La Civiltà Cattolica passa al setaccio la genesi del popolarismo italiano attraverso le dinamiche che ne hanno portato alla nascita cent'anni fa. "Un'esperienza che permette al mondo cattolico di ritrovarsi per una nuova stagione politica"

“In un tempo politico in cui l’arroganza del potere sfida i diritti e i doveri riconosciuti dalla legge, l’esperienza politica di cento anni fa permette al mondo cattolico di ritrovarsi ‘in questa grave ora’ per essere «uniti insieme» come voce dei deboli, garante dei diritti, alternativa alla società dei consumi e protagonista di un ‘umanesimo comunale’ da cui selezionare una nuova classe dirigente per una nuova stagione politica”. Lo scrive padre Francesco Occhetta in un articolo apparso nell’ultimo numero della rivista La Civiltà Cattolica, un testo in cui il gesuita ricostruisce le premesse e le dinamiche che hanno portato alla nascita del Partito popolare italiano e all’appello ispirato dal sacerdote di Caltagirone ai Liberi e forti, vale a dire manifesto redatto dalla commissione provvisoria del partito al momento della fondazione, nel 18 gennaio 1919, che diede vita in Italia alla corrente politica del popolarismo e di cui in questi giorni se ne celebra con grande entusiasmo il centenario.

Un “manifesto di cento anni fa” che “rimane l’assoluta centralità della dottrina sociale della Chiesa cattolica”, come ha affermato sull’Osservatore romano il presidente della Cei Gualtiero Bassetti, la cui eredità interroga “profondamente la nostra società così marcatamente individualista e nichilista e soprattutto esortano a una riflessione profonda tutti i cattolici”. Un appello che, ha affermato il porporato, “rappresenta il prodotto di una stagione alta e nobile del cattolicesimo politico italiano che ha dato un contribuito fondamentale a costruire l’Italia contemporanea e a formare una civiltà basata sull’umanesimo cristiano”, cioè “sulla dignità incalpestabile della persona umana che rinuncia, in nome del Vangelo, a ogni volontà di oppressione del povero e a ogni rigurgito xenofobo o razzista”.

“In quel particolare contesto storico, il colpo d’ala di Sturzo fu quello di creare un partito laico, democratico e di ispirazione cristiana, con una precisa piattaforma programmatica: difesa della famiglia e libertà di insegnamento, lavoro inteso come diritto e referendum locali, centralità delle autonomie territoriali e forme di previdenza sociale, rappresentanza proporzionale e voto alle donne, libertà della Chiesa e costruzione di un ordine mondiale nuovo”, sottolinea sulla storica rivista dei gesuiti padre Occhetta. In quel frangente, infatti, con la Grande guerra appena conclusa e il “non expedit” di Pio IX ancora in vigore, la nascita di un partito ispirato ai princìpi della dottrina sociale della Chiesa cattolica destabilizzò lo scenario politico dell’epoca. “I conservatori cattolici consideravano Sturzo ‘un progressista’, i cattolici liberali ‘un intransigente’; per i socialisti egli era ‘un riformista’, per i fascisti ‘un prete intrigante'”, sottolinea Occhetta.

Dal punto di vista organizzativo, “Sturzo e i suoi collaboratori pensarono a un partito che avesse un’organizzazione interna leggera ma capillare – fatta di sezioni territoriali, comitati provinciali, un consiglio e una direzione nazionale, un congresso centrale – e in completa autonomia dall’autorità ecclesiastica”. Nonostante ciò, “l’esperienza politica del Ppi non nasce al di fuori della vita della Chiesa, ma è il frutto di una «vocazione nella vocazione» di Sturzo sacerdote”. E mentre “i gesuiti precisarono che non si doveva parlare di partito cattolico” ma “di una forza politica in cui i cattolici si riconoscevano nella loro diversità, per realizzare un programma comune e condiviso in favore dell’Italia”, in questo modo, “con una sola mossa Sturzo conseguì due obiettivi: far aderire il mondo cattolico a un programma progressista e costituire un’area politica in cui far prevalere l’unità sulle differenze”.

