Spese per la difesa. Se la Francia accelera e l’Italia rallenta

Spese per la difesa. Se la Francia accelera e l’Italia rallenta
Mentre in Italia il settore della difesa rischia di vedersi ridurre un budget già logorato da anni di restrizioni, in Francia la musica è completamente diversa. “Il budget militare per la crescita” voluto da Macron prevede un bilancio militare che sfiora i 40 miliardi nel 2019

Se la Francia accelera, l’Italia arranca, anzi rallenta e cambia direzione. Parigi ha messo su un piano per spendere poco meno di 40 miliardi di euro nella difesa nel 2019, nell’ambito di una legge che arriva fino al 2025, quando il budget per il settore raggiungerà il 2% del Pil, come promesso agli alleati. La ragione non è muovere guerra a destra e a manca, ma investire in un comparto considerato strategico per la crescita del Paese, e supportare le capacità di Forze armate che concorrono alla proiezione e alla credibilità dello stesso in ambito internazionale. Non a caso, Emmanuel Macron ha definito il piano “un budget per la crescita”.

IL DIBATTITO IN ITALIA

Nel frattempo, l’Italia arranca e si appresta a vedere ridotto il già esile bilancio destinato alla difesa, attualmente intorno ai 17 miliardi di euro, pari all’1,15% del Pil. I segnali provenienti dal governo fanno presagire tempi bui per un comparto industriale segnato da anni di restrizioni da parte del maggior cliente, lo Stato. Stando ad alcune indiscrezioni, si potrebbero addirittura fermare programmi già avviati, quelli su cui il Paese si è impegnato a livello internazionale, quelli per cui le aziende hanno fatto investimenti importanti, quelli già sottoposti ad attente valutazioni da parte delle Forze armate. Si parla di F-35, di Camm-Er e di blindati, ma tutti i programmi giacenti o in attesa di finanziamenti potrebbero essere coinvolti.

IL PIANO FRANCESE

Tira tutta un’altra aria oltralpe, dove il governo ha messo in piedi un piano pluriennale di costante incremento della spesa per la difesa. Attualmente, il budget francese si aggira intorno ai 35 miliardi di euro, prossimi a salire a quasi 40 miliardi nel 2019. Tali incrementi proseguiranno anche negli anni successi, di 1,7 miliardi all’anno tra il 2019 e il 2022, e di 3 miliardi all’anno fino al 2025. A quel punto, la spesa per la difesa equivarrà al 2% del Pil, come previsto dagli impegni assunti in ambito Nato, partendo dall’attuale rapporto all’1,78%.

GLI OBIETTIVI

Certo, l’obiettivo non è rispettare la soglia definita dall’Alleanza Atlantica, anche perché Parigi conferma la tradizionale aspirazione all’autonomia rispetto all’alleato statunitense. Le direttrici di sviluppo del budget rispondono più che altro all’intenzione di ammodernare lo strumento militare in tutte le sue proiezioni, rafforzando il comparto industriale e affermandosi quale leader nel contesto europeo, che nel frattempo ha accelerato sulla Difesa comune. Ciò è accompagnato dall’alta considerazione che il governo ha delle aziende del settore e del mondo della difesa in generale, il tutto condito con una buona dose di orgoglio nazionale. In Francia, “fanno articoli a otto colonne quanto un’azienda del settore vince gare internazionali; noi invece ci vergogniamo”, ha chiosato Carlo Festucci, segretario generale dell’Aiad, la federazione che riunisce le aziende italiane dell’aerospazio, difesa e sicurezza. A dimostrarlo anche il fatto che Macron abbia firmato la legge sul budget pluriennale alla vigilia del 14 luglio, festa nazionale accompagnata da un grande parata militare in scena sugli Champs Elysées.

INTANTO, IN GERMANIA…

Ma per chi si chiedesse se è solo la Francia a investire pesantemente nel settore, la risposta è ovviamente no. Troppo facile citare gli Stati Uniti, da un secolo prima potenza militare al mondo, pronta a un budget da 717 miliardi di dollari per il 2019, ma anche a un piano strutturato e a lungo termine per la base industriale (qui il report della Casa Bianca). Basta guardare ancora ai nostri vicini, alleati ma anche competitor nella partita (ormai iniziata) della Difesa europea. La Germania, ha spiegato su Airpress Lorenzo Pecchi, economista e docente all’Università Tor Vergata, “con la pubblicazione del White Paper del 2016 ha impresso una svolta alla sua politica estera e della sicurezza”. Non scordiamoci, ha aggiunto l’esperto, “che fino al 1994 non partecipava neppure alle missioni internazionali di peacekeeping”. Negli ultimi anni qualcosa è cambiato, e così “il budget, che attualmente è stimato intorno a 38.5 miliardi di euro per il 2018, sarà portato con lievi incrementi annuali a 42.7 miliardi nel 2022, equivalenti a 1.2% del Pil”.

DOVE VA L’ITALIA?

Da notare, inoltre, che Parigi e Berlino si sono già mosse sul caccia da combattimento del futuro, presentando lo scorso anno la cooperazione su un sistema comune (Fcas). Lo stesso ha fatto Londra, svelando a luglio il programma nazionale Tempest (il caccia destinato a sostituire in futuro gli F-35 e gli Eurofighter) al cui sviluppo partecipa anche Leonardo Uk, la controllata britannica del colosso italiano. Eppure, il nostro Paese per ora osserva da lontano. Difficile che una decisione sul tema “sesta generazione” possa essere presa in tempi brevi, soprattutto considerando che il dibattito è ancora ferma sulla quinta, con la “valutazione tecnica” che ancora prosegue sul programma F-35. Ciò vale però per il sistema-Difesa nel suo complesso. Restare fuori dai grandi programmi (o uscirne) rischia di creare gap tecnologici importanti, con potenziali ripercussioni nei decenni a venire. E intanto che l’Italia ci pensa, Francia e Germania procedono spedite.

ultima modifica: 2018-10-07T10:00:30+00:00 da Stefano Pioppi

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