Nuova crisi missilistica tra Mosca e Washington. Usa fuori dall’accordo da febbraio

Nuova crisi missilistica tra Mosca e Washington. Usa fuori dall’accordo da febbraio
È il sottosegretario Thompson ad annunciare la data: il 2 febbraio gli Stati Uniti usciranno dal trattato sui missili. Mosca, accusano da Washington, è stata protagonista di “ripetute e flagranti violazioni”. Infruttuoso il vertice di Ginevra, che lascia molti dubbi sulla tenuta del sistema di riduzione di armamenti nucleari

Il ritiro degli Stati Uniti dal trattato che proibisce il dispiegamento a terra di missili intermedi inizierà il 2 febbraio. L’annuncio è arrivato da Andrea L. Thompson, sottosegretario del dipartimento di Stato americano per il controllo della armi e la sicurezza internazionale, che nei giorni scorsi aveva partecipato a Ginevra all’incontro con il vice ministro degli Esteri russo Sergei Ryabkov. Resta aperta una porta per Mosca, chiamata a “dimostrare il rispetto dell’accordo”. In caso contrario, gli Usa non si sentiranno più vincolati.

UN VERTICE INFRUTTUOSO

Nonostante gli auspici ribaditi in mattinata dal capo della diplomazia di Mosca Sergei Lavrov, il vertice svizzero non ha prodotto i risultati sperati. “Basandoci sulla discussione di ieri e sulla retorica di oggi, non vediamo segnali che indichino che la Russia deciderà di tornare a rispettare il trattato”, ha spiegato la Thompson. Così, avanti tutta sul ritiro degli Stati Uniti, con un processo che dovrebbe durate circa sei mesi, sebbene non sia chiaro quanto tempo sia necessario per sviluppare gli armamenti proibiti dal trattato. Una decisione definita inevitabile dalla Thompson, dato che il programma missilistico russo è diventato rapidamente “una minaccia non solo all’Europa, ma all’intera sicurezza globale”. Già informati gli alleati della Nato, da cui gli Stati Uniti avevano ricevuto un supporto deciso nel tentativo di esercitare pressione su Mosca. C’è un’unica via d’uscita secondo la Thompson: “La Russia deve distruggere i missili 9M729″, al centro delle accuse americane.

UN LUNGO DIBATTITO

Il tema non è nuovo, ma con l’amministrazione Trump è sicuramente passato a un livello di tensione più elevato. Siglato nel 1987 dai presidenti di Stati Uniti e Unione Sovietica, Ronald Reagan e Mikhail Gorbachev, l’Inf Treaty proibisce esplicitamente il dispiegamento a terra di missili con un raggio fra 500 e 5.500 chilometri. Sin dal 2014, gli Stati Uniti denunciano i russi di violazioni, con accuse che Mosca ha puntualmente rispedito al mittente. Lo scorso ottobre, per la priva volta dalla firma dell’accordo, il presidente Usa ha minacciato l’uscita dal trattato, alimentando i timori per la tenuta del complessivo sistema di riduzioni delle armi nucleari. A inizio dicembre, il segretario di Stato Mike Pompeo ha dato un’ulteriore svolta al dibattito, lanciando un vero e proprio ultimatum di 60 giorni a Mosca per correggere le violazioni. In meno di 24 ore era arrivata la risposta di Vladimir Putin che, serafico, aveva spiegato la disponibilità russa a riprendere lo sviluppo del programma missilistico nel caso di un’uscita Usa dal trattato.

I MISSILI CHE PREOCCUPANO WASHINGTON

Le accuse americane riguardano in particolare l’SSC-8 (o 9M729), un missile da crociera con raggio intermedio considerato in fase di sviluppo da parte della Russia, che da parte sua tenta da tempo di convincere la controparte che il vettore ha un raggio d’azione non compreso dall’accordo. Sullo stesso vettore si erano d’altronde rovesciate le accuse del capo del Pentagono, James Mattis, già a novembre del 2017. L’anno prima, simili accuse erano arrivati da Mosca contro le manovre americane in Europa orientale. Oggetto delle rimostranze russe era (e resta) il dispiegamento del sistema di difesa missilistica Aegis Ashore in Romania (proprio nel 2016) e in Polonia (ad ora previsto per il 2020). Secondo i russi, oltre ai tradizionali intercettori, il sistema sarebbe in grado di lanciare anche i Tomahawk, armamenti della stessa categoria di quelli proibiti nel trattato del 1987. Sebbene gli americani neghino questa possibilità, le ambizioni Usa nel campo non sono un segreto. Lo scorso dicembre, il Washington Post aveva reso noto un memorandum interno con cui il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton chiedeva al Pentagono di “sviluppare e dispiegare missili da terra il prima possibile”.

IL CAPITOLO CINESE

Secondo diversi esperti, più che la Russia è la Cina a preoccupare Washington. Il fatto che Pechino non sia tenuto a rispettare il trattato Inf concede ai cinesi un certo vantaggio nel campo dei missili intermedi con dispiegamento a terra. Vantaggio che gli Usa non vogliono concedere, considerando anche il leggero ritardo (denunciato da diverse voci all’interno dell’amministrazione e del Congresso) accumulato sulla missilistica ipersonica. A conferma di tale tesi ci sono le stesse parole che Donald Trump ha usato per minacciare l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo, attribuendone la responsabilità all’assertività sul fronte missilistico di “Russia e Cina”, fatto anomalo, considerando che l’accordo non vincola il Dragone.

ultima modifica: 2019-01-16T12:00:52+00:00 da Stefano Pioppi

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