A questo punto, l’obiettivo politico dell’Appello sarebbe allora da rintracciare nella ricerca di una “pace durevole” in equilibri “tra la sovranità degli Stati e gli interessi sovranazionali”, come sottolineato anche dallo storico Agostino Giovagnoli nel convegno tenutosi presso la Fondazione Sturzo, spiegando l’antitesi al nazionalismo del popolarismo italiano. I popolari di Sturzo infatti “non negavano né la patria né la nazione ma intravedevano il pericolo nazionalista”, ha spiegato Giovagnoli, “perché se la nazione viene concepita come un assoluto o un idolo non potranno che crearsi contrasti insanabili tra gli Stati”. Cosicché per il sacerdote, ha affermato Giovagnoli, il nazionalismo era “una reazione cieca” che andava “contro la storia”, a differenza di una visione, quella popolarista, in cui il futuro implicava “la solidarietà tra tutti i popoli europei e dell’Europa con gli Stati Uniti”.

Se invece si va ad analizzare nel merito i punti specifici che Sturzo mette in fila, padre Occhetta evidenzia nel suo articolo come questi continuino ancora oggi, sostiene, per la politica italiana e per i cattolici impegnati nell’agone pubblica un elemento “di estrema attualità: il disarmo universale, l’abolizione del segreto dei trattati, la libertà dei mari, una legislazione sociale internazionale, l’uguaglianza nel lavoro, la garanzia delle libertà religiose”. “A cento anni dalla nascita del Ppi ci chiediamo quali sono stati i suoi punti di forza. Anzitutto, l’essere stato un partito riformatore, interclassista e aconfessionale; non un «partito cattolico» o un partito moderato o conservatore, ma una forza politica di cattolici”, è perciò l’affermazione del gesuita e redattore politico della storica rivista.

La domanda che ne consegue è che cosa rimanga oggi, concretamente, di quella esperienza. Per Occhetta, “anzitutto rimane un metodo”, quello di “formare le coscienze dei cattolici prima di entrare nel campo politico; altrimenti”, dato dal fatto che “egli puntava sulla formazione di persone scelte, per dare voce ai poveri, secondo l’insegnamento della Dottrina sociale della Chiesa. Il popolarismo era per lui l’antidoto al populismo, grazie all’arte della mediazione, allo sviluppo costituzionale, alla difesa dell’iniziativa privata, alla centralità delle autonomie locali”. Che dimostra il fatto che “i cattolici in politica dovrebbero essere riconoscibili non da un contenitore, ma dal loro atteggiamento spirituale e interiore”. Un’assunto che prima di tutto si centra su una preoccupazione, di contenuti più che di posizioni. O, per usare il linguaggio di Papa Francesco, di processi più che di spazi.

“L’irrilevanza politico-partitica di un ‘elettorato cattolico’ distribuito ormai fra tutte le forze politiche non sarebbe tanto grave quanto un’irrilevanza prima di tutto di opinioni e di idee, di proposte concrete e di contenuti. Scommettere sulla formazione di una nuova classe dirigente è possibile, ma occorre creare un patto tra le generazioni di cattolici, perché la vera sfida di oggi non è tanto l’unità politica dei cristiani, quanto come costruire l’unità nel pluralismo”, spiega perciò Occhetta. “Anche fra i cattolici, occorre dare fiducia a volti nuovi e giovani, capaci e competenti, in grado di costruire il bene comune e di guidare i processi attraverso il principio di sussidiarietà. Questo sviluppo culturale, che non si può né improvvisare né accelerare, costituisce quella rete di territori e di persone ‘solidale ed europeista’, animata da forum civici aperti e inclusivi, che permettono ai credenti sparsi nei territori di continuare a essere coscienza critica, come ha recentemente affermato il presidente della Cei”.

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