Sulla difesa la parola d’ordine è “fare sistema”. Parla Gianluca Rizzo

Sulla difesa la parola d’ordine è “fare sistema”. Parla Gianluca Rizzo
Intervista al presidente della Commissione Difesa della Camera, che spiega il lancio di un'indagine conoscitiva sulla pianificazione per la difesa e sugli investimenti da destinare al settore

L’industria della difesa è “un’eccellenza dal punto di vista della ricerca, della professionalizzazione dei suoi tecnici e del suo personale ed è, in alcuni casi, leader mondiale in termini d’innovazione”. Anche per questo, la commissione Difesa di Montecitorio ha avviato un’indagine conoscitiva in tema di pianificazione e investimenti per il settore, attraversato in questo periodo dall’incertezza sugli annunciati tagli. Ne abbiamo parlato con il presidente Gianluca Rizzo, che spiega anche la strategia italiana in vista della Conferenza di Palermo sulla Libia, in programma la prossima settimana. Per questa complessa partita, la parola d’ordine è “inclusività”. In Europa invece, la partita sulla difesa si gioca sulla capacità di “fare sistema”.

Presidente, la commissione da Lei presieduta ha lanciato un’indagine conoscitiva in tema di pianificazione per la Difesa. Qual’è l’obiettivo?

L’Ufficio di presidenza della Commissione integrato dai rappresentanti di tutti i gruppi parlamentari, ha proprio ieri deliberato un’indagine conoscitiva sulla pianificazione dei sistemi di difesa e sulle prospettive della ricerca tecnologica, della produzione e degli investimenti funzionali alle esigenze del comparto difesa. A tal fine, si rende necessario acquisire un quadro aggiornato di dati, informazioni e valutazioni in merito alle politiche della Difesa, nel campo degli investimenti nel settore dell’innovazione sui sistemi di Difesa e in quello della ricerca, e alle future linee di tendenza derivanti da una sempre più incisiva cooperazione e integrazione europea in tale ambito.  L’indagine – proprio al fine di offrire un quadro completo di tutto il processo decisionale che presiede all’acquisizione dei sistemi di difesa – si concentrerà anche sulle fasi iniziali di tale processo ovvero quelle relative alla loro pianificazione. Ci tengo a precisare che abbiamo deciso all’unanimità di avviare questa indagine proprio per consentire al Parlamento di recuperare quella centralità sul tema che le leggi e la stessa Costituzione gli attribuiscono.

Cercherete anche di capire come affrontare l’ammodernamento dello strumento militare di fronte all’annunciata riduzione della spesa?

La razionalizzazione della spesa è sicuramente una delle linee guida che deve ispirare l’azione di governo sul tema della difesa. Questo non significa non stanziare risorse adeguate per avere un modello di difesa moderno e in grado di assicurare la sicurezza del nostro Paese e contribuire alla costruzione della pace.

Dal comparto industriale sono emerse preoccupazioni per eventuali nuovi tagli. L’indagine può essere interpretata come una rassicurazione?

L’Italia sta provando a uscire da una delle crisi economiche più gravi del dopoguerra, dal quale, sotto il punto di vista della perdita del potenziale industriale, il nostro Paese esce purtroppo ridimensionato. Proprio perché la situazione è questa, l’industria della difesa rappresenta un’eccellenza dal punto di vista della ricerca, della professionalizzazione dei suoi tecnici e del suo personale ed è, in alcuni casi, leader mondiale in termini d’innovazione. Per questo insistiamo molto sul “dual use”, perché molte innovazioni possono avere ricadute civili, pensiamo alla necessità di monitorare il territorio dal dissesto idrogeologico, dai terremoti o dagli incendi boschivi. Pensiamo alla sicurezza del volo o dei trasporti terresti e marini o alla ricerca aerospaziale. L’alta tecnologia studiata e prodotta dall’industria della difesa può rappresentare un volano per l’insieme del sistema produttivo italiano. Ovvio che essendo così alta la sfida dobbiamo elevare la qualità dei prodotti e della ricerca.

