Milano parla sempre meno l’italiano. E non conviene

Milano parla sempre meno l’italiano. E non conviene
I tempi del capoluogo lombardo sono sempre di meno i tempi dell’Italia. E non va bene. Non va bene alla città e ancor meno al resto del Paese. Tempi che comunque possono essere quelli di riferimento, se sapremo evitare il rischio del distacco. L'analisi di Fulvio Giuliani

Torno a scrivere di Milano, perché il momento del Paese, visto attraverso la lente meneghina, appare ancora più complesso e stimolante di qualche mese fa. Non mi dilungherò, nel sottolineare lo splendente momento vissuto dalla città. Cifre e sensazioni non mentono: Milano attraversa una sorta di età dell’oro, una fase fortemente espansiva dal punto di vista economico, accompagnata da tutta la forza moltiplicatrice dell’immagine e del peso specifico della città. In realtà, nulla che la allora capitale morale del Paese non abbia già vissuto, negli anni del boom, quando Milano contribuì a trascinare l’Italia verso un futuro industriale.

Il riferimento è voluto, perché allora il capoluogo lombardo seppe interpretare un ruolo cruciale di guida e faro. Onestamente, non sapremmo dire quanto questo possa essere replicato ai giorni nostri. La distanza fra Milano, Roma e il resto del Paese, infatti, sembra farsi giorno dopo giorno più ampia. Una differenza ormai plastica, più che sufficiente a far suonare tutti gli allarmi possibili.

Userò le parole dello stesso sindaco di Milano, Beppe Sala: in un’intervista rilasciata a Rtl 102.5, alcuni mesi or sono, ci disse che la città si sarebbe rivolta direttamente all’Europa, se il Paese non avesse mostrato di poter seguire il modello milanese. Se costretta, insomma, avrebbe fatto da sola. Un modo per dire chiaramente che la mistica della locomotiva non lo convinceva più.

Parole da osservare con la massima attenzione, perché sintomo di una distanza, talvolta anche di un disagio, via via più marcati: i tempi di Milano sono sempre di meno i tempi dell’Italia. E non va bene. Non va bene alla città e ancor meno al resto del Paese. Il modello milanese e lombardo possono essere quelli di riferimento, se sapremo evitare il rischio del distacco.

Come Londra rappresenta sempre meno il Regno Unito, così Milano rappresenta sempre meno l’Italia. Non conviene a nessuno. Guardiamo il dato delle presenze turistiche nel mondo: tutte le città italiane perdono posizioni e anche se Milano conquista presenze in termini relativi, non riesce a scalare la classifica. La già citata Londra è lontanissima e Hong Kong è in un’altra dimensione. Senza una rete, senza un sistema, insomma, il sia pur virtuosissimo modello milanese rischia di dover fare i conti con limiti oggettivi.

Credo che anche lo stesso Sala se ne sia reso conto, nelle sue recentissime dichiarazioni al Corriere della Sera, sulla necessità di farsi carico della rappresentanza dell’intero Nord, come parte più produttiva e dinamica d’Italia. E un passaggio cruciale: “Non voglio che Milano venga vista come una città isolata ed egoista”. Il messaggio e la sostanza sono chiari: Milano è un’eccellenza, come sempre sta a tutti noi sfruttarla.

ultima modifica: 2018-12-04T10:00:55+00:00 da Fulvio Giuliani

 

 

 

 

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