Il trattato di Aquisgrana rappresenta “la pietra tombale sull'idea di Europa di De Gasperi, Schuman e Adenaur” e pone una sfida importante all'industria della Difesa. Intervista al presidente dell'Aiad, che lancia un consiglio al governo italiano: occorre conservare possibilità di dialogo con Parigi

È nebbia fitta tra Roma e Parigi, mentre dalla capitale francese a Berlino splende il sole. Ad Aquisgrana, la cancelliera Angela Merkel e il presidente Emmanuel Macron hanno firmato un trattato che sancisce la nascita di un nuovo partenariato. Il segnale è “allarmante” per l’Europa e per l’Italia, soprattutto per ciò che riguarda il comparto strategico della Difesa. Parola di Guido Crosetto, presidente dell’Aiad, la federazione delle aziende italiane dell’aerospazio, difesa e sicurezza, già sottosegretario alla Difesa. Formiche.net lo ha intervistato per capire i rischi e le sfide del nuovo trattato franco-tedesco, siglato nella stessa data in cui, nel 1963, fu firmato il trattato dell’Eliseo.

Lei è tra coloro che hanno definito l’accordo come “la fine dell’Unione europea”. Cosa intende?

Intendo che Francia e Germania hanno deciso di fare un percorso a due. In un’Unione europea a 27 membri, se due Paesi decidono di muoversi insieme in politica estera (dove si colloca la candidatura tedesca per un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’Onu), in politica industriale, nella parte più strategica della politica industriale, cioè quella della sicurezza e difesa, e di scambiarsi seggi nei rispettivi consigli dei ministri, uccidono l’Europa. O almeno dicono: “L’Europa siamo noi”. Per di più se si parla di due Paesi che non sono proprio San Marino e Liechtenstein.

Le ambizioni francesi non sono una novità.

Il trattato di Aquisgrana è solo la ciliegina sulla torta. All’interno del settore della Difesa abbiamo osservato questa tendenza da tempo: prima con Airbus e la sua arroganza; poi con Ariane e il comportamento nei confronti di Vega, il lanciatore italiano; poi ancora con l’Agenzia spaziale europea (Esa), di cui ormai conosciamo il funzionamento; infine, con la vicenda Fincantieri-Stx. Tutto questo dimostra a coloro che, anche giustamente, continuano a credere nell’Europa, che Francia e Germania stanno uccidendo con il loro comportamento l’idea che ne è alla base. Se va bene un’Europa in cui due Stati comandano, allora è un altro discorso. Ma certamente questa è la pietra tombale sul progetto di De Gasperi, Schuman e Adenauer.

Nei settori in cui Parigi e Berlino si impegnano a rafforzare la cooperazione c’è quello della Difesa. Che sfida rappresenta per la nascente Difesa europea su cui Bruxelles ha già elaborato un piano corposo?

Se la Difesa europea dovesse nascere con un asse preventivo tra Francia e Germania, non ci sarà spazio per gli altri, o almeno ci sarà lo spazio che Parigi e Berlino sono disposti a cedere. È proprio questa la grande scorrettezza nei confronti dell’Europa, un atteggiamento che deve portare l’Italia a interrogarsi su come difendere i propri interessi. Pur ammettendo l’intenzione francese di prendersi l’industria della difesa in cambio del peso derivante dal seggio all’Onu e dalla copertura nucleare, se in questi anni avessi visto da parte loro un atteggiamento collaborativo nei nostri confronti, potrei anche avere fiducia. Ma non l’ho visto. Partendo dalla Space Alliance, non si è percepita alcuna volontà di condividere risorse, mercati o ricerca. C’è piuttosto l’intenzione specifica, pure comprensibile e giustificabile, di prendersi il totale controllo del comparto industriale. In tal senso, il ricorso contro Fincantieri nell’operazione Stx è significativo.

In che termini?

