostra è “La responsabilità del futuro”.

ultima modifica: 2018-10-20T17:00:22+00:00 da Redazione

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