Con la Giornata dei poveri la Chiesa non piange ma reagisce. Parla Impagliazzo

Con la Giornata dei poveri la Chiesa non piange ma reagisce. Parla Impagliazzo
In occasione della Giornata Mondiale dei Poveri, da lui indetta, Papa Francesco ha celebrato la messa nella Basilica di San Pietro con seimila bisognosi, per poi pranzare con millecinquecento di loro nell'aula Paolo VI. In queste conversazione con Formiche.net il presidente della Comunità di Sant'Egidio spiega il senso di questa giornata e il valore dalla vicinanza ai poveri

“Davanti alla dignità umana calpestata spesso si rimane a braccia conserte oppure si aprono le braccia, impotenti di fronte all’oscura forza del male. Ma il cristiano non può stare a braccia conserte, indifferente, o a braccia aperte, fatalista, no. Il credente tende la mano, come fa Gesù con lui. Presso Dio il grido dei poveri trova ascolto. Domando: e in noi? Abbiamo occhi per vedere, orecchie per sentire, mani tese per aiutare, oppure ripetiamo quel ‘torna domani’? Cristo stesso, nella persona dei poveri reclama come a voce alta la carità dei suoi discepoli. Ci chiede di riconoscerlo in chi ha fame e sete, è forestiero e spogliato di dignità, malato e carcerato”. Oggi è la Giornata Mondiale dei Poveri indetta da Papa Francesco, e nell’occasione il pontefice ha celebrato prima una messa nella Basilica di San Pietro alla presenza di seimila bisognosi, accompagnati da volontari di associazioni o gruppi parrocchiali, per andare poi a pranzo con millecinquecento di loro, serviti da una settantina di volontari, direttamente nell’aula Paolo VI.

Le sue parole, nette e che ribadiscono concetti centrali nel magistero di Bergoglio, ripetuti in più e più circostanze, risuonano così dal trono di Pietro, e di fatto sono molto numerose le associazioni che hanno risposto in maniera entusiasta alla “provocazione etica” del pontefice, un segno che il messaggio del Pontefice si sta facendo sempre più realtà nella Chiesa. Tra queste, il tema dei poveri caratterizza fortemente l’esperienza della Comunità di Sant’Egidio fin dagli inizi. In questa conversazione con Formiche.net il presidente Marco Impagliazzo spiega il senso di questa giornata, e il valore della vicinanza ai poveri per l’esperienza della Chiesa, e di conseguenza per il bene di tutta la società e dell’umanità intera.

Qual è il valore che nasce dal mettere al centro della società i poveri, e le loro sofferenze?

Un valore molto grande perché in fondo queste Giornate mondiali, come quella che volle Paolo VI per la pace nel ’68, portano all’attenzione mondiale delle tematiche che per la Chiesa sono centrali. Paolo VI ha portato il tema della pace, che è un tema validissimo fino ad oggi, e Papa Francesco con il suo carisma e la sua esperienza ci parla dei poveri. Naturalmente per la Chiesa i poveri sono i compagni di strada di ogni giorno, quindi non è che tutto si conclude in una giornata. Ma voler portare all’attenzione del mondo i poveri, per un giorno, accende una luce anche su tutto ciò che la Chiesa fa ogni giorno per i poveri. E c’è questo passaggio dall’essere un tema periferico a un tema centrale. Cioè il passaggio dei poveri dalla periferia al centro.

Papa Francesco ha chiesto la grazia di “ascoltare il grido chi vive in acque burrascose”. Come si può fare?

Il problema è far tacere i rumori dell’egocentrismo e dell’egoismo, che ultimamente sono molto rumorosi. Ognuno di noi è più portato ad ascoltare sé stesso, i propri problemi e le proprie necessità, che naturalmente ci sono, però il problema è riconoscere che c’è un grido più forte e più profondo che viene per situazioni di povertà assoluta, italiane ma anche naturalmente a livello internazionale. Si può fare immaginando e vedendo tante realtà concrete, dell’associazionismo, e non soltanto cattolico, che si impegnano per gli altri con successo. Si può fare evitando, come diceva il Papa oggi, l’indifferenza e il fatalismo, che di fronte alla povertà non aiutano, ma aiuta l’impegno concreto. Oggi si sono messe in moto, anche grazie a Francesco, tante energie di bene e di impegno, come aiutare gli anziani soli dentro gli istituti: basta un’ora di tempo a settimana per sollevare il peso di una povertà come la solitudine, nella vita di tantissimi anziani. Così come si moltiplicate le iniziative accanto a chi vive per strada, o a tanti migranti, con le scuole di lingua e di cultura italiana gratuite. Si possono fare tante cose. La Chiesa vuole mostrare, con questa giornata, che noi non piangiamo sulla povertà ma che reagiamo e tendiamo le mani.

Il Papa nel documento Misericordia et misera, istituendo questa giornata mondiale, ha scritto che i poveri ci evangelizzano. Che vuol dire?

