Il nostro grado di digitalizzazione. Tra mancanza di competenze e qualche segnale incoraggiante emerge il ruolo chiave della Pubblica amministrazione. Ma deve essere lo Stato a guidare il processo. La riflessione di Sebastiano Barbanti

L’analisi realizzata dall’Unione Europea “Digital Economy and Society Index 2018” (Desi) posiziona il nostro Paese al 25esimo posto sui 28 Paesi censiti. Se il futuro viaggia sull’asse innovazione-tecnologia-digitalizzazione, sapremo affrontare le sfide che ci attendono? L’indice Desi assegna un punteggio di sintesi su una serie di indici, rilevando i progressi compiuti dagli Stati membri in termini di digitalizzazione. L’analisi è strutturata in cinque capitoli: connettività, capitale umano, uso dei servizi Internet, integrazione delle tecnologie digitali e servizi pubblici digitali.

Qual è il nostro grado di digitalizzazione? Il nostro Paese si è posizionato al quart’ultimo posto con un punteggio lievemente in crescita ma che non le consente di scalare posizioni in classifica: in altre parole, la maggioranza degli altri Stati membri non solo sono più avanti di noi, ma si muovono anche più velocemente.

Qualche segnale incoraggiante lo troviamo nell’integrazione delle tecnologie digitali e nei servizi pubblici digitali: le imprese italiane si collocano al di sopra della media per quanto riguarda l’utilizzo di soluzioni di e-Business e buono sembra anche essere l’utilizzo dei servizi di sanità digitale ed il livello di disponibilità dei servizi di e-Government. Un altro segnale positivo lo si trova nelle prestazioni in termini di copertura delle reti di nuova generazione: banda larga e banda larga veloce arrivano praticamente in tutte le case delle famiglie italiane, poche però sono quelle che poi usufruiscono di tali servizi sottoscrivendo gli abbonamenti.

Siamo in ritardo con la banda larga ultraveloce, ma va considerato che solo nel mese di dicembre 2017 sono stati avviati i primi cantieri inerenti la Strategia nazionale per la banda ultra-larga. Il nostro paese, infine, si colloca tra i pionieri del 5G: pubblico (piano governativo “5G in 5 città”) e privato (operatori telefonici) hanno reso possibile l’avvio di test in varie città.

Persiste invece la diffusa mancanza delle competenze digitali: pochi sono gli specialisti in tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Tic) e ancora meno i laureati in discipline scientifiche, tecnologiche e matematiche (Stem). Solo un’azienda su dieci utilizza le potenzialità dell’e-commerce e solo due su dieci hanno addetti specializzati in Tlc.

L’Italia risente ancora della mancanza di una strategia globale dedicata alle competenze digitali; solo nell’ultima legge di bilancio è stata predisposta una misura di sgravio fiscale sulle attività di formazione per tematiche inerenti al progetto Industria 4.0. È quindi necessario prevedere un adeguato percorso di aggiornamento anche a quella fascia di popolazione non oggetto di tale misura, disoccupati ed anziani, che maggiormente ne trarrebbe beneficio sia per un più facile inserimento nel mondo del lavoro e sia per i riflessi in termini di welfare personale.

Ma il luogo dove per eccellenza si creano le competenze per affrontare le sfide che il mondo ci pone davanti è la scuola: il Piano nazionale scuola digitale (Pnsd), varato nel 2015 dal Miur per il raggiungimento degli obiettivi europei in materia, va potenziato anche alla luce delle considerazioni dell’Ocse sulla National Skills Strategy. L’Estonia nel 2013 e la Gran Bretagna nel 2015 hanno introdotto la programmazione come materia obbligatoria dai 5 ai 16 anni. Interessante in questo ambito è la proposta del Cini che si fonda non solo su formazione dei docenti ed obbligatorietà ma anche sul principio che più della programmazione è importante far conoscere com’è fatta la macchina che deve comprendere le nostre istruzioni.

Infine, chi gioca un ruolo chiave in termini di facilitatore dello sviluppo della digitalizzazione è certamente la Pubblica amministrazione. Oltre a profili di vantaggio economico e di efficienza interni, la digitalizzazione delle procedure anche nei rapporti verso i cittadini e le imprese agevolerebbe e semplificherebbe la fruizione dei servizi e l’adempimento degli obblighi. In questo contesto la nostra nazione, pur rimanendo al di sotto della media Ue, evidenzia il miglior punteggio nell’indicatore Desi.

A buoni servizi in tema di sanità digitale e di disponibilità di servizi di e-Government, fanno da contraltare il basso sviluppo di servizi per le imprese e, soprattutto, l’esiguo numero di utenti di eGovernment (ovvero di coloro che sono tenuti a presentare moduli alla Pa) che ci vede in fondo alla classifica Ue.

Per ovviare a ciò e dare un maggiore impulso al processo di digitalizzazione della PA, a maggio dello scorso anno è stata varata la nuova strategia triennale relativa alle tecnologie dell’informazione. Su tutte le iniziative oggetto di attenzione spiccano per maggiore ritardo, ma anche maggiore impegno promesso, quelle relative alla identità digitale, vero e proprio fattore abilitante di molti servizi relativi non solo alla Pa: il completamento dell’Anagrafe nazionale popolazione residente (Anpr), la carta d’identità elettronica (Cie, obbligatoria ormai dal secondo semestre di questo anno) ed il sistema Sistema pubblico di identità digitale (Spid) conforme alla normativa eIDAS.

Ma, affinché di vero e proprio progresso si parli, bisogna che lo Stato si doti di una governance forte ed in grado di guidare il processo; il lavoro svolto dal Team per la Trasformazione Digitale non basta se non esistono dei forti presidi laddove vengono elaborate le leggi e pensati i processi.

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