Sarà possibile ascoltare anche i rappresentati delle istituzioni europee. Crede che l’integrazione della Difesa comune sia necessaria?

Certamente. Ascolteremo i ministri o i sottosegretari di Stato del ministero della Difesa, Sviluppo economico e Istruzione, dell’università e della ricerca. Sentiremo il segretario generale della Difesa e direttore nazionale degli armamenti, l’Alto rappresentante alla politica estera e di sicurezza e la commissaria europea all’industria o persona delegata. Cercheremo anche un confronto con il chief executive dell’Agenzia europea per la difesa (Eda). Ovviamente dedicheremo spazio adeguato anche ai rappresentanti di Confindustria, della Federazione aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza (Aiad), di Leonardo e di altre imprese nazionali operanti nel comparto. Senza dimenticare i rappresentanti delle piccole e medie imprese che rivestano un ruolo decisivo in questo comparto. Abbiamo intenzione anche di coinvolgere i rappresentanti dell’Agenzia spaziale europea e dell’Agenzia spaziale italiana e istituti di ricerca qualificati ed esperti del settore. Vogliamo entrare nel merito della integrazione della Difesa europea e non solo auspicarla.

Come si potranno evitare le mire di Paesi che puntano a guidare il processo europeo anche nel campo della Difesa?

Questo dipenderà molto dalla capacità del sistema Italia di presentarsi compatto agli appuntamenti che avremo davanti. Sul Fondo europeo della difesa per esempio, abbiamo posto delle osservazioni e condizioni per evitare che qualche singolo Paese possa approfittare delle risorse comunitarie per fare l’interesse esclusivo della propria industria nazionale. Il Fondo europeo della difesa ha senso solo se si ha il coraggio di collaborare insieme e per questa via contribuire alla costruzione di una Europa inclusiva e sicura.

Tra le priorità c’è poi la Libia. La Conferenza di Palermo si avvicina. L’Italia riuscirà a sciogliere un nodo così complesso?

L’Italia ha assunto una iniziativa coraggiosa come l’indizione di una conferenza internazionale di pace sulla Libia. Lo facciamo perché siamo coscienti che la sicurezza dei popoli del Mediterraneo è fondamentale per rafforzare l’insieme della sicurezza del nostro continente. Dopo anni in cui, improvvidamente come nel caso libico, diversi Paesi europei hanno esportato guerra e insicurezza, oggi è necessario che quegli stessi Paesi mettano in secondo piano i propri interessi particolari per favorire la riconciliazione nazionale della Libia, la formazione di un governo realmente rappresentativo di quel popolo e la costruzione d’istituzioni inclusive in cui il popolo libico possa democraticamente esercitare la propria sovranità. So che la Conferenza di Pace è fragile, che fino all’ultimo saranno in dubbio la presenza di parti politiche libiche importanti per il successo del negoziato, ma abbiamo l’obbligo di provarci.

La strategia italiana prevede dunque il coinvolgimento di tutti gli attori in gioco?

Assolutamente sì, con una unica esclusione: Daesh e le organizzazioni terroristiche ad esso affiliate.

Gli Stati Uniti ci hanno riconosciuto un ruolo di leadership per il Mediterraneo. È un obiettivo credibile? Come assumersi al meglio questa responsabilità?

Il Mediterraneo deve tornare a essere un luogo d’incontro e di proficue relazioni pacifiche tra le sue diverse sponde. Non è un caso che l’Italia da anni investa risorse e il proprio prestigio nella missione Unifil in Libano. Gli Usa, ma anche la Russia – si pensi al ruolo di Mosca in Siria – dovrebbero darci una mano per riaprire i negoziati di pace tra israeliani e palestinesi, e agire in modo più spedito e condiviso per far si che il cessate il fuoco si tramuti in Siria in un accordo generale di pace e di convivenza. Vorremo che i milioni di profughi siriani potessero rientrare in sicurezza nelle loro città e villaggi partecipando attivamente alla ricostruzione e al riscatto della loro nazione.

ultima modifica: 2018-11-08T10:20:09+00:00 da Stefano Pioppi

 

 

 

 

 

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