Ecco che cosa sta per cambiare nel mondo delle imprese

Ecco che cosa sta per cambiare nel mondo delle imprese
Con il nuovo Codice della crisi di impresa e dell’insolvenza, le aziende si troveranno sottoposte ad un ramificato controllo della situazione economico-finanziaria da parte dei creditori. Il commento di Vincenzo Sanasi D'Arpe, professore di Diritto dell'economia

Il ministero della Giustizia ha recentemente licenziato lo schema di decreto legislativo contenente il “Codice della crisi di impresa e dell’insolvenza”, in attuazione della legge 19 ottobre 2017 n. 155. Il testo dovrebbe ora approdare nuovamente in Consiglio dei ministri ed entrare in vigore dopo 18 mesi dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. La riforma si annuncia come un cambiamento epocale per l’intero mondo imprenditoriale, che si troverà sottoposto ad un ramificato controllo della situazione economico-finanziaria da parte dei creditori.

Si tratta di una previsione normativa caratterizzata da luci ed ombre: da un lato scompare la parola “fallimento” – con l’intento di eliminare lo stigma che accompagna il termine – dall’altro si introduce un controllo per le imprese ai limiti dell’invasivo, con un apparente ritorno agli anni antecedenti alla riforma delle società del 2003.
Un tale interesse per i profili economico-finanziari ha la finalità di garantire la sostenibilità finanziaria dell’impresa nel medio–lungo periodo, obiettivo che si intende raggiungere attraverso i cosiddetti “indicatori della crisi”, strumenti in grado di evidenziare situazioni “di pericolo” per la stabilità aziendale. L’art. 13 della bozza del nuovo Codice traccia alcune linee guida per la fissazione di criteri di carattere economico-contabile che saranno in grado di portare alla luce situazioni di difficoltà dell’impresa e prevenirne la crisi. Anche la nuova formulazione dell’art. 2086 c.c., rubricato ora “Gestione dell’impresa”, mira a irrobustire il sistema dei controlli voluto dal Legislatore.

Le previsioni normative sono però piuttosto generiche e lasciano spazio a numerosi dubbi: quali assetti organizzativi potranno essere utili a rilevare segnali di crisi? Come cambieranno questi rispetto alle dimensioni delle imprese coinvolte? Pur nella indeterminatezza delle indicazioni fornite dal legislatore, è possibile iniziare a tracciare alcune prime considerazioni. Un ruolo centrale è ricoperto certamente dai sistemi di controllo interni, e per questo motivo gli imprenditori dovranno potenziare quelli già esistenti, o crearne dei nuovi.

Gli organi di controllo interni classici, sindaci e revisori contabili, dovranno esaminare l’ammontare dei flussi di cassa, dato che permetterà di monitorare la sostenibilità finanziaria nel medio-lungo periodo, evidenziando fattori che possano compromettere la continuità aziendale. Accanto ad un costante monitoraggio dei flussi di cassa è indicativo dello stato di salute aziendale anche il puntuale pagamento dei debiti: un’impresa che non riesce a far fronte alle proprie passività (retributive, fiscali, previdenziali, ecc.) non potrà certamente garantire la continuità aziendale. Ruolo centrale sarà quello dei revisori e degli organi di controllo, che dovranno illustrare agli organi amministrativi l’effettiva situazione economica dell’impresa.

La tempestività è cruciale, poiché nel caso in cui non arrivino puntuali e adeguate risposte dall’amministrazione, spetterà ai revisori e agli organi di controllo informare l’organismo di composizione della crisi. Ciò che in generale emerge è, dunque, la necessità di un sistema organizzativo in grado di trasmettere informazioni rilevanti dai livelli più bassi a quelli più alti del “sistema impresa”. Non solo quindi un naturale incremento delle responsabilità in capo agli amministratori e al collegio sindacale, ma una stretta collaborazione tra i controlli “di primo livello” e quelli apicali, ai quali giungeranno informazioni frutto di lavorazioni precedenti. La gestione di questi flussi può essere una risposta doppiamente utile: sia rispetto ad un necessario adeguamento alla nuova disciplina della crisi, sia rispetto alle nuove esigenze dei mercati e della concorrenza.

Per imprese di piccole dimensioni questa “riconversione” può evidentemente comportare dei costi significativi (basti pensare a quelle che ancora non hanno un management interno e devono costituirlo da zero). Si può coglierne però immediatamente il vantaggio: se la classe imprenditoriale dotasse la propria azienda di aggiornati assetti organizzativi per la tempestiva rilevazione di crisi, il sistema economico intero ne trarrebbe benefici, evitando o comunque arginando le pesanti ricadute sul tessuto sociale.

ultima modifica: 2018-12-09T09:10:57+00:00 da Redazione

 

 

 

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