I francesi, insieme ai tedeschi, hanno chiesto alla Commissione europea di valutare l’operazione perché potrebbe far assumere all’azienda italiana una posizione dominante nei mercati europei e mondiali. Come se Thales o Airbus non fossero dominanti nei rispettivi settori. Questo dà la cifra dell’atteggiamento francese.

Ammessa tale volontà da parte di Parigi, come si può rispondere?

In questo scenario, serve un governo serio, forte e credibile, che conservi possibilità di dialogo e che chiami francesi e tedeschi chiedendo quale ruolo hanno immaginato per l’Italia. Bisogna iniziare una discussione pesante e chiara per portare a qualcosa di positivo per noi. Prima di difendere tutti e 25 i Paesi esclusi da Aquisgrana, iniziamo a difendere i nostri interessi. Oppure, bisognerà cercare un dialogo diverso.

Il Trattato del Quirinale, pensato come equivalente franco-italiano al Trattato dell’Eliseo, è un lontano ricordo?

Mi pare ormai scavalcato. Il governo italiano ha chiuso totalmente i rapporti con i francesi. Non vedo possibilità di dialogo, anche se sarebbe necessario porsi il tema delle alleanze.

Ha fatto riferimento alla ricerca di “un dialogo diverso”. Il sottosegretario Angelo Tofalo è in viaggio verso gli Usa per parlare di industria della Difesa. In parallelo, c’è una missione tecnica dell’Aiad, sempre negli Stati Uniti. L’Italia sta cercando di rafforzare la sponda americana?

La missione dell’Aiad non è la prima di questo tipo. Andiamo lì per rispondere alle richieste degli Stati Uniti, portando aziende che sviluppano tecnologie considerate di interesse dagli americani. Certo, è evidente che se manca l’accordo in Europa, l’Italia dovrà cercare altre sponde, a partire dal Regno Unito e dagli Usa. Da soli è difficile pensare di sopravvivere. Come punto di forza, abbiamo aziende con know how e appetibilità tali da poter fare accordi con tutti. Però, è opportuno evidenziare che una cosa sono le dinamiche aziendali, un’altra è il passo che viene richiesto al governo. Serve una strategia di Paese.

Pensa a una maggiore strutturazione del supporto istituzionale all’industria di settore?

Il sostegno del governo è imprescindibile per il comparto dell’aerospazio, difesa e sicurezza. Non si realizzano merendine. Il settore esiste perché esistono gli investimenti decisi dal governo e i rapporti internazionali che esso sostiene. Non può esserci un’industria della Difesa senza un Paese e un governo alle sue spalle.

E per quanto riguarda il Regno Unito? Abbiamo le carte per rilanciare il rapporto con Londra pure nel difficile contesto della Brexit?

Se non avessimo altre vie, sarebbe opportuno rafforzare la sponda britannica. Lo possiamo fare anche perché Leonardo ha da sempre una gamba importante nel Regno Unito. È un’azienda italiana ma non solo, e questo la avvantaggia nel rapporto con gli inglesi, a beneficio di tutto il sistema-Paese.

Per terminare, intravede una connessione tra l’avvicinamento di Berlino a Parigi e la crisi dei rapporti tra il governo di Angela Merkel e l’amministrazione Trump?

Direi di sì. Berlino ha bisogno di una grande Europa filo-tedesca. In teoria, l’Italia è da sempre legata alla Germania come potenza industriale, non nella difesa, ma in tutto il resto. Mai come negli ultimi tempi i tedeschi si sono sentiti attaccati da Cina e Stati Uniti, che gli chiedono un conto che l’Europa non ha mai avuto il coraggio di presentargli. Anche quest’anno, la Germania registrerà un avanzo di amministrazione. In un momento di crisi per l’Europa, qualunque libro di macroeconomia insegna che il Paese con maggiori possibilità dovrebbe spendere di più, sorreggendo l’economia complessiva del sistema. Eppure, i tedeschi non lo fanno. Con un rapporto debito/Pil al di sotto del 60%, la Germania vuole mantenere il suo ruolo di leadership.

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