Maxi budget e investimenti. Tutte le ambizioni dell’Arabia Saudita nel campo della Difesa

Maxi budget e investimenti. Tutte le ambizioni dell’Arabia Saudita nel campo della Difesa
L'ambizioso progetto Vision 2030 dell'erede al trono Mohammad Bin Salman punta a localizzare internamente il 50% della spesa per la difesa. L'obiettivo è diventare la maggiore potenza mediorientale, arginando l'ascesa iraniana nei teatri più caldi, dalla Siria allo Yemen. Il dossier del Centro studi Macchiavelli presentato alla Camera con Guido Crosetto

L’obiettivo di Riad è chiaro: affermarsi quale potenza mediorientale e arginare le simili ambizioni iraniane. Lo strumento utilizzato è l’aumento costante del budget per la Difesa, non sempre speso al meglio (in termini di costo-efficacia) ma così cospicuo da sopperire alla mancanza di una chiara pianificazione economica e strategica. Sono alcuni degli spunti che arrivano dal dossier “Le spese miliari in Arabia Saudita” del Centro studi politici e strategici Machiavelli, scritto da Annalisa Triggiano dell’Università di Roma Tre, e presentato alla Camera insieme al presidente della Federazione italiana dell’aziende dell’aerospazio, difesa e sicurezza (Aiad) Guido Crosetto e al generale Giuseppe Morabito, già direttore della Middle East Faculty del Nato Defense College.

IL PUNTO DI CROSETTO

“È importante analizzare quello che succede nel Paese mediorientale che più investe nella Difesa anche per capire come si prepara a muoversi in uno scenario sempre più complesso come quello mediorientale”, ha spiegato Crosetto intervenendo alla conferenza stampa a Montecitorio. “La decisione saudita di investire oltre il 12% nella Difesa del Paese, più che in tanti altri settori, ci dà un’idea di dove stia andando la regione”, ha rimarcato. Difatti, “ormai, la frattura interna al mondo islamico tra sunniti e sciiti sta assumendo dimensioni sempre più preoccupanti”, con la competizione tra Teheran e Riad che la fa da padrona su diversi dossier scottanti, dallo Yemen alla Siria, passando per il rapporto con gli Stati Uniti (che oscilla dagli accordi per 110 miliardi siglati nel 2017 al caso Khashoggi).

LE SFIDE IN MEDIO ORIENTE

E proprio la sfida con l’Iran rappresenta il maggiore driver di crescita della spesa militare saudita. Ci sono poi la complessità generale dello scenario mediorientale, la dispendiosa guerra in Yemen e le “ambiguità diplomatiche più o meno latenti” con la Turchia. A ciò, nota Annalisa Triggiano, si aggiungono “le oscillanti posizioni degli Stati Uniti in tema di soluzioni che contribuiscano a garantire la sicurezza del Medio Oriente e l’indebolimento delle capacità militari di Francia e Regno Unito”. Tutto questo dà vita a “una combinazione di minacce che porrebbero questioni di sicurezza enormi anche se l’Arabia Saudita non avesse necessità pari o superiori di attuare riforme nella sicurezza civile e nello sviluppo economico”. Tra l’altro, rimarca l’esperta, “non vi sono ancora prospettive concrete di stabilizzazione dell’Iraq e non ve ne sono a proposito della fine della guerra in Yemen”. Ciò è evidente dal fatto che l’aumento della spesa per la difesa è una caratteristica comune a tutti i Paesi del Medio Oriente e del Golfo in particolare. Secondo gli ultimi dati Sipri (l’autorevole istituto di Stoccolma), nel 2017 la spesa complessiva mediorientale è cresciuta del 9,2% rispetto all’anno prima.

I NUMERI DELLA DIFESA SAUDITA

Ma i dati specifici sull’Arabia Saudita mostrano un Paese deciso a modernizzare l’intero range del proprio strumento militare. Nel 2018, si legge sul dossier (che riprende i dati del ministero delle Finanze saudita), il budget dedicato a difesa e sicurezza ha superato quota 77 miliardi di dollari (poco meno di 68 miliardi di euro), cioè quasi il doppio di quanto è stato speso per il sistema educativo. Nel 2017, la spesa per la difesa era pari all’11,30% del Pil, un rapporto spropositato in confronto alle difficoltà di molti Paesi europei (Italia compresa) a raggiungere la quota del 2% definita in ambito Nato. Per quanto riguarda la potenza militare tuttavia, Riad si colloca al 26esimo posto (su 136 Paesi) nella classifica di Globalfirepower.com, a testimonianza di un sistema che ancora cerca la piena efficacia. I militati in servizio sono 231mila (a cui si aggiungono 25mila riservisti), mentre i carri armati un migliaio, le navi un centinaio, e i caccia 300.

LA VISIONE 2030

Così, scrive Annalisa Triggiano, “qualche analista sottolinea che, dal punto di vista qualitativo, l’Arabia Saudita ha speso cifre ingenti in armamenti non sempre necessari e ciò senza alcuna valutazione dell’equilibrio tra costi e benefici”. Tale sbilanciamento è comunque sopperito dall’ingente disponibilità di risorse economiche, che potrebbero cresce ancora nel caso di un aumento del prezzo del petrolio. Eppure, l’obiettivo di Riad è proprio quello di slegarsi dalla dipendenza da idrocarburi, sviluppando il settore industriale nazionale. Lo stesso vale per la difesa, tra i pilastri della Visione 2030 lanciata dall’erede al trono di casa Saud, Mohammad Bin Salman. In particolare, si legge nel dossier, egli “mira a localizzare, entro il 2030, il 50% delle spese militari sul territorio nazionale, attraverso la creazione di un’industria bellica locale, l’acquisizione di competenze e di risorse umane, e una pianificazione economica più efficiente”.

ultima modifica: 2018-12-14T11:20:50+00:00 da Stefano Pioppi

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