Rileggendo Max Weber

Rileggere Max Weber è sempre illuminante. Specie se si tratta di rivedere il concetto di politica e il senso dell'agire politico, oggi. Dopotutto, le grandi menti son già esistite, noi dovremmo giusto guardare a loro per capire il presente. Non abbiamo grandi sfide davanti a noi.

Per ragioni di vario tipo mi ritrovo oggi a rileggere, per una terza volta, l’intervento del fondatore della sociologia, Max Weber, ora messo in forma di saggio, sul tema della “politica come professione“. Nel leggere, mi ha pervaso una sensazione di deja vu.

Max Weber ha compreso meglio di chiunque altro il senso stesso della modernità e degli effetti che essa avrebbe avuto, nel lungo periodo, su ogni ambito della vita. In particolare sulla dimensione pubblica. Solo una personalità dotata di grande capacità di visione, immaginazione (sociologica) e di interpretazione, poteva scrivere ormai 100 anni fa qualche cosa che sarebbe rimasta valida e anzi utilissima alla comprensione di quello che sta accadendo, oggi.

C’è un passaggio, però, che nel leggerlo ora mi ha particolarmente colpito. Si riferisce agli Stati Uniti. Al modo in cui venivano individuati ed eletti i boss e i capi di partito, o i funzionari. Cito:

“L’America non può più ussere governata soltanto da dilettanti [e qui, vedendo l’avvento dell’era di Trump, qualche dubbio sorge]. Se ancora quindici anni or sono [il testo risale al 1919] si fosse domandato ai lavoratori americani perché accettavano di essere governati da uomini politici che essi stessi dichiaravano di disprezzare, si sarbebe ottenuta una risposta di questo tenore:  < preferiamo avere per funzionari persone sulle quali sputare piuttosto che, come da voi, una casta di funzionari che sputa su di noi>. Questo era l’antico punto di vista della democrazia americana.” (Max Weber, La politica come professione, p.59)

Questo passaggio mi ha colpito perché mi sembra di poter dire che ci troviamo nella stessa condizione, oggi. Ci si chiede: ma come mai sono stati votati questi o quelli? E i “notabili”, per usare sempre una definizione di Weber, si stupiscono. Non si capacitano di questa china. Nemmeno io me ne capacito. Ma a differenza loro sono consapevole che quel che Weber scriveva 100 anni fa, riportando le parole degli operai americani, vale ancora oggi.

Alla fine, le elite politiche che hanno governato le democrazie liberali occidentali, a torto o a ragione (e io direi abbastanza a ragione) hanno spesso e volentieri sputato sul “popolo”. Hanno abusato dei loro poteri e delle loro prerogative. Per questo si è tornati a discutere di “casta”. Che nel testo di Weber altro non è che il “ceto”. E quindi, di cosa ci stupiamo, oggi? Era una storia già nota. Un risultato già previsto.

E allora, eccoci qua, a porci le stesse domande dopo gli stessi errori. E malgrado le risposte siano chiare già da tempi immemori, siamo sempre qua a girare attorno al solito problema. E quindi, chiudo citando, a braccio, la massima di Einstein: la follia è fare le stesse cose e aspettarsi esisti diversi. Siamo quindi tutti un po’ folli. Sicuramente quelli che dopo decenni al potere, o poco meno, e dopo ogni genere di nefandezza, di spocchiosità, di acidità e di antipatia profonda, stanno a chiedersi: ma come mai?

La risposta è la stessa: preferiamo avere per funzionari persone su cui sputare piuttosto che (…) una casta di funzionari che sputa su di noi.

ultima modifica: 2018-11-05T14:54:22+00:00 da Federico Quadrelli