Io personalmente nella mia vita ho imparato tantissimo da loro, dai poveri, soltanto ascoltandoli, perché uno dei grandi problemi è che noi non ascoltiamo i poveri, con la loro sapienza e le loro sofferenze, perché le loro storie hanno tanto da insegnarci. In secondo luogo perché ci evangelizzano facendoci uscire da noi stessi, dai nostri problemi e dall’egocentrismo, e ci mostrano che donare è la vera felicità. Oggi lo diceva il Papa nell’Angelus: la nostra vita ha valore se dona, non se accumula. Questa è una grande forma di evangelizzazione che noi possiamo vivere nell’incontro con i poveri e nel loro ascolto. Vivere per donare e trovare la felicità nel dono, e quindi il tema della gratuità: gratuitamente avete ricevuto e gratuitamente date. Il tema, di Gesù, del fatto che c’è più gioia nel dare che nel ricevere.

Durante la messa il Papa ha fatto anche un lungo elenco delle povertà di oggi. La stessa domanda la faccio a lei, chi sono oggi i poveri delle nostre società?

Ci sono tanti poveri, ed è giusto parlare di poveri e non di povertà, perché sono persone, con una storia, con tante vicende di sofferenze. Oggi i poveri sono gli anziani soli o scartati, che vivono gli ultimi anni della loro vita nella solitudine, dopo che invece hanno costruito tanto per loro stessi e per le loro famiglie. I poveri sono i bambini, i tantissimi che in Italia abbandonano la scuola precocemente, quelli che nel mondo soffrono ancora di fame e di sete, di violenze e di abusi, e i bambini costretti a fuggire dalle loro terre. I poveri sono le persone che nella crisi della famiglia di oggi, e della disoccupazione nel mondo del lavoro, sono finiti per strada, per tante vicende personali e che sono tanti. I poveri sono i Rom che vivono ancora nei campi Rom in situazioni di grande degrado. I poveri sono i rifugiati, i profughi che noi non accogliamo. Quindi c’è tanto da fare, ma non bisogna essere fatalisti e dire che la situazione è talmente grave che non si può fare niente. Io ripeterei ciò che diceva Giovanni Paolo II: tutto può cambiare, dipende anche da noi.

Stare vicino ai poveri è senza dubbio uno dei metodi principali con cui ascoltare il loro dolore, e in questo c’è la problematica di ascoltare i loro bisogni e di assisterli. Ma allo stesso tempo, le chiedo, c’è forse anche bisogno di condividere con loro un orizzonte più grande, che non finisca in questa terra.

Sì, esattamente, perché è l’idea della fraternità universale. Già Benedetto XVI su questo scrisse un bellissimo libro, quando era ancora il cardinale Ratzinger. Noi siamo uniti, non ci unisce la ricchezza o la povertà, ma il fatto di essere uomini e donne agli occhi di Dio. Una comune umanità. E quindi separare, creare muri e separazioni, va contro l’idea originaria di essere un’unica umanità. Quindi quest’idea che abbiamo noi cristiani di non sentirsi superiori agli altri ma di condividere una stessa strada.

La povertà in Italia attacca in modo particolare i giovani, soggetti come la Cei o la Caritas questo dato lo sottolineano spesso. E anche al Sinodo sui giovani se n’è parlato, su scala più ampia. Quali sono le soluzioni a questo problema, da parte della politica e non solo?

Io credo che un primo problema sia quello di dare più valore alla scuola e di dare più possibilità ai giovani di studiare. Il nostro paese in Europa è ultimo per numero di laureati. C’è un certo abbandono scolastico che certamente non favorisce la promozione dei giovani, perché la cultura e lo studio favorisce non soltanto la formazione ma anche l’uscita da forme di povertà. In secondo luogo bisogna porsi il problema di che cosa significa oggi creare soluzioni lavorative. Ci si sta provando con il reddito di inclusione  o con altri sistemi ma comunque il sistema va riformato nel senso di ricordarci che la nostra società ha una responsabilità verso chi viene dopo, e non soltanto verso chi oggi ha le leve del potere e che ha una certa età, di persone adulte o anziane. E poi lavorare sui temi della custodia del creato: quale mondo noi lasceremo ai nostri giovani se non badiamo oggi ai temi ecologici. Quindi la politica ha molti campi su cui lavorare: dall’istruzione all’ecologia fino al mondo del lavoro.

Sant’Egidio come celebra e trascorre questa giornata?

Oggi in tutto il mondo, dove ci sono Comunità di Sant’Egidio, naturalmente non solo in Italia, parteciperemo con i poveri nei vari momenti di preghiera e alle messe nelle varie diocesi. Ma poi dopo seguiranno momenti di pranzo e di festa con tutte queste persone. La cosa bella è che sta aumentando in maniera grande il numero di volontari, di chi vuole dare una risposta. La vera risposta all’indifferenza e al fatalismo è l’impegno personale. E questo, diciamo, è una strada che sta coinvolgendo tante persone e di questo ne siamo molto felici.

ultima modifica: 2018-11-18T12:10:40+00:00 da Francesco Gnagni

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