Senza Minniti il Pd perde l’anima riformista, troviamo un’alternativa. Parla Ceccanti

Senza Minniti il Pd perde l’anima riformista, troviamo un’alternativa. Parla Ceccanti
Conversazione con Stefano Ceccanti, senatore del Pd rientrato in Parlamento nell’ultima tornata elettorale, sul ritiro dalla corsa per le primarie di Marco Minniti. "Questo è il momento di prendere iniziative in maniera più riservata e valutare se esistono persone disponibili a impegnarsi. Il problema per le componenti più radicalmente riformiste è urgente"

L’ex ministro Marco Minniti ha compiuto quello che ha chiamato “un gesto d’amore verso il partito”, il ritiro della sua candidatura dalla corsa alla guida del Partito democratico in vista delle prossime primarie. Minniti era l’uomo forte di Matteo Renzi, il profilo che per standing e azione politica avrebbe dovuto contrastare la candidatura di Nicola Zingaretti e fare un’offerta politica credibile agli elettori del Pd più riformisti. Oltre a questo, Minniti avrebbe potuto attrarre a sé anche quegli elettori più sensibili alle questioni di ordine e sicurezza, un tempo fedeli a Forza Italia, e che ora hanno visto limitata la loro possibilità di scelta alla Lega di Matteo Salvini.

Di questo, e della riorganizzazione del Partito democratico dopo questa defezione, Formiche.net ha parlato con il prof. Stefano Ceccanti, senatore del Pd rientrato in Parlamento nell’ultima tornata elettorale.

Oggi c’è stato il ritiro della candidatura di Marco Minniti dalla corsa alle primarie per la guida del Pd. Che significato ha per il futuro del Partito democratico?

Il ritiro della candidatura di Marco Minniti è molto spiacevole perché lui era, in maniera piuttosto evidente, la vera alternativa alla candidatura di Nicola Zingaretti. Il profilo di Minniti è profondamente distinto da quello del presidente Zingaretti.

Quali potrebbero essere i punti critici di un Partito democratico a guida Zingaretti?

A mio avviso il Pd guidato da Zingaretti è un partito minoritario di una sinistra tradizionale che punta all’alleanza con il M5S. Mentre Minniti, a partire dalla policy che lui ha gestito, la politica di sicurezza, sarebbe stato in grado di lanciare uno sfondamento verso altre fasce di elettorato e quindi di riscoprire il progetto originario del Pd a vocazione maggioritaria non appena le forze di governo subiranno le loro prime impasse legate alle difficoltà delle scelte di governo.

Una parte di elettorato che ha trovato rappresentanza nel riformismo di Matteo Renzi potrebbe sentirsi disorientato.

Esatto. Da questo punto di vista il ritiro è un problema serissimo. Ci sarà una fascia di elettori che si potevano sentire rappresentati e che ora rischiano di non trovare rappresentanza perché da una parte c’è il disegno di una forza più centrista, un po’ estemporanea e che rischia di essere una proposta di breve respiro e di tipo minoritario. Dall’altra parte anche la forza di sinistra, se ridotta a espressione di una cultura minoritaria, non ha appeal. E rischiamo di trovarci, invece che un grande partito, due mezzi partiti nessuno dei due coinvolgenti. E di non dare rappresentanza a gente non si riconoscerà né nell’uno né nell’altro pezzo.

Il rischio di una scissione è serio. Due partiti diversi non per forza moltiplicano i risultati nelle urne.

Tutto il contrario. Un partito che si spacca in due non per forza trova il suo valore aggiunto nella possibilità di coprire elettorati differenti. La divisione può essere benissimo un valore sottratto. Poi un conto è avere due partiti diversi che, al termine di un percorso condiviso, si fondono e si alleano facilmente. Quando un partito si divide in due poi è un po’ difficile che torni sui suoi passi e riesca a ritrovare l’unità dopo aver vissuto, tra l’altro, una scissione lacerante. Però io insisto a dire che il primo problema è il fatto che una vasta fascia di persone potrebbero non riconoscersi né nell’una né nell’altra forza.

Quali sono i prossimi passi dell’area riformista rimasta orfana della candidatura di Minniti?

Abbiamo una questione urgente da risolvere: trovare in tempi brevi una candidatura che risponda alle esigenze politiche che erano dietro alla candidatura di Minniti. Se non dovessimo trovarla andiamo incontro al rischio di un partito monocolore.

Ha già in mente qualche nome?

Io non farei nomi. Questo è il momento di prendere iniziative in maniera più riservata e valutare se esistono persone disponibili a impegnarsi. Ripeto, il problema per le componenti più radicalmente riformiste è urgente. Qui è un problema di rapidità perché le firme vanno presentate entro il giorno 12 dicembre quindi le possibilità si giocano entro le prossime 48-72 ore. Bisogna avere una persona che sia disponibile a candidarsi e bisogna raccogliere 1500 firme tra gli iscritti.

Pensiamo a una road map in vista del congresso. Quali sono le politiche sulle quali il Pd deve puntare per accreditarsi come forza credibile e alternativa al M5S e alla Lega?

M5S e la Lega ci offrono ogni giorno lo spettacolo di proposte che una delle due forze considera sbagliate ma che è costretta a votare per la tenuta della maggioranza. Bisogna concentrarsi su una democrazia rappresentativa che funzioni meglio e non pensare che si possano prendere decisioni di bilancio con referendum propositivi (che è la riforma che sta portando avanti il M5S). Occorre proporre una politica della sicurezza che affronti seriamente il problema delle migrazioni economiche e non con i decreti sicurezza di Salvini che provocano più clandestini per prendere più voti sulle paure. Stilare un programma è semplice: seguendo in negativo tutte le cose sbagliate che ha fatto il governo in questi mesi, provvedimenti uno più sbagliato dell’altro.

ultima modifica: 2018-12-06T10:30:53+00:00 da Maria Scopece

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